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Lo sai che? Avvocati: c’è un limite massimo alla tariffa?

Lo sai che? Pubblicato il 31 ottobre 2013

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> Lo sai che? Pubblicato il 31 ottobre 2013

Dopo la liberalizzazione dei compensi in favore degli avvocati esiste un limite massimo che è possibile concordare col cliente, per le prestazioni professionali eseguite in suo favore, anche in considerazione dell’art. 45 del codice deontologico, quantificabile in quale cifra?

 

Per rispondere al quesito è necessaria una preliminare premessa.

Dal codice civile [1] si può evincere che il compenso tra avvocato e cliente può essere concordato attraverso la stipulazione di un contratto di prestazione d’opera intellettuale.

Se il compenso non è stato convenuto dalle parti e non può essere determinato secondo le tariffe o gli usi, esso può essere determinato dal giudice.

L’importo dovuto a titolo di onorario per l’attività professionale svolta deve essere comunque sempre adeguato all’importanza dell’opera e al decoro della professione. Il codice [2] prevede poi la nullità dei patti conclusi con i loro clienti dagli avvocati e dai praticanti abilitati che stabiliscono i compensi professionali qualora non siano stati redatti in forma scritta.

In questo quadro d’ordine generale, così come previsto a livello codicistico, il nostro legislatore è intervenuto più volte nel tempo, apportando significative modifiche alla disciplina incidendo in particolare sulle tariffe professionali.

Il Decreto Bersani [3] ha abrogato le disposizioni legislative e regolamentari che prevedono, con riferimento alle attività libero professionali e intellettuali, l’obbligatorietà di tariffe fisse o minime ovvero il divieto di pattuire compensi parametrati al raggiungimento degli obiettivi perseguiti (cosiddetto patto di quota lite).

Inoltre il Decreto “Cresci-Italia” [4] ha poi espressamente sancito l’abrogazione delle tariffe delle professioni regolamentate nel sistema ordinistico, tra cui quelle degli avvocati, ma ha altresì espressamente rimesso la determinazione del compenso alla pattuizione direttamente concordata tra le parti. Il compenso per le prestazioni professionali va infatti pattuito, nelle forme previste dall’ordinamento, al momento del conferimento dell’incarico professionale [5].

La norma impone inoltre al professionista una serie di obblighi ulteriori in sede di contrattazione con il cliente in quanto, il professionista deve:

a) rendere noto al cliente il grado di complessità dell’incarico;

b) fornire tutte le informazioni utili circa gli oneri ipotizzabili dal momento del conferimento fino alla conclusione dell’incarico;

c) indicare i dati della polizza assicurativa per i danni provocati nell’esercizio dell’attività professionale.

La misura del compenso va inoltre previamente resa nota al cliente con un preventivo di massima, deve comunque essere adeguata all’importanza dell’opera e va pattuita indicando per le singole prestazioni tutte le voci di costo, comprensive di spese, oneri e contributi.

È stato inoltre previsto [6] che, nel caso in cui le parti non avessero concordato la misura del compenso professionale a livello contrattuale e fosse pertanto necessaria una liquidazione da parte di un organo giurisdizionale, l’onorario del professionista andrebbe determinato con riferimento a specifici parametri stabiliti con decreto ministeriale.

Per quanto concerne gli avvocati, i notai, i dottori commercialisti ed gli esperti contabili, è stato infatti emanato dal Ministero della Giustizia il D.M. 20 luglio 2012, n. 140 che costituisce il regolamento recante la determinazione dei parametri per la liquidazione da parte di un organo giurisdizionale dei compensi.

L’art. 1 del D.M. 20 luglio 2012, n. 140 precisa infatti che l’organo giurisdizionale che deve liquidare il compenso dei professionisti, in difetto di accordo tra le parti, è tenuto ad applicare le disposizioni e i parametri contenute nel riferito decreto ministeriale.

È dunque opportuno precisare che i parametri contenuti nel D.M. 20 luglio 2012, n. 140 non sostituiscono le tariffe professionali precedentemente previste dal D.M. 8 aprile 2004 n. 127 per gli avvocati, in quanto abrogate, poiché la determinazione del compenso è ora da ritenersi rimessa, in via primaria, alla libera contrattazione ed all’accordo diretto tra cliente e professionista.

