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Deflazione: cosa significa e come difendersi

28 Agosto 2014
Deflazione: cosa significa e come difendersi

Per chi ha reddito fisso, meglio i titoli di Stato lunghi o i bond aziendali.

«Scendono i prezzi? Meno male, non arrivo a fine mese!». «La deflazione non mi fa paura. Se posso fare compere spendendo meno, perché dovrei preoccuparmi?» Andando in giro per la città chiedendo ai passanti se temono la deflazione, cioè il fantasma europeo che terrorizza la Banca centrale e gli economisti, si ottengono queste risposte: i consumatori hanno paura del rincaro dei prezzi, non della loro discesa. Anzi, sono contenti se i prezzi si ridimensionano. In realtà, stavolta, vox populi sbaglia. La deflazione, sebbene sia poco intuitivo, è infatti uno dei principali problemi economici. Un fantasma, che non fa bene a nessuno.

Vediamo perché. Se i prezzi scendessero per effetto della concorrenza, sarebbe un bene per i consumatori. Basti pensare a quello che è successo nel trasporto aereo con la nascita delle compagnie low cost. I prezzi dei voli sono si sono ridimensionati, e questo ha prodotto un effetto positivo: ha aumentato i passeggeri. Ormai l’idea di passare un weekend a Londra o Barcellona è alla portata di molti, una volta era impensabile. Insomma: se i prezzi calano perché il mercato diventa più concorrenziale, è positivo. Se questo fosse lo scenario, esulterebbero anche gli economisti.

Ma la deflazione non è questo. Oggi i prezzi non tendono a diminuire per via della concorrenza, ma perché i consumi collassano. Dato che sempre più famiglie faticano ad arrivare a fine mese, dato che la disoccupazione è elevata e i redditi più bassi, le imprese non riescono più a vendere i loro prodotti come un tempo: dunque sono costrette a tagliare i prezzi dei prodotti. Ma questo fa calare il loro fatturato e le mette in crisi: le aziende sono dunque costrette a tagliare i costi (cioè gli stipendi), a licenziare o addirittura a portare i libri in Tribunale. Questo riduce ulteriormente i consumi. Morale: la deflazione è il sintomo di un male economico profondo.

Anche perché produce molti effetti collaterali. Innanzitutto penalizza chi ha debiti (e, purtroppo, in Italia lo Stato ha un debito da oltre 2mila miliardi): perché il fardello reale aumenta. Inoltre scoraggia i consumatori, anche quelli che i soldi per fare shopping li avrebbero: sapendo che i prezzi caleranno in futuro, tendono a rinviare gli acquisti. In un Paese come il nostro, zavorrato da un debito pubblico insostenibile e da un’economia che non riesce a riprendersi, insomma, la deflazione è veramente un fantasma da scacciare.

La deflazione, o la bassissima inflazione, di regola avvantaggia i creditori (cioè chi presta denaro) e svantaggia i debitori (cioè chi deve restituire). Ecco perché il mercato obbligazionario può diventare per gli italiani una buona soluzione per provare a proteggere i propri piccoli o grandi risparmi: acquistando un’obbligazione (in gergo «bond») si prestano soldi a chi la emette. I titoli di Stato sono i bond più diffusi.

Il problema è che attualmente molti titoli di Stato italiani (sulle scadenze più brevi) offrono rendimenti nominali molto bassi, per cui al netto di micro-inflazione, tasse (12,5%) e commissioni bancarie, arrivano ad avere rendimenti reali netti negativi. Dunque non hanno alcun appeal per il risparmiatore.

Per avere un po’ di protezione è quindi preferibile scegliere titoli di Stato (BTp) a più lunga scadenza: i decennali, per esempio. «Se il futuro riservasse all’Italia uno scenario deflattivo – spiega Angelo Drusiani di Albertini Syz –, i rendimenti dei BTp sarebbero costretti a scendere ulteriormente». Ebbene: se i tassi scendessero, i prezzi dei bond salirebbero. Soprattutto se la Bce, per combattere la deflazione, annunciasse misure molto espansive. Questo aiuterebbe ancora di più a proteggere i risparmi e darebbe ancora di più rendimenti reali positivi. Anche se – aggiunge Drusiani – c’è il rischio che questo non accada: «Se in America la Fed alzasse i tassi, come atteso, anche i titoli di Stato europei potrebbero seguire al rialzo quelli americani».

In ogni caso i BTp nominali con rendimenti più elevati rispetto all’inflazione attesa rappresentano una discreta protezione in caso di deflazione: più il caro-vita cala, più il rendimento reale aumenta.

Ovviamente il discorso sarebbe inverso se l’inflazione salisse.

Se si cercano rendimenti un po’ più elevati, si possono trovare nelle obbligazioni emesse da aziende (i corporate bond). In questo caso bisogna stare attenti ai rating: più sono bassi, più è elevato il rischio di default. È invece meglio evitare i bond emessi dalle banche (che collocano spesso alla clientela): spesso questi bond hanno infatti rendimenti inferiori o uguali a quelli dei BTp. In fondo ai prospetti informativi c’è per legge uno specchietto che confronta il bond bancario in vendita al BTp di uguale scadenza: evitare quelli che rendono meno.

Titoli indicizzati, attenzione alla cedola

Esistono titoli di Stato (e non solo) indicizzati all’inflazione: quando il caro-vita morde, rivalutano capitale e cedole e garantiscono sempre un rendimento reale appetibile. Ma ormai il pericolo di un surriscaldamento dei prezzi non c’è più: almeno per un prevedibile futuro, il problema non sarà l’inflazione ma la deflazione. O comunque la bassa, o bassissima, inflazione. La domanda, dunque, è: ha senso acquistare un bond legato all’inflazione, se non c’è più un pericolo di inflazione?

Nel mondo dei bond governativi ci sono molti titoli legati al caro-vita. Ci sono i BTpei italiani, ma anche i titoli francesi e di altri Paesi. Esistono anche titoli di Stato americani legati all’inflazione. Questi titoli, però, hanno due problemi per i risparmiatori. Uno: sono indicizzati all’inflazione europea e non a quella italiana, per cui – anche in caso di caro-vita in aumento – chi vive in Italia non è perfettamente coperto. Due: questi titoli proteggono dall’inflazione, ma non dalla deflazione. Sebbene il rimborso del capitale sia garantito a 100, durante la vita del titolo se c’è deflazione il capitale può scendere sotto quella soglia. Per cui la cedola reale viene calcolata in percentuale su un capitale che diminuisce per effetto della deflazione. Morale: in questo tipo di titoli non è garantita una cedola minima.

Ci sono però i BTp Italia, che erano stati pensati apposta per i risparmiatori dal ministero dell’Economia e funzionano in maniera diversa. Innanzitutto sono indicizzati all’inflazione italiana (Foi, senza tabacchi) e non a quella europea. Per di più proteggono anche in caso di deflazione, garantendo la cedola reale minima. La cedola semestrale reale del BTp Italia viene infatti calcolata sul capitale nominale investito, e non sul capitale ridotto per via della deflazione. Perciò il BTp Italia non è da scartare se si teme la deflazione.

Chi compra titoli indicizzati deve conoscere il concetto di «break even inflation». Per calcolarla basta una sottrazione tra il rendimento del BTp nominale con scadenza il più possibile simile a quella del BTp indicizzato e il rendimento di quest’ultimo. La differenza costituisce l’aspettativa del mercato sull’inflazione annua degli anni futuri.


note

Autore immagine: 123rf com


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