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Quanto spetta di cassa integrazione?

25 Giugno 2020
Quanto spetta di cassa integrazione?

Quando un’impresa affronta un periodo di crisi temporanea e risolvibile può mettere i dipendenti in cassa integrazione.

La cassa integrazione rappresenta molto spesso un motivo di preoccupazione per il dipendente il quale si chiede che futuro avrà l’azienda in cui lavora e se potrà mantenere il suo posto di lavoro a lungo. Inoltre, nell’immediato, il lavoratore teme di subire una forte penalizzazione economica a causa dell’accesso all’ammortizzatore sociale e si chiede: quanto spetta di cassa integrazione?

Come vedremo, la risposta a questa domanda dipende dalle modalità con cui il lavoratore viene messo in cassa integrazione. Infatti, la situazione è diversa nel caso in cui il lavoratore venga sospeso a zero ore rispetto al caso in cui il lavoratore subisca una mera riduzione della propria prestazione lavorativa. Inoltre, esiste un tetto massimo erogabile mensilmente a titolo di cassa integrazione che non può, in ogni caso, essere superato.

Che cos’è la cassa integrazione?

Lo Stato italiano, al pari dei principali stati europei viene definito Stato sociale [1]. Con questa definizione si intende un ordinamento nel quale viene garantita l’economia di libero mercato, ma lo Stato pone in essere una serie di interventi per correggere le conseguenze sociali che la concorrenza ed il libero mercato determinano.

In particolare, nel nostro ordinamento, lo Stato offre una serie di prestazioni sociali ai lavoratori che si trovano in una condizione di difficoltà economica a causa di un fatto, a loro non imputabile, che incide negativamente sulla loro capacità di produrre reddito. È il caso del lavoratore in malattia, che riceve un’apposita indennità di malattia dall’Inps. È il caso della donna incinta che, non potendo recarsi regolarmente al lavoro, riceve un’apposita indennità dall’Inps. È il caso del lavoratore che perde involontariamente il lavoro che, ritrovandosi senza un reddito, riceve la Naspi dall’Inps.

Accanto a queste forme di protezione sociale troviamo i cosiddetti ammortizzatori sociali. Si tratta di strumenti pensati per tutelare il reddito dei lavoratori che operano presso aziende che attraversano un temporaneo periodo di crisi.

Il principale ammortizzatore sociale è la cassa integrazione. Anche se, come vedremo, nel nostro ordinamento ci sono diverse tipologie di cassa integrazione, il funzionamento di questo strumento è sempre il medesimo.

L’azienda, trovandosi in una situazione temporanea di crisi, può sospendere o ridurre l’attività lavorativa dei dipendenti e chiedere l’intervento della cassa integrazione che erogherà ai lavoratori un trattamento di integrazione salariale volto a compensare, quantomeno in parte, la retribuzione persa a causa della sospensione o riduzione della prestazione di lavoro.

Quali sono le tipologie di cassa integrazione?

Come abbiamo detto, nel nostro ordinamento, ci sono diverse tipologie di cassa integrazione. Quando ad un’azienda viene assegnata una matricola previdenziale Inps, la stessa azienda viene inquadrata all’interno di uno specifico sistema di ammortizzatore sociale.

L’appartenenza di un’azienda ad uno strumento di cassa integrazione piuttosto che ad un altro dipende, essenzialmente, dal settore merceologico in cui l’azienda opera e dal numero dei dipendenti addetti.

Sulla base di questi due fondamentali criteri discretivi possiamo individuare le seguenti tipologie di cassa integrazione:

  • cassa integrazione guadagni ordinaria (Cigo): interviene di fronte a flessioni temporanee della produzione determinate da eventi di mercato o da intemperie stagionali. E’ lo strumento di integrazione salariale tipico del settore industriale;
  • cassa integrazione guadagni straordinaria (Cigs): interviene a fronte di una riorganizzazione aziendale, di una crisi aziendale o di un contratto di solidarietà difensivo stipulato a livello aziendale, con cui azienda e sindacati hanno deciso che, per evitare i licenziamenti, verrà ridotto l’orario di lavoro a tutti i dipendenti;
  • fondo di integrazione salariale (Fis): si tratta di uno strumento residuale che si applica a tutte le aziende che occupano mediamente più di 5 dipendenti e alle quali non si applicano Cigo e Cigs. Il Fis eroga due diversi strumenti di integrazione salariale: l’assegno ordinario, attivabile sia per le causali della Cigo (con esclusione delle intemperie stagionali) che per le causali della Cigs (con esclusione del contratto di solidarietà) e l’assegno di solidarietà, del tutto analogo ad un contratto di solidarietà difensivo;
  • fondi di solidarietà bilaterali: in questo caso lo strumento di cassa integrazione è erogato da un fondo che possiamo definire privato essendo istituito dalle parti sociali firmatarie del contratto collettivo nazionale di settore.

Ogni azienda deve essere consapevole di qual è lo strumento di ammortizzazione sociale cui può accedere in caso di crisi. Ciò per due motivi: innanzitutto per individuare lo strumento adatto al momento del bisogno; in secondo luogo per determinare a quale soggetto versare la relativa contribuzione.

Infatti la cassa integrazione si finanzia attraverso una specifica aliquota di contributi previdenziali versata per ogni rapporto di lavoro dal datore di lavoro con una percentuale a carico suo e con una percentuale a carico del lavoratore.

Quanto spetta di cassa integrazione?

Come abbiamo detto, la cassa integrazione interviene a fronte della decisione dell’azienda di sospendere o ridurre l’attività lavorativa dei dipendenti. In alcuni casi, l’esigenza di compressione dell’attività di lavoro è così profonda che l’azienda decide di sospendere a zero ore il lavoratore. Ciò significa che, durante il periodo della cassa integrazione, il lavoratore è completamente esonerato dalla prestazione lavorativa e non deve recarsi al lavoro. In questo caso il lavoratore riceverà unicamente la cassa integrazione non essendoci una prestazione di lavoro a favore del datore di lavoro.

In altri casi, invece, l’azienda ha l’esigenza di ridurre la prestazione di lavoro del dipendente senza tuttavia azzerarla. In questo caso, l’orario di lavoro del lavoratore verrà ridotto e il lavoratore percepirà la cassa integrazione a compensazione delle ore di mancato lavoro e la retribuzione a carico del datore di lavoro con riferimento alle ore di lavoro effettivamente prestate (ovviamente parametrata alle ore di lavoro lavorate).

Per quanto riguarda l’importo del trattamento di integrazione salariale, in linea generale, la cassa integrazione copre l’80% della retribuzione persa dal lavoratore a causa della sospensione o riduzione dell’orario di lavoro. È previsto, tuttavia, un importo massimo mensile erogabile titolo di cassa integrazione detto massimale cassa integrazione. Tale importo massimo è stabilito dalla legge che prevede un meccanismo di rivalutazione annuale dell’importo al fine di adeguarlo agli scostamenti dei prezzi dei beni di consumo delle famiglie degli operai ed impiegati rilevati dall’Istat. L’Inps, con una propria circolare annuale, comunica l’importo del massimale cassa integrazione all’esito della rivalutazione.

Per l’anno 2020 [2] sono previsti i seguenti massimali:

  • lavoratori con retribuzione mensile inferiore o pari ad euro 2.159,48 (compresi i ratei delle mensilità aggiuntive): euro 998,18 lordi che, al netto del 5,84%, sono pari ad euro 939,89;
  • lavoratori con retribuzione mensile superiori ad € 2.159,48 (compresi i ratei delle mensilità aggiuntive): euro 1.199,72 lordi che, al netto del 5,84%, sono pari ad euro 1.129,66.

La presenza del massimale cassa integrazione fa sì che, in realtà, non per tutti i lavoratori il trattamento di integrazione salariale arriva a coprire il 80% della retribuzione persa in quanto, chi ha redditi più alti, stante la presenza del massimale, otterrà una integrazione salariale più bassa del 80% del reddito perso.

Chi paga la cassa integrazione?

In linea generale, la normativa in materia di ammortizzatori sociali [3] prevede che il trattamento di integrazione salariale venga anticipato dal datore di lavoro alle normali scadenze del periodo di paga e, successivamente, conguagliato dall’azienda con i contributi dovuti all’Inps. In questo caso, dunque, i lavoratori non devono temere ritardi nell’erogazione della cassa integrazione visto che il trattamento di integrazione salariale verrà anticipato dal datore di lavoro che poi provvederà a recuperarlo presso l’Inps.

La legge, tuttavia, prevede la possibilità per il datore di lavoro di richiedere il pagamento diretto del trattamento di integrazione salariale da parte dell’Inps. Per ottenere il pagamento diretto, il datore di lavoro deve documentare la presenza di una situazione economico-contabile critica soprattutto dal punto di vista della liquidità che non gli consente l’anticipazione del trattamento di integrazione salariale. In questa seconda ipotesi, il datore di lavoro deve tempestivamente inviare all’Inps i dati che consentono all’istituto previdenziale l’elaborazione delle paghe da inviare direttamente ai lavoratori. Tale onere viene assolto attraverso l’invio del modello sr41.

Occorre precisare che, nel caso della cassa integrazione guadagni in deroga, la regola generale è il pagamento diretto del trattamento da parte dell’Inps.

A chi occorre richiedere la cassa integrazione?

La gestione amministrativa della cassa integrazione dipende dalla tipologia di strumento che viene attivato dall’azienda. Per quanto concerne la Cigo e il Fis, questi strumenti sono di esclusiva competenza dell’Inps sia per quanto concerne la domanda di accesso allo strumento sia per la gestione contabile.

Per quanto riguarda la Cigs, l’autorizzazione del trattamento di integrazione straordinario compete al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – Direzione ammortizzatori sociali – che autorizza il trattamento con proprio decreto.

Una volta emanato il decreto, va quindi chiesta l’autorizzazione al conguaglio all’Inps che si occupa solo della parte economico-contabile del trattamento.

La cassa integrazione guadagni in deroga, invece, è solitamente gestita dalle Regioni le quali autorizzano il trattamento di integrazione salariale in deroga con proprio decreto passando, poi, la palla all’Inps per quanto concerne la gestione contabile.


note

[1] Art. 38 Cost.

[2] Inps, Circolare n. 20/2020.

[3] D. Lgs. 148/2015.


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