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Morte del coniuge in pendenza di divorzio

28 Agosto 2020 | Autore:
Morte del coniuge in pendenza di divorzio

Cosa succede se uno dei coniugi muore durante il processo di divorzio? Cosa accade se il decesso avviene prima della sentenza di divorzio passata in giudicato?

Con il divorzio marito e moglie sciolgono definitivamente il vincolo coniugale, riacquistando la libertà di stato. A differenza di ciò che avviene con la semplice separazione, dunque, con il divorzio il matrimonio viene meno in maniera definitiva e irreversibile, consentendo agli ex coniugi di convolare a nuove nozze. Affinché gli effetti del divorzio possano essere pieni ed effettivi, però, occorre che la sentenza con cui si è pronunciato il giudice sia passata in giudicato, sia cioè divenuta definitiva. Cosa accade se, prima di tale momento, uno dei coniugi dovesse morire? In altre parole: cosa succede se il coniuge muore in pendenza di divorzio?

Si tratta di una domanda di non poco conto, sulla quale la giurisprudenza ha a lungo dibattuto: e infatti, da un lato la morte del coniuge prima della sentenza potrebbe far venir meno l’intero procedimento, lasciando quindi inalterato il precedente status derivante dalla separazione; dall’altro, la morte intervenuta dopo la sentenza, ma prima che questa sia divenuta definitiva (ad esempio, perché non sono decorsi i termini oppure perché è stata impugnata), potrebbe incidere su un procedimento ancora pendente. Qual è la soluzione offerta dalla giurisprudenza? Cosa accade se uno dei coniugi muore prima della sentenza definitiva di divorzio? Scopriamolo insieme.

Divorzio: cos’è e a cosa serve?

Come anticipato in premessa, il divorzio rompe definitivamente il vincolo coniugale, restituendo a marito e moglie la libertà di stato e, dunque, la libertà di poter contrarre nuove nozze.

La legge [1] non parla di divorzio, bensì di scioglimento del matrimonio o di cessazione degli effetti civili del matrimonio. Nello specifico:

  • per scioglimento del matrimonio si intende il divorzio che interviene tra due coniugi sposati civilmente;
  • per cessazione degli effetti civili del matrimonio si intende il divorzio intervenuto tra due persone sposate con rito concordatario, cioè con celebrazione innanzi al ministro di culto cattolico con successiva trascrizione dell’atto nei registri dello stato civile del comune.

Quando si può divorziare?

Per poter presentare al tribunale un ricorso per divorzio, occorre che la precedente separazione personale si sia protratta ininterrottamente:

  • per almeno dodici mesi a partire dall’avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nel caso di separazione personale contenziosa;
  • per almeno sei mesi nel caso di separazione consensuale (anche quando il giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale), ovvero dalla data certificata nell’accordo di separazione raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita da un avvocato ovvero dalla data dell’atto contenente l’accordo di separazione concluso innanzi all’ufficiale dello stato civile.

Dunque, a meno che non ricorra un’ipotesi eccezionali di divorzio, per cui è possibile chiedere il divorzio senza doversi per prima cosa separare, la legge impone una sorta di periodo di riflessione dall’avvenuta separazione; solamente se questa si è protratta ininterrottamente per i termini sopra indicati si potrà chiedere il divorzio dal proprio coniuge.

In estrema sintesi, se sei già separato e vuoi divorziare, dei aspettare almeno dodici mesi dalla celebrazione della prima udienza innanzi al presidente del tribunale, ovvero sei mesi, se la separazione è avvenuta consensualmente.

Divorzio: come funziona il giudizio?

Il ricorso per ottenere il divorzio si propone presso il tribunale del luogo dell’ultima residenza comune dei coniugi ovvero, in mancanza, del luogo in cui il coniuge convenuto ha la residenza o il domicilio.

Qualora il coniuge convenuto sia residente all’estero o risulti irreperibile, la domanda si propone al tribunale del luogo di residenza o di domicilio del ricorrente e, se anche questi è residente all’estero, a qualunque tribunale italiano.

