Ex magistrato Tangentopoli: «il carcere va abolito»

26 Giugno 2020 | Autore:
Ex magistrato Tangentopoli: «il carcere va abolito»

Gherardo Colombo, pm componente del pool Mani pulite, ha dichiarato: «Per metterci una persona dovresti aver provato cos’è, almeno per una settimana».

L’inchiesta “Mani pulite” che, nei primi anni Novanta, ha portato alla scoperta delle enormi corruzioni di Tangentopoli, ha fatto crollare il sistema politico della prima Repubblica. Il pool dei magistrati della Procura di Milano, all’epoca guidata da Francesco Saverio Borrelli, veniva però accusato di fare un uso troppo “disinvolto” delle manette: usare la custodia cautelare in carcere come strumento di pressione per indurre gli indagati a confessare e rivelare i nomi dei complici.

Un’accusa che gli inquirenti hanno sempre respinto, anche nelle occasioni più drammatiche, come quella del suicidio del presidente dell’Eni, Gabriele Cagliari, impiccatosi nella sua cella dopo 4 mesi di carcerazione preventiva e quello del finanziere Raul Gardini, che nell’imminenza del suo arresto si sparò un colpo di pistola, convinto che stessero per arrivare a lui.

«Siamo cani in un canile. La convinzione che mi sono fatto è che i magistrati considerano il carcere nient’altro che uno strumento di lavoro, di tortura psicologica, anche se si tratta della pelle della gente. Il carcere non è altro che un serraglio per animali senza teste né anima», scrisse Cagliari in una lettera spedita alla moglie prima di togliersi la vita. «Il suicidio di Cagliari è una disperata protesta contro la disumanità del carcere», afferma il figlio Stefano nel libro “Storia di mio padre”.

Tra i magistrati che componevano il pool oltre a Antonio Di Pietro c’erano anche Piercamillo Davigo e Gherardo Colombo. Quest’ultimo, che ha lavorato per decenni a Milano, prima come giudice istruttore e poi come sostituto procuratore, si è dimesso in anticipo dalla magistratura, nel 2007, per dedicarsi alla scrittura di saggi e alla diffusione della cultura della legalità, specialmente nelle scuole.

Oggi, Gherardo Colombo, in un’intervista a a ‘Il Dubbio‘ riportata dall’Adnkronos, dice: «Di esperienze ne ho avute molte e tutte confermano la mia convinzione ormai sicura che, così com’è qui da noi, il carcere dovrebbe essere abolito». L’ex magistrato rivela anche il motivo del suo pensiero: «ormai sono convintissimo che la pena non serva a dissuadere dal commettere reati».

E spiega anche perché non la pensa più come in passato: «Il carcere – afferma – per me era uno strumento. Credevo, come si impara all’università, che fosse uno strumento di prevenzione, cioè che servisse a evitare che una persona commettesse un reato per la paura della minaccia della pena. Ma in 33 anni di magistratura, dal 1974 al 2007 progressivamente ho cambiato idea su questo punto».

Qui, Colombo sottolinea l’importanza dell’art.27 della Costituzione, che fissa il principio secondo cui le pene non devono contrastare con il senso di umanità e devono «tendere alla rieducazione del condannato», ma ammette che la situazione effettiva del carcere è molto diversa.

Da ex magistrato di lunga esperienza, oggi ragiona così: «per mettere una persona in carcere devi aver provato cos’è il carcere. Ma dovresti averlo provato per davvero, non averlo visto da turista, da operatore che arriva interroga e se ne va. Una “settimanina” dentro sarebbe necessario starci per capire che cos’è il carcere».

Poi, Colombo esprime un’altra considerazione forte, quando dice: «oggi la stragrande maggioranza delle persone che sono in carcere non è pericolosa». Su una popolazione carceraria che oggi è composta da circa 60mila detenuti, «di questi credo che ci saranno al massimo 20mila persone pericolose, volendo esagerare» Così propone di limitare la detenzione solo ad essi «e occuparsi degli altri attraverso misure alternative come l’affidamento in prova ai servizi sociali». Questo aiuterebbe anche coloro che continuano a scontare la pena in carcere, rendendo «la vita di chi è detenuto più coerente con il principio costituzionale».

Colombo parla anche delle pene detentive e specialmente dell’ergastolo: «Fossi ancora magistrato non lo chiederei più, probabilmente solleverei una questione di legittimità costituzionale», afferma, precisando di averlo richiesto durante la sua lunga carriera «una volta sola, per un omicidio commesso da due persone. Gli elementi per chiedere l’ergastolo a mio avviso c’erano. Per fortuna il tribunale non l’ha inflitto».

Infine, l’ex componente del pool Mani Pulite aggiunge una riflessione a proposito del potere giudiziario: «Quasi tutto quello che fa un magistrato nell’esercizio delle sue funzioni, se fosse commesso da lui privatamente o da un altro cittadino, costituirebbe reato». Ad esempio, «dispongo una misura cautelare in carcere, si tratterebbe di sequestro di persona». E qui sembra suggerire che la costituzione e le leggi disciplinano i poteri coercitivi di limitazione delle libertà, con provvedimenti che, di volta in volta, vengono adottati dall’autorità giudiziaria, ma i magistrati che ne dispongono devono farne sempre un uso oculato ed attento, evitando ogni abuso.



1 Commento

  1. Condivido buona parte delle frasi riportate e accreditate a Gherardo Colombo. Penso infatti che più importante della lunghezza della pena, ne sia la certezza (No alla prescrizione). Condivido anche l’importanza dei “lavori sociali”, che però ridefinirei “abbastanza forzati”, anche per rifondere parzialmente lo stato delle spese di giustizia.
    Vedrei anche bene un riorientamento a valutare di più la quantità di un reato piuttosto che la qualità (se rubi 10 è 10 volte più grave che se rubi 1)

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