Coronavirus: un nuovo studio su chi rischia di più

23 Giugno 2020 | Autore:
Coronavirus: un nuovo studio su chi rischia di più

La prima ricerca internazionale sugli effetti del coronavirus Sars-CoV-2 nei pazienti con tumore toracico, pubblicata su ‘Lancet Oncology’.

Un nuovo studio ha permesso di identificare i pazienti con una neoplasia polmonare come una categoria ad alto rischio che necessita di maggiore attenzione e protezione. Nella ricerca, sono stati coinvolti 200 pazienti con carcinoma toracico e positivi a Covid-19, provenienti da 8 Paesi (Italia, Spagna, Francia, Svizzera, Paesi Bassi, Stati Uniti, Regno Unito e Cina) e inseriti nel registro Teravolt tra marzo e aprile.

La maggior parte presentava un carcinoma polmonare non a piccole cellule (76%) ed era in terapia al momento della diagnosi di Covid (74%). La ricerca sta proseguendo in 4 continenti, con l’obiettivo di creare uno score che permetta di identificare chi di questi pazienti sia davvero a rischio.

A coordinare questo studio è stata Marina Chiara Garassino, responsabile di Oncologia toracica dall’Istituto nazionale tumori (Int) di Milano e presidente di Women For Oncology (W4O) Italy, insieme a Leora Horn del Vanderbilt-Ingram Cancer Center di Nashville, Usa.

Sulla base dei risultati ottenuti, W4O Italy lancia un appello a tutti i governi: «Inserire i malati di carcinoma polmonare, insieme alle altre categorie fragili, tra coloro che riceveranno per primi il vaccino anti-Covid non appena sarà reso disponibile», chiede Garassino.

L’analisi dello studio

Non è chiaro perché la percentuale degli accessi in terapia intensiva per i malati di cancro al polmone sia stata bassa. Per gli autori, un team al femminile con 3 delle autrici principali parte del direttivo di W4O, «l’ipotesi della mancanza dei posti letto non sembra giustificare interamente questo fenomeno, che è accaduto nella medesima proporzione anche in nazioni colpite meno violentemente. E’ possibile – osservano – che la scelta di non rianimare questi malati sia in parte dovuta a un pregiudizio sulla loro malattia, che li colloca tra i pazienti senza speranza, mentre è importante sottolineare che questi pazienti nel 2020 hanno aspettativa di vita di anni. Questo argomento merita una riflessione internazionale affinché, nel caso di una seconda ondata, la scelta di rianimare o meno sia fatta coinvolgendo gli oncologi curanti».

I dati dimostrano inoltre che i pazienti con un tumore toracico hanno una mortalità apparentemente maggiore rispetto a quelli con altre forme di cancro. Ancora: molti dei pazienti che si sono ammalati di Covid-19 (81%) erano fumatori e il fumo si è rivelato essere il fattore di rischio più associato alla mortalità.

Durante la pandemia di Covid-19 i malati di cancro al polmone hanno avuto meno accesso alle terapie intensive (8,3%) rispetto agli altri pazienti oncologici (26%), con una mortalità molto più alta: pari al 35%, rispetto al 13% dei malati con neoplasie diverse.

Le donne oncologhe e la ricerca

«Secondo una ricerca presentata da W4O a livello europeo in occasione dell’ultimo congresso Esmo 2019 – evidenzia Rossana Berardi, vicepresidente di Women 4 Oncology, ordinario di Oncologia all’università Politecnica delle Marche e direttore di Clinica oncologica agli ospedali Riuniti di Ancona- le donne oncologhe, che pur rappresentano la maggioranza, risultano primi autori dei lavori scientifici solo nel 38% dei casi, a fronte del 62% di autori uomini. Analogamente, di recente è stato documentato come significativamente inferiore sia il numero di donne rispetto agli uomini cui vengono assegnati finanziamenti internazionali per progetti di ricerca».

«E durante la pandemia da coronavirus – avverte la docente – le donne rischiano di essere ulteriormente penalizzate dal punto di vista professionale e occupazionale: secondo un articolo recentemente pubblicato su ‘Nature’, molte donne attive nell’ambito accademico e della ricerca si stanno trovando a dover gestire un maggior carico in termini di impegni casalinghi e familiari, e questo sta avendo un impatto in termini di minori pubblicazioni e progetti di ricerca avviati rispetto ai propri colleghi uomini».



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