Diritto e Fisco | Articoli

Prese in giro con meme e stories via Instagram: sono reati?

28 Giugno 2020
Prese in giro con meme e stories via Instagram: sono reati?

Diritto di satira: quando l’ironia e l’umorismo sconfinano nel reato di diffamazione. I limiti all’utilizzo di immagini altrui imposti dal diritto d’autore. 

Internet non è solo un luogo ove reperire informazioni e comunicare. È anche entertainment, divertimento, e di certo qui la fantasia dei vignettisti e degli umoristi può sbizzarrirsi. Le potenzialità dei software di fotoritocco consentono di eseguire caricature, fotomontaggi e disegni in grado di suscitare l’ilarità del pubblico, specie sui social network.

Il luogo per eccellenza dove si esibiscono gli “esperti” di quest’arte satirica è certamente Instagram: basato sulle immagini, il social di proprietà di Facebook non fa altro che favorire la diffusione di storie e meme. 

Poiché però tutto ciò che è tecnicamente possibile non è detto che sia legalmente lecito è giusto e opportuno chiedersi se le prese in giro con meme e stories via Instagram sono reati. In altri termini, fin dove si spinge il diritto di critica e di satira? Certo, non troverai la risposta nella policy di Instagram o di Facebook, né sui forum in Internet dove spesso la cultura giuridica è poco diffusa. Lì nessuno ti dirà, con matematica certezza, se prendere in giro una persona creando un immagine con una sua caricatura o comunque sfruttando una foto da questa già pubblicata possa costituire un illecito e fonte di risarcimento del danno. 

La cosa migliore da fare per sapere se le prese in giro con meme e stories via Instagram sono reati è dare uno sguardo alla giurisprudenza e, in particolare, agli indirizzi formulati sino ad oggi dalla Cassazione. 

Cercheremo, pertanto, qui di seguito di dare una risposta semplice e, nello stesso tempo, esaustiva in modo da consentire a tutti di scoprire fin dove la comicità si può esprimere in termini artistici.

Meme: cosa sono?

Non esiste una definizione univoca di “meme” e sfido chiunque a saperla fornire in poche parole. In italiano diciamo “meme”, ma la pronuncia inglese corretta è “miim”. Il primo a coniare questo termine fu, nel 1976, il biologo Richard Dawkins ne «Il gene egoista»; lo usò per indicare un’entità di informazione «replicabile». In verità, l’origine proviene dalla parola del greco antico “mimerà” che significa “imitazione”. Di qui, l’idea che il meme sia un contenuto che replica una determinata situazione. La stessa immagine, ad esempio, può essere riferita, con vignette appropriate, a diverse ipotesi. Lo scopo è sempre quello di far ridere.

Nel definire il meme, il vocabolario Treccani “la prende alla larga”: sono, a suo dire, “meme digitali” i  contenuti virali in grado di monopolizzare l’attenzione degli utenti sul web. Un video, un disegno, una foto diventa meme  quando la sua «replicabilità», che dipende dalla capacità di suscitare un’emozione, è massima. 

Al di là, però, delle definizione più o meno precise che la letteratura si sforza a dare, nell’immaginairio collettivo un meme è un’immagine di tipo satirico che spesso prende in prestito delle foto di personaggi di fantasia o del mondo dello spettacolo per rappresentare una situazione differente. A volte, il meme non è che un fumetto o un fotomontaggio collegato a una immagine già prodotta da altri.

La caratteristica del meme è quindi, almeno sui social, quella di fare ridere. È chiaro però che, quando si entra nel campo della satira, si deve conoscere bene i confini di tale diritto, almeno se non si vuol sconfinare nella diffamazione e risponderne penalmente. Di tanto parleremo meglio qui di seguito.

I limiti al diritto di satira

Il diritto di satira è marginalmente citato dalla legge sul diritto d’autore ma espressione della libertà di espressione prevista dall’articolo 21 della Costituzione.

Per identificare cosa si intende per «diritto di satira» dobbiamo partire dai suoi…“cugini”: il diritto di cronaca e il diritto di critica. Con questi la satira è “imparentata” perché deriva dalla libertà costituzionale di manifestare liberamente il proprio pensiero e di esprimerlo in pubblico. Ma si diversifica per un fatto importantissimo. Quando si fa cronaca o si esercita il diritto di critica, è infatti necessario rispettare la verità dei fatti. Non si può, ad esempio, criticare una persona per qualcosa che non ha mai commesso né realizzare un articolo giornalistico travisando la realtà dei fatti. Invece, il diritto di satira prescinde sia da un intento informativo-giornalistico (non è quindi cronaca), sia dalla verità [1]. 

