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Calcolo risarcimento per licenziamento illegittimo

26 Giugno 2020
Calcolo risarcimento per licenziamento illegittimo

L’indennizzo previsto dal Jobs Act non deve essere calcolato solo sulla base dell’anzianità di servizio ma anche sulla base di altri parametri. 

Con il Jobs Act, le ipotesi in cui, a fronte di un licenziamento illegittimo, spetta la reintegra sono divenute l’eccezione. La regola è, invece, quella del risarcimento. Ma come avviene il calcolo risarcimento per licenziamento illegittimo? Le originarie regole sono state oggetto di più interventi da parte della giurisprudenza, sicché l’iniziale impianto normativo è stato stravolto. 

Per sapere dunque quanto spetta di indennizzo a seguito della pronuncia del giudice che dichiari nulla la risoluzione del rapporto di lavoro da parte dell’azienda è necessario conoscere una serie di elementi che, nella legge, non è possibile trovare.

Di tanto parleremo meglio in questo articolo. Spiegheremo cioè qual è il risarcimento per licenziamento illegittimo e come si calcola. Lo faremo tenendo conto di due importanti pronunce della Corte Costituzionale che si sono susseguite nel giro di tre anni, la prima nel 2018 [1] e la seconda nel 2020 [2]. Ma procediamo con ordine.

Quando spetta il risarcimento per licenziamento illegittimo?

Dicevamo, in apertura, che il licenziamento illegittimo determina, di regola, l’obbligo del risarcimento e, solo in via residuale, la reintegra (ossia il ripristino del rapporto di lavoro). Quest’ultima spetta quando il licenziamento è discriminatorio, è verbale, avviene per causa di maternità o per via del matrimonio e, infine, quando viene contestato un motivo disciplinare ma il fatto non è mai avvenuto. 

Diverso è, invece, il caso in cui viene comminato il licenziamento per una condotta la cui gravità avrebbe richiesto una sanzione meno grave (di tipo, cioè, “conservativo”, ossia che fa salvo il contratto di lavoro): in tale ipotesi, è dovuto soltanto il risarcimento.

In generale, possiamo dire che tutte le volte in cui non spetta la reintegra sul posto è possibile ottenere solo il risarcimento da parte dell’azienda.

Ricordiamo infine che, proprio di recente, la Corte di Giustizia dell’Unione europea, ha detto che, nel periodo tra l’illegittimo licenziamento e la reintegrazione nel posto di lavoro, il dipendente matura comunque le ferie [3]. Secondo gli eurogiudici, il periodo tra il licenziamento illegittimo e la reintegrazione va assimilato a un periodo di lavoro effettivo ai fini della maturazione del diritto alle ferie annuali retribuite.

Quanto spetta di risarcimento per licenziamento illegittimo?

Il “Jobs Act” [4], per come modificato dal cosiddetto “Decreto Dignità” [5], almeno per gli assunti dal 7 marzo 2015, stabilisce che al dipendente illegittimamente licenziato spetta una indennità risarcitoria pari a 2 mensilità dell’ultima retribuzione (di riferimento per il calcolo del TFR) per ogni anno di servizio (per le piccole imprese invece la mensilità è 1 soltanto). Tale indennizzo non può comunque mai essere più basso di 6 mensilità o più alto di 36 mensilità. 

Il dato da tenere in considerazione è quindi l’anzianità di servizio.

Per gli assunti prima del 7 marzo 2015, invece, l’indennità va da un minimo di 12 a un massimo di 24 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto.

Senonché, con un primo intervento [1], la Corte Costituzionale ha detto che è illegittimo quantificare il licenziamento solo sulla base dell’anzianità di servizio, ma bisogna tener conto di una serie di ulteriori variabili come:

  • numero dei dipendenti occupati;
  • dimensioni dell’attività economica;
  • comportamento delle parti;
  • condizioni delle parti.

Spetta quindi al giudice valutare caso per caso, senza essere imbrigliato in calcoli matematici prefissati dalla legge. Ogni caso ha una storia a sé ed è giusto – secondo il pensiero della Corte Costituzionale – che sia il tribunale a decidere e non la legge in modo aprioristico. 

La quantificazione del risarcimento secondo la semplice anzianità di servizio, a detta della Consulta, viola il principio di uguaglianza, in quanto produce un’ingiustificata omologazione di situazioni diverse; in più, viola il principio di ragionevolezza (l’indennità di due mensilità viene considerata insufficiente a garantire un adeguato ristoro del concreto pregiudizio subito dal lavoratore licenziato e, pertanto, non è in grado di dissuadere il datore di lavoro dal licenziare un dipendente anche se in modo illegittimo).

