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A che età si può andare a vivere da soli?

24 Giugno 2020 | Autore:
A che età si può andare a vivere da soli?

Quando può decidere un giovane di lasciare la propria famiglia per avere completa autonomia? Viceversa, i genitori possono cacciare via un figlio fannullone?

Forse, mai come adesso, si avverte nelle famiglie un gap generazionale così marcato tra genitori e figli. Complici, molto probabilmente, i social network, che hanno accelerato l’evoluzione dei ragazzi e del loro pensiero, quasi come se la loro vita trascorresse in timelapse, ad un ritmo vertiginoso che li fa sentire autonomi molto presto, a volte anche quando ancora non lo sono. Complice, però, anche una spinta da parte dei genitori stessi affinché crescano in fretta, perché il padre e la madre non hanno più il tempo e il modo di dedicarsi alla famiglia come una volta, a causa del lavoro, delle nuove esigenze. Così, quando meno si sospetta, quando non ha ancora compiuto i 18 anni, il figlio si siede una sera a tavola e annuncia, candidamente, che se ne va, che si sente pronto a intraprendere la sua strada per conto suo. Non solo: fa anche sapere di avere già trovato una casa in affitto a buon mercato e che nel fine settimana ha intenzione di traslocare. Può farlo? A che età si può andare a vivere da soli?

Va detto subito che per avere certi diritti e certe facoltà non bisogna attendere per forza i 18 anni. Già a 16 anni, ad esempio, è possibile firmare certi contratti di lavoro che potrebbero rendere il ragazzo autonomo. Volendo, potrebbe perfino sposarsi, grazie allo status di minore emancipato. Il che, però, potrebbe non bastare per salutare definitivamente mamma e papà. Vediamo, allora, a che età si può andare a vivere da soli e se questa può essere una decisione che un minorenne può prendere autonomamente, anche con il parere contrario dei genitori.

Un maggiorenne può andare a vivere da solo?

Partiamo dal fatto più sicuro, cioè quello del ragazzo o della ragazza che ha già compiuto i 18 anni e che sente il bisogno di andare a vivere da solo, con o senza il consenso dei genitori. È il fatto più sicuro perché, come si può immaginare, quando un giovane diventa maggiorenne può decidere per sé al 100%, in quanto diventa completamente responsabile delle proprie azioni, nel bene e nel male.

Questo vuol dire che, da quel momento in poi, può decidere in qualsiasi momento di staccarsi dalla famiglia e di andare a vivere da solo, a meno che compiendo quel gesto non lasci i genitori in una condizione tale di difficoltà da mettere a rischio la loro vita o la loro incolumità fisica. A questo punto, scatta l’illecito penale.

Immagina, ad esempio, chi vuole a tutti i costi vivere per conto suo e lascia il padre o la madre o entrambi in condizioni di indigenza totale. O che i genitori soffrano di una malattia degenerativa che non consenta loro di badare a sé stessi e li lasci da soli. Nulla impedisce al figlio di andare a vivere da un’altra parte, purché, comunque, si prenda cura di loro in qualche modo, magari assumendo una badante oppure garantendo ai genitori almeno il minimo indispensabile per sopravvivere.

Un minorenne può andare a vivere da solo?

Qui il discorso, ovviamente, cambia. Per sapere se un minorenne può andare a vivere da solo, occorre innanzitutto, guardare il Codice civile, dove c’è un articolo [1] che dice: «Finché il figlio non compie 18 anni o fino a quando non viene emancipato (situazione che si realizza con il matrimonio a 16 anni) non può abbandonare la casa dei genitori o del genitore che esercita su di lui la responsabilità genitoriale né la dimora da esso assegnatagli». Quest’ultimo passaggio si riferisce, ad esempio, alla casa del genitore separato a cui il figlio è stato affidato.

Questo significa, dunque, che fino alla maggiore età o fino a quando un 16enne non diventa emancipato con il matrimonio, non è possibile andare a vivere da soli.

E se il ragazzo non vuole sentire ragioni e lascia, comunque, la casa dei genitori pur non avendo raggiunto la maggiore età? In questo caso, non è il giovane a rischiare ma i suoi genitori. Può sembrare il colmo, ma è davvero così. Sono loro, infatti, a rispondere delle azioni illecite del figlio finché costui è minorenne, sulla base della legge secondo cui «il minore ha diritto di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia» [2].

Che cosa possono fare i genitori? Intanto, ricorrere – se è proprio necessario – ad un giudice tutelare per richiamare il figlio. Vuol dire che possono andare ad un commissariato o a una caserma dei Carabinieri per denunciare il fatto. Le forze dell’ordine cercheranno il ragazzo e, una volta trovato, lo condurranno dai genitori. Ovviamente, sempre che il minore non abbia avuto dei validi motivi per allontanarsi, ad esempio seri episodi di violenza o di maltrattamenti. In questo caso, potrebbe essere affidato ad una casa-famiglia. Tuttavia, Polizia o Carabinieri possono intervenire con la forza solo se hanno ricevuto un mandato dal giudice.

Un genitore può cacciare il figlio di casa?

Può anche capitare il contrario, cioè che un giovane debba andare a vivere da solo perché costretto dal genitore a lasciare la dimora familiare. È il tipico caso, ad esempio, di chi ha già una certa età e si sente dire dal padre o dalla madre che è ora di finirla e che la deve smettere di dipendere sempre dagli altri, che deve pensare a badare a sé stesso.

Qui, non c’entra l’età, ma il dovere dei genitori, sancito dalla legge, di mantenere i figli fino a quando questi non sono in grado di sostenersi da soli perché hanno raggiunto l’autosufficienza. «Mantenere i figli» non significa soltanto garantire cibo, vestiti e istruzione, ma anche un alloggio. Pertanto, stando alla normativa, non si può cacciare via un figlio e pretendere che viva da solo se non ha i mezzi per farlo.

Anche se non mancano le sentenze con cui i tribunali cominciano a dire che, in effetti, ad un certo punto è ora di svegliarsi. Mediamente, è stato stabilito che attorno ai 35 anni si può perdere il diritto ad essere mantenuti dai genitori, indipendentemente dal fatto che il lavoro lo si cerchi disperatamente o lo si rifiuti, che si sia uno studente modello o un perenne fannullone.


note

[1] Art. 318 cod. civ.

[2] L. n. 184/1983, art. 1.


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