Dunque, chi fa umorismo può anche raccontare un fatto non vero. Questo però non toglie che non si possa usare la satira per infangare la reputazione delle persone. Scopo della satira, infatti, è far ridere in prima battuta, anche con lo scopo indiretto di criticare una persona. Ma il tutto deve avvenire nel rispetto dell’altrui dignità. Leggi “Diritto di satira: quali sono i limiti?“.

È vero che la satira per essere efficace, quasi sempre, attua una deformazione della realtà, ricorre al paradosso ed alla forzatura dei toni. Tuttavia, non è accettabile un attacco gratuito alla persona. Tale è il principio affermato dalla Corte di Cassazione, secondo la quale la satira, al pari di ogni altra forma di comunicazione, non può violare i diritti fondamentali della persona: non è consentita l’attribuzione di condotte illecite o moralmente disonorevoli, la deformazione dell’immagine in modo da suscitare disprezzo della persona o scherno della sua immagine pubblica [2].

Pertanto, il diritto alla satira che realizza un’aggressione gratuita e distruttiva dell’onore o della reputazione del politico o personaggio pubblico preso di mira può configurare il reato di diffamazione [3].

Come spiegato dal tribunale di Roma [4], l’esercizio del diritto di satira consiste nell’esercizio in forma sarcastica ed ironica del diritto di critica, attesa anche la notorietà del personaggio che ne è l’oggetto. Diversamente dalla cronaca, la satira è sottratta al parametro della verità in quanto esprime mediante il paradosso e la metafora surreale un giudizio ironico su un fatto. Ciò nonostante, la satira rimane assoggettata al limite della «continenza» (la forma “civile” dell’esposizione e della valutazione dei fatti) e della «funzionalità» delle espressioni o delle immagini rispetto allo scopo di denuncia sociale o politica perseguito. In pratica, non si può esorbitare dall’obiettivo che l’autore persegue, sconfinando in invettive e attacchi personali contro l’altrui moralità che possono essere infamanti. 

Nell’ambito politico, poi, il diritto di satira può usare espressioni oggettivamente offensive della reputazione altrui, la cui offensività possa, tuttavia, trovare giustificazione nella sussistenza del diritto; l’esercizio di tale diritto consente l’utilizzo di espressioni forti e anche suggestive al fine di rendere efficace il discorso e richiamare l’attenzione di chi ascolta [5]. 

Come spiega la Cassazione [6], «la satira costituisce una modalità corrosiva e spesso impietosa del diritto di critica, sicché, diversamente dalla cronaca, è sottratta all’obbligo di riferire fatti veri, in quanto esprime mediante il paradosso e la metafora surreale un giudizio ironico su di un fatto, pur soggetta al limite della continenza e della funzionalità delle espressioni o delle immagini rispetto allo scopo di denuncia sociale o politica perseguito. Conseguentemente, nella formulazione del giudizio critico, possono essere utilizzate espressioni di qualsiasi tipo, anche lesive della reputazione altrui, purché siano strumentalmente collegate alla manifestazione di un dissenso ragionato dall’opinione o comportamento preso di mira e non si risolvano in un’aggressione gratuita e distruttiva dell’onore e della reputazione del soggetto interessato».

Meme e stories: quando non sono reato

Per valutare se un meme possa integrare gli estremi del reato dobbiamo prendere in considerazione due aspetti.

Il primo. Abbiamo detto che il meme si compone spesso di immagini prese a prestito da altre fonti, i cui autori non vengono prima consultati. È legittima una manipolazione del genere? Assolutamente sì: il diritto d’autore, è vero, attribuisce al solo autore il potere di utilizzare, duplicare, sfruttare e manipolare la propria creazione; tuttavia, nel caso della satira e della parodia non è necessaria l’autorizzazione dell’autore per l’elaborazione dell’opera protetta.

Il secondo aspetto è quello delle possibili implicazioni con il reato di diffamazione. Qui bisogna rinviare al discorso fatto sopra con riferimento ai limiti del diritto di satira. Prendere in giro una persona è quindi lecito, anche in modo sferzante, purché non si suggerisca, nella platea, il dubbio sulla moralità del soggetto deriso. Lo scopo insomma deve essere unicamente fare ridere, con ironia o comicità, ma non infangare la reputazione di un individuo. 

Chiaramente, a decidere il confine tra il lecito e l’illecito sarà, in base al caso concreto, il giudice. E il suo giudizio non potrà essere oggetto di nuova valutazione da parte della Cassazione. 


note

[1] Trib. Roma sent. del 13.02.1992.

[2] Cass., sent. n 5499/2014.

[3] Art. 595 cod. pen.

[4] Trib. Roma sent. n.16109/2017.

[5] Cass. sent. n.14370/2019.

[6] Cass. sent. n. 30193/2018.


Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube