Coronavirus al nord, spunta il «fattore ambientale»

23 Giugno 2020
Coronavirus al nord, spunta il «fattore ambientale»

Secondo uno studio, il Settentrione era più «predisposto» a un’epidemia grave per questioni puramente geografiche.

Cos’è che ha reso più aggressivo il Coronavirus al nord Italia rispetto al sud? Ce lo chiediamo da quando è scoppiata l’epidemia. A questa domanda, cerca di rispondere uno studio firmato da Roberto Ronchetti, professore emerito di Pediatria all’università La Sapienza di Roma e da Francesco Ronchetti, medico dell’ospedale Parodi di Colleferro.

Il lavoro, di cui ci mette al corrente l’agenzia di stampa Adnkronos, sarà pubblicato su uno speciale della rivista Epidemiologia e prevenzione ed ha ad oggetto «condizioni ambientali che, negli scorsi due mesi, hanno reso aggressiva e mortale l’infezione da Coronavirus» al Settentrione, «risultata assai più leggera nelle altre regioni d’Italia, dove questo “fattore geografico” diminuisce fino a un minimo. Le qualità di queste condizioni ambientali, tragicamente sfavorevoli nel Settentrione, non sono ancora note».

Clima, temperatura, umidità 

Lo studio, quindi, parte dal presupposto che il nord possa essere stato in una certa misura «più predisposto» a sviluppare infezioni più virulente proprio in virtù della sua posizione geografica. I ricercatori, infatti, spiegano che «a livello mondiale esiste una fascia, compresa circa tra 30° e 50° di latitudine nord, nella quale assieme a epidemie lievi, si è verificato il 90% delle epidemie classificate come gravi: la pianura Padana e l’intera Italia appartengono a quella zona. Non è la prima volta che una tale associazione tra patologia virale e geografia viene ipotizzata a livello epidemiologico. Al momento della nostra richiesta di pubblicazione e ancora oggi queste osservazioni epidemiologiche sulla relazione clima-infezione non sono state pubblicate. Dopo quasi tre mesi, molte epidemie nel pianeta si sono sviluppate e molte si sono concluse per cui è il momento di tentare la conferma dell’esistenza di un mal definito “fattore geografico” in grado di condizionare la gravità delle infezioni causate dal nuovo virus».

«Poiché in Italia le politiche di contenimento dell’infezione sono state regolate da decreti dell’autorità nazionale, non si può avanzare l’ipotesi che tali misure possano spiegare la discrepanza della gravità delle epidemie – osservano gli autori dello studio -. Dobbiamo ammettere che l’ipotesi più ragionevole è che, nelle nostre regioni del nord, esistano condizioni ambientali che negli scorsi due mesi hanno reso aggressiva e mortale l’infezione da virus al nord mentre è risultata assai più leggera nelle altre regioni d’Italia dove questo ”fattore geografico” diminuisca. Negli stessi giorni in cui abbiamo sottoposto per la pubblicazione il nostro articolo, altri autori iraniani-statunitensi hanno messo in rete un pre-print con osservazioni analoghe, attribuendo alla temperatura e all’umidità, il fatto che, nella fascia 30°-50° di latitudine nord il virus possa essere molto più pericoloso».

Virus al nord e al sud: non sono ceppi diversi

È stato necessario esaminare le curve epidemiologiche di tutte le regioni italiane per arrivare a queste conclusioni. L’obiettivo era «tentare di capire se, in una nazione compresa nella già citata fascia 30°-50° latitudine nord le curve epidemiche appaiono uniformi oppure sotto l’influenza di un fattore geografico. I dati riportati inequivocabilmente stabiliscono che l’epidemia ha una gravità estrema al nord che progressivamente diminuisce, scendendo. A questo punto si deve rispondere al quesito del perché il nord ha pagato un prezzo estremamente superiore all’infezione di un virus che, in modo simultaneo, dopo il suo sbarco in Lombardia, ha generato curve epidemiche in ogni area del nostro Paese – affermano Roberto e Francesco Ronchetti -. Sembra fin dall’inizio doversi escludere l’ipotesi che il virus, sperimentato al nord, sia in qualche modo diverso, più infettivo, con capacità letali diverse dal virus che invece ha colpito le popolazioni meridionali».

«In nessuna delle oltre 350 epidemie che si sono verificate nel pianeta è stata mai avanzata l’ipotesi che il virus, diffusosi a livello mondiale nell’arco di due-tre mesi, abbia presentato mutazioni così importanti da modificarne in modo significativo le sue capacità infettive – dicono gli esperti -. Contro l’ipotesi di differenze tra il virus che ha colpito nord e sud sta il fatto assai importante che la diminuzione della gravità dell’epidemia è progressiva per cui se il virus fosse diverso nelle varie località dovremmo immaginare numerose modificazioni che giustifichino la gravità progressivamente differente in ogni regione».

«La ricerca scientifica farà luce sulla natura del fattore geografico che abbiamo descritto. Riteniamo tuttavia che sia difficile immaginare che ci siano a breve progressi tali che ci mettano in grado di rimuovere il pericolo territoriale, prima che nel dicembre-gennaio prossimo venturo il virus – concludono – come tutti i virus respiratori, farà la sua nuova comparsa. È urgente, quindi, imparare dagli eventi degli ultimi tre mesi, quello che abbiamo sbagliato e che cosa avremmo dovuto fare in modo differente».



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