Funerali della Giustizia: com’è andata la celebrazione

23 Giugno 2020
Funerali della Giustizia: com’è andata la celebrazione

L’esito della manifestazione di protesta contro la paralisi del sistema giudiziario che perdura in Fase 3: le dichiarazioni dei principali esponenti oggi a Roma.

Massiccia partecipazione di avvocati stamattina in piazza Cavour a Roma, davanti al palazzo della Corte di Cassazione, per celebrare la clamorosa e triste iniziativa dei funerali della Giustizia, indetta per protestare in maniera emblematica contro la paralisi del sistema giudiziario e il mancato riavvio delle attività dopo il lockdown.

Davanti alla scalinata c’era anche la riproduzione di una bara, come ci comunica l’agenzia stampa Adnkronos che ha seguito l’evento intervistando i principali esponenti della categoria forense. Numerosi i cartelloni e gli striscioni che gli avvocati hanno mostrato durante la manifestazione, con scritte eloquenti del tipo «Si è spenta la giustizia» e «non ti posso difendere». All’iniziativa, oltre al presidente del Consiglio dell’Ordine romano, Antonino Galletti, e il coordinatore dell’Organismo congressuale forense, Giovanni Malinconico, hanno partecipato anche i rappresentanti degli avvocati di tutto il Lazio.

«Un funerale simbolico per mandare un segnale forte alla politica e all’esecutivo, per dire che gli avvocati italiani sono stanchi di promesse non mantenute, di vedere i diritti dei cittadini relegati all’ultimo posto dell’agenda di governo, di udienze rinviate, di processi telematici farraginosi», ha detto Galletti all’Adnkronos, sottolineando che «il tema non è solo il malessere della avvocatura, che pure è fortissimo, ma il fatto che chiudendo le porte delle giustizia, si chiudono le porte in faccia ai cittadini, che alla giustizia si rivolgono per vedere tutelati i loro diritti. Negare la giustizia, impedirne il corretto funzionamento, significa negare i diritti degli italiani».

«La giustizia si è spenta e la colpa è del governo per la sua mancanza di attenzione verso questo settore che resta una cenerentola tra le amministrazioni in ripartenza», ha proseguito Galletti. «Troppo tempo per la celebrazione dei processi, le udienze vengono rinviate di mesi, se non di anni, e le risorse non sono adeguate: nel solo Tribunale di Roma,su 1200 unità di personale ne mancano 400. Non si può pensare al lavoro agile in queste condizioni, bisogna mettere mano al portafoglio e acquisire risorse per soddisfare le esigenze di giustizia dei cittadini perché i diritti e le libertà non vanno in quarantena».

«Di fatto c’è una paralisi della giustizia italiana, basta chiedere a chiunque aveva un’udienza da marzo fino ad oggi – rimarca il presidente del Coa romano. Il 1° luglio tutti aspettano la ripartenza, ma parte delle udienze è già stata rinviata. Noi siamo disponibili anche eventualmente a lavorare nel periodo estivo, ma purtroppo con il rinvio delle udienze anche questo rischia di essere inutile».

«Il problema serio non è solo per questo mese – ha aggiunto Malinconico: si utilizzi il periodo estivo, quando cioè il virus ha allentato i suoi effetti, per mettere davvero in sicurezza i tribunali. Se perdiamo questa occasione, il rischio è che a settembre la giustizia sia definitivamente morta e per noi avvocati è totalmente inaccettabile. C’è bisogno che attorno alla giustizia si crei un piano straordinario di risorse e di attenzione».

Il coordinatore nazionale dell’Organismo congressuale forense denuncia che «attualmente viene rinviato circa l’85% delle cause, ne vengono trattate il 10-15 per cento al massimo. Vuol dire che tutti i diritti lesi restano bloccati. C’è il rischio che alla ripresa tutte le udienze fissate per luglio con modalità alternative vengano rinviate: è un problema serio che va assolutamente risolto altrimenti la ripresa di luglio produrrà ulteriori aggravamenti e rinvii».

Poi, chiede che sul tema della giustizia «si crei un piano straordinario di risorse e di attenzione. La giustizia è funzione primaria dello Stato invece è il fanalino di coda delle amministrazioni pubbliche. I tribunali italiani sono in gran parte in condizioni di inagibilità, avevamo chiesto risorse già prima dell’emergenza perché sono i luoghi in cui lo Stato fa vedere la sua capacità di mantenere la legalità. La pandemia ha fatto capire quanto questo problema sia importante».

Gli avvocati chiedono in particolare direttive anti-Covid uniformi negli uffici e puntano il dito contro lo smart working nelle cancellerie: “Con 500 protocolli diversi sul territorio nazionale è pressoché impossibile lavorare – spiega Luca Conti, presidente dell’Unione degli ordini forensi del Lazio: in ogni ufficio ci sono norme diverse sugli accessi e questo non ci permette di lavorare adeguatamente. Chiediamo al governo direttive generali e uniformi, che la ripartenza sia effettiva. Che sia superato il ‘paravento’ dello smart working che nel settore giustizia non può funzionare visto che i registri di cancelleria non sono accessibili dall’esterno per i cancellieri. Se sono tornati in ufficio i dipendenti di tutti i settori produttivi, possono farlo in sicurezza anche i cancellieri».

«Se non si fanno i processi è perché manca personale, non perché gli avvocati si sottraggono. A questo si collega la situazione di grave sofferenza economica che riguarda la nostra categoria, soprattutto i colleghi più giovani e in età intermedia», aggiunge Gianluca Giannichedda, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Cassino, mentre Attilio Francesco Ferri, presidente del Consiglio dell’Ordine di Rieti, sottolinea che «gli avvocati devono tornare nelle aule di giustizia perché rappresentano anche un presidio di legalità. Non è pensabile che il settore sia ancora nella Fase 1 quando il resto del Paese è ormai nella Fase 3. Così i diritti dei cittadini non sono tutelati».



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