La disciplina sopra richiamata in materia di determinazione del compenso per le prestazioni professionali prestate dall’avvocato va inoltre ricollegata alle disposizioni contenute nella nuova disciplina dell’ordinamento [7] della professione forense e nel Codice Deontologico Forense [8].

L’art. 13 della Legge 31 dicembre 2012, n. 247 conferma innanzitutto il fatto che il compenso spettante al professionista dovrebbe essere di regola pattuito per iscritto all’atto del conferimento dell’incarico professionale (qualora l’attività professionale non venga prestata a titolo gratuito).

È inoltre espressamente sancito che la pattuizione dei compensi è libera e può essere concordata nei seguenti modi: pattuizione a tempo, in misura forfetaria, per convenzione avente ad oggetto uno o più affari, in base all’assolvimento e ai tempi di erogazione della prestazione, per singole fasi o prestazioni o per l’intera attività, a percentuale sul valore dell’affare o su quanto si prevede possa giovarsene, non soltanto a livello strettamente patrimoniale, il destinatario della prestazione.

Sono invece vietati i patti con i quali l’avvocato percepisca come compenso in tutto o in parte una quota del bene oggetto della prestazione o della ragione litigiosa (c.d. patto di quota lite).

Si ribadisce inoltre che l’avvocato è tenuto a rendere noto al cliente il livello della complessità dell’incarico, fornendo tutte le informazioni utili circa gli oneri ipotizzabili dal momento del conferimento alla conclusione dell’incarico.

Ed a richiesta del cliente, il professionista è altresì tenuto a comunicare in forma scritta a colui che conferisce l’incarico professionale la prevedibile misura del costo della prestazione, distinguendo fra oneri, spese, anche forfetarie, e compenso professionale.

Si conferma inoltre che i parametri ministeriali ora regolati dal riferito D.M. 20 luglio 2012, n. 140 trovano applicazione quando all’atto dell’incarico o successivamente il compenso non sia stato determinato in forma scritta, in ogni caso di mancata determinazione consensuale, in caso di liquidazione giudiziale dei compensi e nei casi in cui la prestazione professionale è resa nell’interesse di terzi o per prestazioni officiose previste dalla legge.

La determinazione del compenso del professionista va inoltre valutata anche sotto il profilo delle regole deontologiche con particolare riferimento ai doveri di probità, lealtà e correttezza, informazione e proporzionalità [9] forense, la cui violazione può costituire violazione rilevante sotto il profilo disciplinare.

Il compenso dovuto da Cliente per i servizi professionali prestati dal professionista deve infatti essere parametrato al valore ed all’importanza della singola pratica trattata ed in proporzione all’attività svolta[10].

L’art. 45 del Codice deontologico forense che ammette la possibilità per l’avvocato di pattuire con il cliente compensi parametrati al raggiungimento degli obiettivi perseguiti deve essere coordinato [11].

L’art. 45 del Codice deontologico forense e l’art. 13 della Legge 31 dicembre 2012, n. 247 della Legge 31 dicembre 2012, n. 247 ammettono soltanto la possibilità di determinare il compenso a percentuale sul valore dell’affare o su quanto si prevede possa giovarsene, non soltanto a livello strettamente patrimoniale, il destinatario della prestazione.

È tuttavia necessario che tale tipo di accordo venga stipulato per iscritto a pena di nullità [12] e sia connotato dai caratteri della proporzionalità ed adeguatezza (il criterio della proporzionalità e dell’adeguatezza può essere ricostruibile facendo riferimento ai parametri ministeriali oppure anche ricorrendo alle vecchie tariffe professionali).

Sono invece da ritenersi ancora vietati gli accordi attraverso i quali l’avvocato venga a percepire come compenso in tutto o in parte una quota del bene oggetto della prestazione o della ragione litigiosa (cosiddetto patto di quota lite).

Il Consiglio Nazionale Forense precisa infatti “Si evidenzia il ripristino del divieto del patto di quota lite (co.4); è consentita la pattuizione a percentuale in relazione al valore dell’affare o a quanto si prevede possa giovarsene il cliente (co. 3) [13].

 

Si tratta di una norma imperativa, donde gli eventuali patti sul compenso nelle forme del c.d. patto di quota lite stipulati in violazione del relativo divieto debbono ritenersi affetti da nullità [14].

Il codice civile [15] non consente infatti agli avvocati di essere cessionari, anche per interposta persona, di diritti sui quali è insorta una contestazione davanti all’autorità giudiziaria nella cui giurisdizione esercitato l’attività professionale a pena di nullità e risarcimento dei danni.

