Cronaca | News

Come il Coronavirus condizionerà l’università

23 Giugno 2020
Come il Coronavirus condizionerà l’università

Si teme un crollo delle iscrizioni, con conseguente aumento delle diseguaglianze, a causa dell’impoverimento delle famiglie dovuto all’epidemia.

Un film già visto: potrebbe essere questa la sintesi estrema del rapporto di Svimez, l’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, sull’impatto che la pandemia di Coronavirus avrà sul mondo universitario italiano. Svimez prevede un crollo delle iscrizioni agli atenei per l’anno accademico 2020/2021. Su che basi? L’ispirazione arriva dalla precedente crisi economica mondiale 2008 – 2013. Anche in quel caso, l’impoverimento delle famiglie italiane causa recessione pesò sull’educazione cosiddetta terziaria.

Quante iscrizioni in meno

L’allarme, scrivono Luca Bianchi e Gaetano Vecchione, rispettivamente direttore di Svimez e professore dell’università Federico II di Napoli, in una nota diramata da Svimez, riguarda soprattutto il sud Italia. Complessivamente, secondo i loro calcoli, avremo qualcosa come diecimila studenti universitari in meno, 9.500 per la precisione, di cui circa 6.300 nel Mezzogiorno e 3.200 al centro nord. Questo a fronte di 292mila giovani freschi di diploma al Settentrione e 197mila al Meridione.

«La precedente crisi – fa sapere Svimez – ha evidenziato una elevata elasticità di tale tasso all’indebolimento dei redditi delle famiglie soprattutto nel Mezzogiorno. Alla luce di ciò si stima una riduzione del tasso di proseguimento di 3,6 punti nel Mezzogiorno e di 1,5 nel Centro-Nord».

L’effetto combinato del ritardo endemico e della recessione

Il panorama non era già roseo di per sé, considerato il ritardo dell’Italia rispetto agli altri Paesi europei sul fronte dell’istruzione di livello universitario. Qualche dato? Lo fornisce Svimez in base a stime Ocse: negli atenei nostrani «il tasso di immatricolazione (quota dei diciannovenni che si iscrive all’università) dei ragazzi italiani si attesta al 54,7% rimanendo molto al di sotto di altri Paesi europei come Francia (66,2%), Germania (68,3) e Spagna (73%). Questo determina un basso grado di istruzione terziaria dei 30-34enni che si attesta per il 2018 al 34% in Italia rispetto a una media Ue del 45,8%. Nel Mezzogiorno è pari al 26,8%, 12 punti in meno che nel centro-nord dove si attesta al 38,2%, anch’esso al di sotto della media europea».

A questo, come abbiamo già detto, si è sommata la recessione trascinatasi fino al 2013, che ha comportato un calo delle iscrizioni all’università di più di 8 punti percentuali al sud, mai recuperate. Parliamo di qualcosa come 12mila immatricolati in meno, nel 2019, nel Meridione, rispetto al periodo pre-crisi del 2008, registrando i tassi di prosecuzione scuola-università più bassi di tutta l’area Euro.

Come si può correre ai ripari

Svimez mette in campo una serie di proposte per evitare la «desertificazione» degli atenei:

  • rendere sistematica la proposta strutturale del ministero dell’Università di estendere la no tax area da 13mila a 20mila in tutto il Paese, prevedere l’innalzamento a 30mila;
  • prevedere, in conseguenza della crisi, una borsa di studio statale che copra l’intera retta 2020 nelle università pubbliche, vincolata al raggiungimento degli obiettivi previsti dal piano di studi nel primo anno di corso;
  • considerare l’università come fondamentale infrastruttura pubblica dello sviluppo, destinando risorse specifiche del piano europeo Next Generation per rafforzare il diritto allo studio nelle regioni a più basso livello di reddito così da evitare che la crisi anche questa volta finisca per aumentare le diseguaglianze;
  • valorizzare le infrastrutture della ricerca, sostenendo le esperienze positive esistenti nel Mezzogiorno attraverso il rafforzamento di 4-5 poli di formazione, ricerca e innovazione che possano diventare attrattori di capitale umano qualificato e imprese innovative;
  • garantire un investimento sulle infrastrutture digitali che colmi il divario esistente tra atenei del nord e atenei del sud. La crisi ha dimostrato l’utilità degli strumenti digitali e il Mezzogiorno deve farsi trovare pronto per evitare un ulteriore acuirsi del fenomeno della fuga dei cervelli in versione digitale;
  • definire un piano organico di interventi per l’università che coinvolga anche altri livelli istituzionali. Regioni o altri ministeri possono fare la loro parte prevedendo ulteriori misure a sostegno dei giovani che intendono intraprendere la carriera universitaria. Non solo in termini di tasse universitarie ma anche di servizi agli studenti, trasporti pubblici, diritto allo studio. La Campania, la Sicilia, la Puglia hanno già dato ottimi segnali in questo senso.


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