Quando il ricorso per divorziare è congiunto, nel senso che è sottoscritto da entrambe le parti, le quali hanno trovato un accordo sulle condizioni di divorzio, il ricorso può essere proposto al tribunale del luogo di residenza o di domicilio dell’uno o dell’altro coniuge.

Il presidente del tribunale, nei cinque giorni successivi al deposito in cancelleria del ricorso, fissa con decreto la data di comparizione dei coniugi davanti a sé. All’udienza presidenziale, i coniugi devono comparire davanti al presidente del tribunale personalmente e con l’assistenza di un avvocato.

All’udienza di comparizione, il presidente deve sentire i coniugi prima separatamente poi congiuntamente, tentando di conciliarli. Se i coniugi si conciliano, il presidente fa redigere processo verbale della conciliazione.

Se la conciliazione non riesce, il presidente, sentiti i coniugi e i rispettivi difensori, nonché il figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici (e anche di età inferiore ove capace di discernimento), pronuncia con ordinanza i provvedimenti temporanei e urgenti che reputa opportuni nell’interesse dei coniugi e della prole, nomina il giudice istruttore e fissa l’udienza di comparizione e trattazione dinanzi a questo.

Solo al termine del processo il giudice provvederà ad emanare sentenza di divorzio. Nel caso in cui il processo debba continuare soltanto per la determinazione dell’assegno, il tribunale emette sentenza non definitiva relativa allo scioglimento o alla cessazione degli effetti civili del matrimonio.

Sentenza di divorzio: quando diventa definitiva?

Perché una sentenza civile (e, dunque, anche una di divorzio) diventi definitiva, cioè non sia più impugnabile, occorre che trascorra un determinato lasso di tempo.

Per la precisione, la legge dice che una sentenza diventa definitiva decorsi sei mesi dalla sua pubblicazione, cioè dal deposito della stessa presso la cancelleria del tribunale adito che ha pronunciato la sentenza: si tratta del cosiddetto termine lungo per il passaggio in giudicato.

Tuttavia, se la parte che ne ha interesse (che, in genere, è colei che risulta vittoriosa dal giudizio) provvede a notificare la sentenza all’altra, essa diviene definitiva se, entro trenta giorni (termine breve), non viene impugnata.

È facile comprendere allora come la notifica della sentenza di divorzio acceleri i tempi affinché la sentenza di divorzio diventi definitiva e, di conseguenza, possa essere trasmessa all’ufficiale dello stato civile per le dovute annotazioni.

Morte del coniuge durante il divorzio: cosa succede?

Cosa succede se, pendente il giudizio di divorzio, uno dei coniugi muore? Il problema si pone non tanto nel caso in cui il decesso avvenga prima della pronuncia del giudice, quanto nell’ipotesi in cui una sentenza ci sia già stata ma questa non è diventata ancora definitiva.

Nella prima ipotesi, cioè nel caso in cui uno dei coniugi muoia durante il procedimento, non ci sono dubbi: il giudice dovrà dichiarare la cessata materia del contendere, con conseguente chiusura del giudizio per impossibilità di procedere oltre.

La legge è, infatti, molto chiara sul punto: la morte di uno dei coniugi è causa di scioglimento del matrimonio [2]. Pertanto, se essa avviene a giudizio il corso, il procedimento non potrà altro che chiudersi perché il matrimonio è già venuto meno.

Tale evento (la morte del coniuge), peraltro, non solo deve considerarsi preclusivo della dichiarazione di divorzio, ma ha anche l’effetto di travolgere ogni pronuncia accessoria al divorzio emessa in precedenza e non ancora passata in giudicato.

La conseguenza pratica è che il coniuge superstite, non avendo ottenuto il divorzio, potrà ancora succedere quale erede nel patrimonio del defunto in qualità di coniuge separato (non divorziato). In un’ipotesi del genere, la libertà di stato si riotterrebbe per via della morte del coniuge, non per scioglimento del matrimonio tramite divorzio.