 

 

1) Il compenso spettante all’avvocato dovrebbe essere di regola pattuito per iscritto all’atto del conferimento dell’incarico professionale, a pena di nullità dell’accordo, per effetto dell’intervenuta abrogazione delle tariffe professionali;

2) il compenso deve essere parametrato al valore ed all’importanza della singola pratica trattata ed in proporzione all’attività svolta (è possibile utilizzare, seppur indirettamente, i parametri previsti a livello ministeriale per effettuare una valutazione di adeguatezza, idoneità e proporzionalità sulla determinazione del compenso; la determinazione di un compenso sproporzionato può avere infatti risvolti non solo di natura deontologica per il professionista, ma anche contrattuale giacchè il rapporto può essere soggetto ad eventuali azioni dirette ad accertare l’invalidità dell’accordo – nullità, annullabilità, rescissione, da valutarsi caso per caso);

3) il compenso determinato sulla base di patti attraverso cui l’avvocato percepisca a titolo di onorario in tutto o in parte una quota del bene oggetto della prestazione o della ragione litigiosa (c.d. patto di quota lite) devono ritenersi vietati alla luce del combinato disposto ex art. 13 della Legge 31 dicembre 2012, n. 247 e dell’art. 1261 c.c.;

4) il compenso determinato a percentuale sul valore dell’affare o su quanto si prevede possa giovarsene, non soltanto a livello strettamente patrimoniale, il destinatario della prestazione, sono ammessi purché stipulati per iscritto, a pena di nullità, ex art. 2233 c.c. (il compenso così determinato deve tuttavia rispondere a criteri di adeguatezza e proporzionalità, così come sopra richiamato).

note

[1] Combinato disposto ex art. 2230 e 2233 cod. civ.

[2] Art. 2233, comma 3 cod. civ.

[3] Art. 2 del Decreto legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito in legge, con modificazioni, dall’art. 1, della Legge 4 agosto 2006, n. 248.

[4] Art. 9, comma 1 e 5, del Decreto legge 24 gennaio 2012, n. 1 convertito in Legge 24 marzo 2012, n. 27.

[5] Ai sensi infatti dell’art. 9, comma 5, del Decreto legge 24 gennaio 2012, n. 1.

[6] Art. 9, comma 2, del Decreto legge 24 gennaio 2012, n. 1.

[7] Legge 31 dicembre 2012, n. 247.

[8] Approvato dal Consiglio Nazionale Forense nella seduta del 17 aprile 1997 e successive modificazioni ed integrazioni.

[9] Rispettivamente stabiliti dall’art. 5, 6, 40 e 43 del Codice deontologico.

[10] Cons. Naz. Forense 15/03/2013, n. 37; Cons. Naz. Forense 12-09-2011, n. 142; Cons. Naz. Forense 13-07-2009, n. 73.

[11] Come si è già avuto modo di osservare, con quanto previsto dall’art. 13 della Legge 31 dicembre 2012, n. 247.

[12] Ai sensi dell’art. 2233 cod. civ.

[13] Con riferimento all’art. 13 della Legge 31 dicembre 2012, n. 247, il dossier n. 1/2013 dell’Ufficio Studio del CNF.

[14] Cfr. note esplicative del Dossier n. 1/13 dell’Ufficio Studio del Consiglio Nazionale Forense. L’art. 13 della Legge 31 dicembre 2012, n. 247 è infatti norma speciale rispetto al generale divieto di

cessione dei crediti litigiosi di cui all’art. 1261 cod. civ.

[15] Art. 1261 cod. civ.


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1 Commento

  1. Salve, si può fare un esempio pratico sul compenso determinato a percentuale sul valore dell’affare? Chessò un mio cliente riceve un risarcimento da parte di un’assicurazione e che si fa non potendo richiedere un pò del suo risarcimento come compenso essendoci il divieto di patto di quota lite? questo compenso mi sembra più una deroga al divieto, nel senso che se io fossi avvocato e saprei con certezza che il risarcimento di una ipotetica causa il mio cliente lo avrà al 100%, aumenterei il compenso a tal punto da ricomprendere una quota del risarcimento che è vietato pattuire in virtù del divieto di patto quota lite. Mi sembra più un raggiro della norma del divieto..poi non so 🙂

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