Il licenziamento, secondo la Corte, causa un pregiudizio che varia in funzione di fattori diversi; l’anzianità nel lavoro è sicuramente uno di questi fattori, ma non può essere considerato in modo esclusivo.

L’effetto di quella pronuncia è stato l’immediato ritorno alla discrezionalità dei magistrati del lavoro nel determinare l’indennità risarcitoria nella delicata materia dei licenziamenti. 

C’è un’ultima ed importante precisazione da fare in merito a tale sentenza: essa si è riferita al caso di illegittimo licenziamento per giustificato motivo oggettivo o per giusta causa.

Di tanto abbiamo parlato nell’articolo: Licenziamento illegittimo: quanto spetta di risarcimento?

Con una seconda pronuncia [2], la Corte Costituzionale ha ribadito il principio appena descritto affermando che, anche nei licenziamenti illegittimi viziati da errori formali o procedurali, il risarcimento dovuto al lavoratore non può essere ancorato al solo elemento dell’anzianità di servizio: anche in queste fattispecie “minori” sarebbe illegittimo «un criterio rigido e automatico». La nuova pronuncia quindi chiude il cerchio, rispetto alla precedente, e stabilisce il principio della discrezionalità del giudice nel calcolo del risarcimento a qualsiasi ipotesi di licenziamento illegittimo, non solo a quelle dovute per motivi disciplinai. 

In questo modo, la Consulta ha dichiarato incostituzionale parte dell’articolo 4 del Dlgs 23 del 2015, in particolare l’inciso «di importo pari a una mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio» (vale a dire, il criterio attualmente fissato per determinare il ristoro economico a favore del lavoratore illegittimamente licenziato per vizi formali o procedurali, che oscilla da due a 12 mensilità).

Di conseguenza, ha dichiarato la Corte Costituzionale, nel rispetto dei limiti minimo e massimo, la quantificazione dell’indennità deve avvenire tenendo conto innanzitutto dell’anzianità di servizio, ma anche di ogni altro criterio desumibile in chiave sistematica dall’evoluzione della disciplina limitativa dei licenziamenti: numero dipendenti occupati; dimensioni dell’attività economica; comportamento e condizioni delle parti. 

Per la Corte, insomma, la sola anzianità di servizio non è sufficiente a determinare l’indennità dovuta a ristoro di un ingiustificato licenziamento, traducendosi in una sorta di liquidazione legale, «forfetizzata e standardizzata», per l’ingiusta perdita del posto di lavoro.

Il regime è nuovo perché si applica ai lavoratori assunti dal 7 marzo 2015; a quelli già in forza a tale data, invece, continua ad applicarsi il vecchio regime che, in sostanza, tutela tutti i casi di licenziamenti illegittimi con la «reintegrazione nel posto di lavoro» (art. 18, legge n. 300/1970).  

Offerta di conciliazione per il licenziamento illegittimo

Per i lavoratori assunti dopo il Jobs Act – cui si applica pertanto la disciplina del contratto di lavoro a tutele crescenti – è prevista la possibilità di una speciale conciliazione: l’azienda può proporre al lavoratore di firmare un accordo dinanzi ai sindacati o alla direzione del lavoro, offrendogli – entro 60 giorni dalla comunicazione del licenziamento – con assegno circolare, una indennità pari a mezza mensilità dell’ultima retribuzione (di riferimento per il calcolo del TFR) per ogni anno di servizio, in misura comunque non inferiore a 1,5 e non superiore a 6 mensilità.

Ciò non esclude comunque che le parti raggiungano anche altre forme di accordo. 

Con l’accettazione dell’assegno il lavoratore rinuncia a impugnare il licenziamento e il rapporto di lavoro si estingue definitivamente. 

Chiaramente, anche l’accettazione di tale offerta conciliativa diventerà meno conveniente con la nuova sentenza della Corte Costituzionale.


note

[1] C. Cost. sent. n. 194/2018. 

[2] C. Cost. Informazione provvisoria del 25.06.2020.

[3] C. Giust. UE cause C-762/18 della Bulgaria e C-37/19 dell’Italia.

[4] Decreto legislativo 23/2015, art. 4.

[5] Decreto legge 87/2018.

Autore immagine: it.depositphotos.com


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