Ben più complessa è la situazione in cui il giudice si sia pronunciato con sentenza di divorzio, ma la sentenza non sia ancora passata in giudicato, ad esempio perché appellata da una delle parti oppure perché non è ancora decorso il termine affinché diventi definitiva. Se uno dei due coniugi dovesse morire, cosa accadrebbe? Scopriamolo insieme.

Morte del coniuge dopo la sentenza di divorzio

Secondo l’orientamento più recente della Corte di Cassazione [3], la morte del coniuge avvenuta dopo la sentenza di divorzio, obbliga il giudice a dichiarare la cessata la materia del contendere in relazione ai capi che non siano passati in giudicato.

Ad esempio, se la sentenza dichiara la cessazione degli effetti civili del matrimonio ma uno dei coniugi impugna la decisione relativamente ai capi che dispongono l’assegno divorzile, allora, nell’ipotesi di decesso del coniuge, dovrà essere dichiarata la cessata materia del contendere relativamente alle disposizioni patrimoniali che non hanno ancora acquisito definitività.

La decisione sullo scioglimento del vincolo coniugale, invece, non essendo stata impugnata, è oramai passata in giudicato e, dunque, anche se il coniuge decede, la morte non incide su questo punto.

Dunque, nell’ipotesi di decesso del coniuge dopo la sentenza di divorzio, la morte è idonea a incidere solamente sulle parti della sentenza che non sono già passate in giudicato. Possiamo dunque ipotizzare tre situazioni diverse:

  • il coniuge muore quando la sentenza non è ancora passata in giudicato perché i termini per l’impugnazione non sono decorsi – il giudice deve dichiarare la cessata materia del contendere, con conseguente inefficacia del divorzio;
  • il coniuge muore quando la sentenza di divorzio è già stata impugnata in alcune sue parti – il giudice deve dichiarare la cessata materia del contendere solamente in relazione alle parti oggetto di impugnazione: le altre, invece, sono passate in giudicato;
  • il coniuge muore dopo che la sentenza sia stata totalmente impugnata, sia nei sui aspetti economici che in relazione allo scioglimento del vincolo matrimoniale – il giudice dovrà dichiarare la cessata materia del contendere, impedendo alla sentenza di produrre qualsiasi effetto, in quanto essa non è mai passata in giudicato. Il coniuge superstite, dunque, risulterà ancora separato.

Tizio e Caia ottengono una sentenza di divorzio con cui il giudice attribuisce a Caia sia il diritto all’assegno divorzile che l’affidamento dei figli minorenni. Tizio propone impugnazione avverso i capi della sentenza che regolano l’assegno e l’affidamento. Nell’ipotesi di morte di Caia, la cessata materia del contendere dovrà essere dichiarata solamente in relazione ai capi della sentenza oggetto di impugnazione, poiché questi, a causa dell’appello proposto, non sono passati in giudicato. Al contrario, rimarrà ferma la sentenza in merito allo scioglimento del vincolo matrimoniale.

Morte del coniuge durante il giudizio di appello

Quanto detto in merito alla cessata materia del contendere in riferimento solamente alle statuizioni economiche della sentenza vale sia nell’ipotesi in cui a morire sia il coniuge che aveva impugnato (in quanto condannato a pagare l’assegno), sia quando a morire sia il coniuge resistente.

Poiché il diritto all’assegno divorzile è indisponibile, incedibile e ha un carattere strettamente personale, l’impugnazione fatta per contestare tale diritto non può essere proseguita nei confronti degli eredi del coniuge defunto.

Allo stesso modo, l’impugnazione fatta per vedersi riconosciuto il diritto all’assegno non può proseguire nei confronti degli eredi del coniuge al quale si chiedeva la prestazione economica.

Gli eredi del coniuge obbligato non possono subentrare nella sua posizione processuale al fine di far accertare l’insussistenza del suo obbligo di contribuire al mantenimento e di ottenere la restituzione delle somme versate sulla base di provvedimenti non definitivi.


note

[1] Legge n. 898 del 01.12.1970.

[2] Art. 149 cod. civ.

[3] Cass., ordinanza n. 31358/2019.

Autore immagine: Depositphotos.com


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