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Mobbing reato

31 Agosto 2020 | Autore:
Mobbing reato

Mobbing: cos’è e quando diventa reato? Come provare il mobbing del datore o dei colleghi? Come difendersi?

Purtroppo il mobbing è una pratica sempre più diffusa: sono tantissimi i lavoratori che lamentano di subire ingiusti soprusi sul posto di lavoro. A fronte di tali ingiustizie, spesso non si riesce nemmeno a reagire per timore di perdere l’occupazione o di subire ritorsioni ancora maggiori. Se anche tu ti trovi in una situazione del genere, magari perché sei vittima delle prepotenze del tuo capo oppure dei colleghi, devi sapere che potresti perfino denunciare alla Procura della Repubblica la situazione che stai vivendo: il mobbing può essere un reato.

Se i colleghi o il datore di lavoro superano ogni limite, commettendo crimini penalmente perseguibili come minacce e stalking, allora puoi pensare di tutelarti sporgendo una formale denuncia/querela presso le forze dell’ordine. Certo: intraprendere un giudizio contro il tuo capo non è proprio il massimo, ma se occorre per tutelarti da ingiustizie ripetute nel tempo, allora non devi esitare. Se hai cinque minuti di tempo, prosegui nella lettura: ciò che sto per raccontarti in merito al mobbing come reato potrà esserti d’aiuto.

Cos’è il mobbing?

Il mobbing consiste nei ripetuti e prolungati comportamenti ostili nei confronti del lavoratore.

Quando il mobbing proviene dal proprio datore di lavoro, si parla di mobbing verticale (o di bossing); al contrario, quando le vessazioni provengono dai colleghi, allora si parla di mobbing orizzontale.

Quando c’è mobbing?

Secondo la giurisprudenza [1], il mobbing è giuridicamente rilevante, e dunque è fonte di responsabilità per chi lo pone in essere, solamente se ricorrono le seguenti condizioni:

  • i comportamenti ostili sono ripetuti per un congruo periodo di tempo (è stato ritenuto sufficiente un periodo pari a circa sei mesi);
  • c’è stata una lesione della salute e della dignità del dipendente (si pensi al disturbo di adattamento, alla depressione, ecc.);
  • tra le condotte del datore (o dei colleghi) e il danno subito dalla vittima deve esservi un rapporto di causalità, nel senso che la lesione della salute e della dignità deve essere direttamente collegata alla condotta colpevole;
  • deve sussistere un preciso intento persecutorio nei confronti della vittima.

Mobbing: quando è reato?

Il mobbing diventa reato quando le condotte vessatorie poste nei confronti del dipendente trascendono il contesto lavorativo per sfociare in delitti veri e propri.

Ad esempio, il datore di lavoro che minaccia di licenziamento il dipendente nel caso in cui non obbedisca a tutte le sue richieste commette il reato di minacce o perfino di estorsione [2].

Il reato scatta se il datore vuole imporre, dietro minaccia di licenziamento, ingiuste condizioni di lavoro al dipendente, quali una paga più bassa o straordinari non pagati. Per non parlare dei casi in cui le richieste siano del tutto avulse dall’ambito lavorativo: pensa al datore che chiede prestazioni sessuali.

Il mobbing è reato anche se diventa stalking: pensa al datore o al collega che chiami continuamente il dipendente anche quando è a casa oppure durante le ferie, ovvero si faccia trovare presso la sua abitazione o cominci a pedinarlo.

Il mobbing è reato se si trasforma in diffamazione: pensa ai lavoratori che, per mettere in cattiva luce il collega agli occhi del datore, diffondano notizie false che ledono il decoro e la dignità della vittima.

Mobbing: quando non è reato?

Il mobbing non è reato tutte le volte in cui le vessazioni, pur provocando un danno alla salute del dipendente, si mantengano nell’ambito lavorativo.

Classico esempio di mobbing è il demansionamento ingiustificato da parte del datore di lavoro, oppure l’assegnazione a mansioni non consone al dipendente, solamente al fine di rendergli impossibile la prosecuzione del rapporto e indurlo alle dimissioni.

Altra ipotesi è quella del datore di lavoro che svuoti di mansioni il dipendente, obbligandolo a una forzata inattività, al solo fine di umiliarlo e farlo sentire inadeguato.

Altri esempi di mobbing sono l’emarginazione sul lavoro (si pensi a un lavoratore cui nessun collega rivolge la parola); la diffusione di maldicenze; le continue critiche; le limitazioni alla possibilità di carriera.

Reato di mobbing: cosa fare?

Se ritieni di essere vittima di mobbing-reato, allora devi sporgere denuncia presso le autorità competenti: puoi recarti di persona presso la polizia, la questura o i carabinieri, oppure presentare un esposto direttamente in Procura.

A partire dal momento della tua denuncia, le autorità cominceranno a svolgere delle indagini per verificare se ciò che hai segnalato sia veritiero. Potresti pertanto essere sentito dalla polizia giudiziaria; lo stesso potrebbe accadere ai tuoi colleghi e alle persone che hai indicato come testimoni del mobbing penalmente rilevante.

Se l’accusa appare fondata, il giudice disporrà il rinvio a giudizio a carico della persona denunciata per mobbing; inizierà dunque un processo penale all’interno del quale potrai costituirti parte civile e chiedere il risarcimento dei danni patiti.

Come provare il mobbing reato?

Una delle domande che più spesso si pone il lavoratore vittima delle angherie del capo o dei colleghi è la seguente: come provare il mobbing? La risposta è semplice: con qualunque mezzo.

Per provare il mobbing reato potrai avvalerti di testimonianze, documenti, fotografie, riprese video, scambio di messaggi, chat ed email, perizie mediche che dimostrino il tuo stato di salute. Insomma: puoi presentare alle autorità tutto ciò che può inchiodare l’autore del mobbing alla sua responsabilità.

Attenzione, però, alle registrazioni nascoste sul luogo di lavoro: secondo la giurisprudenza [3], non è possibile registrare le conversazioni con il datore o i colleghi per provare il mobbing, in quanto questa condotta viola il diritto di riservatezza dei lavoratori sul luogo di lavoro. Addirittura, la registrazione nascosta giustificherebbe il licenziamento in tronco del dipendente.


note

[1] Cass., sent. n. 2142 del 27.01.2017.

[2] Cass., sent. n. 42336 del 06.10.2016.

[3] Cass. sent. n. 26143 del 21.11.2013.

Autore immagine: Depositphotos.com


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