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Quando non si ha diritto alla disoccupazione?

20 Agosto 2020
Quando non si ha diritto alla disoccupazione?

Nel nostro mercato del lavoro, continua ad esserci una forte differenziazione di tutele tra il lavoro subordinato e lavoro autonomo e importanti strumenti di tutela, come la disoccupazione, continuano a spettare solo ai lavoratori dipendenti.

La perdita del lavoro è un evento della vita che rappresenta un forte cambiamento per la persona. Dal punto di vista sociale, la disoccupazione rischia di far scivolare il lavoratore e la sua famiglia al di sotto della soglia di povertà. Per questo lo Stato ha sempre previsto degli strumenti di tutela del reddito del lavoratore in caso di disoccupazione involontaria. Tuttavia, non sempre il lavoratore che perde il lavoro ha diritto alla disoccupazione.

Quando non si ha diritto alla disoccupazione? Innanzitutto, come vedremo, il diritto alla disoccupazione dipende dalla tipologia di rapporto di lavoro che è cessato. Continua, infatti, a sussistere nel nostro ordinamento una forte diversità di tutele tra lavoro autonomo e lavoro subordinato. Inoltre, per poter accedere alla disoccupazione, occorre possedere anche altri requisiti.

Che cos’è la disoccupazione?

La disoccupazione è la condizione del lavoratore che perde il lavoro. Questo concetto si differenzia dalla differente nozione di inoccupazione che si ha, invece, quando il lavoratore non è mai riuscito ad entrare nel mercato del lavoro.

In un mercato del lavoro dinamico, la disoccupazione non è, di per sé, un evento traumatico in quanto il lavoratore, soprattutto se dotato di importanti competenze specialistiche, riesce agevolmente a ricollocarsi sul mercato del lavoro presso un altro datore di lavoro.

Nel nostro ordinamento, tuttavia, anche a causa delle carenze del sistema di politiche attive del lavoro, vale a dire di quel sistema di politiche pubbliche atte a favorire la rioccupazione e la riqualificazione professionale di chi perde il lavoro, tuttavia, la perdita del lavoro è stata sempre considerata un evento da guardare con grande preoccupazione. Infatti, perdendo il lavoro, si perde anche il reddito da cui deriva la garanzia di una vita dignitosa per sé e per la propria famiglia. Proprio per questo, la nostra Costituzione [1] prevede che lo Stato debba sostenere economicamente il lavoratore in caso di disoccupazione involontaria.

In attuazione di questo principio costituzionale, è stata introdotta l’indennità di disoccupazione che, a partire dal 2015, si chiama nuova assicurazione sociale per l’impiego, più conosciuta con l’abbreviazione Naspi.

La Naspi è l’indennità mensile di disoccupazione che spetta ai lavoratori subordinati che hanno perduto involontariamente il lavoro a partire dal primo maggio 2015 [2].

Quando si ha diritto alla disoccupazione?

Il primo requisito per avere diritto alla disoccupazione è la perdita involontaria del lavoro. La Naspi, infatti, spetta solo per eventi di disoccupazione involontari, vale a dire, che sono avvenuti contro la volontà del lavoratore stesso. È per questo che la Naspi spetta in caso di licenziamento, in quanto, in questo caso, la decisione di recedere dal rapporto è assunta dal datore di lavoro senza il consenso del lavoratore.

Viceversa, nel caso delle dimissioni volontarie o della risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, la cessazione del rapporto è determinata da un atto consensuale del lavoratore e, in linea generale, la disoccupazione non spetta.

A questa regola generale, tuttavia, sono previste delle deroghe. Si tratta di quei casi in cui, anche se formalmente il rapporto di lavoro cessa per effetto delle dimissioni o della risoluzione consensuale del rapporto, in realtà, dal punto di vista sostanziale, la fine del rapporto è in un certo senso subita dal lavoratore e non da egli liberamente scelta.

La disoccupazione spetta al lavoratore anche in caso di:

  • dimissioni per giusta causa, ossia determinate da un comportamento gravemente inadempiente del datore di lavoro che rende il rapporto di lavoro non più proseguibile, neanche temporaneamente, per il lavoratore. È il caso di condotte gravi poste in essere dal datore di lavoro come molestie, demansionamento, mobbing, trasferimento immotivato, mancato pagamento dello stipendio, etc.;
  • risoluzione consensuale del rapporto di lavoro determinata dal fatto che il lavoratore ha rifiutato il trasferimento in una sede lavorativa situata ad oltre 50 km dalla propria residenza o mediamente raggiungibile con oltre 80 minuti con i mezzi pubblici;
  • risoluzione consensuale del rapporto di lavoro sottoscritta dalle parti di fronte all’Ispettorato territoriale del lavoro, nel contesto della procedura di conciliazione prevista in caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, per i lavoratori assunti prima del 7 marzo 2015 e dipendenti da imprese con più di 15 dipendenti.

Oltre alla perdita involontaria del lavoro si ha diritto alla disoccupazione solo se il rapporto di lavoro che si è concluso era un rapporto di lavoro subordinato, ivi incluso:

  • contratto di apprendistato;
  • contratto di lavoro subordinato del personale artistico;
  • contratto di lavoro subordinato tra cooperativa e socio lavoratore;
  • contratto di lavoro subordinato a tempo determinato alle dipendenze di una pubblica amministrazione.

Sono, inoltre, previsti, per avere diritto alla disoccupazione, due ulteriori requisiti:

  1. requisito lavorativo: nei 12 mesi che precedono l’inizio dello stato di disoccupazione il lavoratore deve aver lavorato per almeno 30 giornate di effettivo lavoro. Per “giornate di effettivo lavoro” si intende qualsiasi giornata in cui il lavoratore è andato a lavorare, indipendentemente dal numero di ore effettivamente lavorate;
  2. requisito contributivo: nei 4 anni che precedono la cessazione del rapporto di lavoro, devono risultare versati, con riferimento al lavoratore, almeno 13 settimane di contributi previdenziali contro la disoccupazione involontaria.

Quando ricorrono tutti gli anzidetti requisiti il lavoratore ha diritto alla disoccupazione.

Quando non si ha diritto alla disoccupazione?

Quando, invece, gli anzidetti requisiti non sono rispettati il lavoratore non ha diritto alla disoccupazione.

Non hanno, dunque, diritto alla disoccupazione:

  • lavoratori autonomi;
  • collaboratori coordinati e continuativi (co.co.co.);
  • dipendenti pubblici assunti con contratto di lavoro a tempo indeterminato;
  • lavoratori che, nei quattro anni che precedono lo stato di disoccupazione, hanno versato meno di 13 settimane di contributi contro la disoccupazione volontaria;
  • lavoratori che, nei 12 mesi che precedono lo stato di disoccupazione, hanno lavorato per un numero di giornate di effettivo lavoro inferiori a 30;
  • lavoratori che non hanno firmato la dichiarazione di immediata disponibilità all’impiego (Did);
  • lavoratori che hanno presentato la domanda di disoccupazione oltre i termini massimi previsti dalla legge a pena di decadenza;
  • lavoratori il cui rapporto di lavoro è cessato per effetto delle dimissioni volontarie o della risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, salve le ipotesi viste prima.

Naspi quanto spetta?

Il calcolo della Naspi dipende dalla retribuzione media del lavoratore, imponibile ai fini previdenziali, nei 4 anni che precedono la cessazione del rapporto di lavoro.

Se la retribuzione media è inferiore a un importo di riferimento previsto dalla legge, l’assegno mensile Naspi sarà pari al 75% della retribuzione media. Se, viceversa, la retribuzione media è superiore all’importo di riferimento previsto dalla legge, l’assegno mensile Naspi sarà pari al 75% dell’importo di riferimento di legge a cui si aggiunge il 25% della retribuzione media.

In ogni caso, l’importo non può superare un tetto massimo, detto massimale Naspi, definito dalla legge e rivalutato annualmente dall’Inps, con una apposita circolare, sulla base dell’indice di inflazione registrato dall’Istat.

Per quanto riguarda il 2020, la retribuzione di riferimento per il calcolo della indennità di disoccupazione Naspi è pari ad euro 1.227,55 mentre l’importo massimo mensile della Naspi per il 2020 è fissato in euro 1.335,40 [3].

Inoltre, l’importo della Naspi tende a ridursi nel tempo in quanto, a partire dal primo giorno del quarto mese successivo alla fruizione del beneficio, l’assegno si riduce del 3% per ogni mese.

Naspi: come fare domanda?

Per ottenere la disoccupazione occorre presentare una apposita domanda all’Inps direttamente sul portale telematico dell’istituto previdenziale, nell’apposita sezione.

La procedura di domanda Naspi può essere fatta direttamente dal lavoratore disoccupato, accedendo al portale con le proprie credenziali personali, oppure rivolgendosi ad un intermediario autorizzato dall’istituto. Di solito svolgono questa funzione i patronati.

Ci si deve, tuttavia, ricordare che è previsto un termine per la presentazione della domanda Naspi sotto pena di decadenza. Il termine è di 68 giorni che decorrono:

  • dalla data di cessazione del rapporto di lavoro;
  • dalla cessazione del periodo di maternità indennizzato;
  • dalla cessazione del periodo di malattia indennizzato o di infortunio sul lavoro/malattia professionale;
  • dalla definizione della vertenza sindacale o dalla data di notifica della sentenza giudiziaria;
  • dalla cessazione del periodo corrispondente all’indennità di mancato preavviso ragguagliato a giornate;
  • in caso di licenziamento per giusta causa, dal trentottesimo giorno dopo la data di cessazione.

Una volta ricevuta la domanda l’Inps effettuerà l’istruttoria e verificherà il possesso dei requisiti richiesti dalla legge per l’erogazione dell’indennità di disoccupazione. In caso di diniego, il lavoratore potrà fare ricorso, dapprima, in via amministrativa, al Comitato provinciale Inps competente per territorio.

Se il Comitato provinciale Inps conferma il diniego o non risponde entro 90 giorni dalla presentazione del ricorso, il disoccupato potrà agire in via giudiziale, presentando apposito ricorso al giudice del lavoro. Il tribunale del lavoro dovrà stabilire se il diniego dell’Inps è legittimo o meno, accertando il diritto del disoccupato ad ottenere la Naspi.


note

[1] Art. 38, Cost.

[2] D. Lgs. 22/2015.

[3] Inps, Circolare n. 20/2020.


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