Contratto aziendale: che cos’è e a cosa serve

5 Settembre 2020 | Autore:
Contratto aziendale: che cos’è e a cosa serve

La differenza tra Ccnl e l’accordo che riguarda i lavoratori di una determinata azienda. Cosa cambia per il dipendente e su quali materie interviene l’intesa.

Il rapporto di lavoro tra il datore e il dipendente fa riferimento, normalmente, al contratto nazionale di categoria. Significa che chi lavora nel settore metalmeccanico potrebbe avere delle condizioni diverse rispetto a chi opera nel tessile, nel commercio o nel comparto chimico. Differenze che riguardano orari, turni, maggiorazioni per gli straordinari o per il lavoro festivo e tanto altro ancora. Il Ccnl, quindi, è il primo punto di riferimento. Poi, però, ci può essere anche il contratto aziendale: che cos’è e a cosa serve è quello di cui ci occuperemo in seguito.

In questo caso si parla di un accordo che potrebbe non coinvolgere l’associazione di categoria a cui appartiene il datore di lavoro (come succede, invece, con il Ccnl) ma che deve essere comunque firmato dal sindacato affinché sia valido, come confermato recentemente dalla Cassazione.

Il contratto collettivo aziendale fa parte della cosiddetta «contrattazione di secondo livello», che aggiunge al Ccnl delle voci specifiche in base alla realtà di una determinata azienda o alle caratteristiche di un certo territorio. Vediamo che cos’è e a cosa serve il contratto aziendale.

Contrattazione di secondo livello: che cos’è

La contrattazione di secondo livello, detta anche decentrata o contratto aziendale, è un accordo firmato dal datore di lavoro (anche senza l’assistenza dell’organizzazione imprenditoriale di categoria) e dai sindacati per integrare il contratto nazionale collettivo.

Comprende due percorsi diversi. Uno porta verso il contratto aziendale, che coinvolge – come detto – il datore di lavoro ed il sindacato interno all’azienda o quello territoriale. Integra il Ccnl con ulteriori specifiche clausole che interessano la retribuzione, l’orario, le condizioni di lavoro, la sicurezza, la formazione, ecc.

L’altro percorso è quello che si conclude con la contrattazione territoriale. In questo caso, attorno al tavolo ci sono le parti sociali (rappresentanti delle aziende e dei sindacati) radicate in un determinato territorio. Vengono concordate una serie di regole e di normative che le imprese sono tenute a rispettare.

La contrattazione di secondo livello prevede per tutti i lavoratori, indipendentemente dal fatto che siano o meno affiliati ad un sindacato, dei trattamenti migliorativi rispetto a quelli disposti dalla legge.

Le parti sociali hanno approvato degli accordi interconfederali in cui si riconosce la priorità al contratto nazionale di categoria (il Ccnl, appunto) e lascia al contratto aziendale la funzione di «ritoccare» alcune materie per migliorare sia la retribuzione sia l’organizzazione e la produttività dei lavoratori di quella determinata impresa.

Il contratto aziendale viene meno quando cambia il titolare dell’azienda per fusione, acquisizione, cessione di ramo, ecc.

Contratto aziendale: a che serve

Ma, in senso pratico, a che serve il contratto aziendale? Che cosa cambia per il lavoratore o per l’azienda dopo il raggiungimento di questo tipo di accordo rispetto all’applicazione del Ccnl?

Come accennato, la legge e gli stessi contratti nazionali di categoria danno la possibilità di sottoscrivere altre intese per integrare alcune materie in base a delle specificità di un’azienda o di un territorio. Queste «rivisitazioni» o ritocchi al Ccnl possono riguardare dei punti inerenti all’organizzazione del lavoro e della produzione per quanto concerne:

  • gli impianti audiovisivi e l’introduzione di nuove tecnologie;
  • le mansioni del lavoratore, la sua classificazione ed il suo inquadramento nell’organigramma dell’azienda;
  • la disciplina dei contratti a termine, a orario ridotto, modulato o flessibile, il regime di solidarietà negli appalti o la somministrazione di lavoro;
  • l’orario lavorativo;
  • la modalità di assunzione;
  • la disciplina dei rapporti di lavoro, comprese partita Iva, co.co.co., la loro trasformazione e le conseguenze del recesso.

Altre materie restano escluse per legge dalla contrattazione aziendale e devono fare riferimento alla contrattazione collettiva e alla normativa in vigore. Nello specifico, si tratta di ciò che riguarda il licenziamento:

  • discriminatorio;
  • della lavoratrice in concomitanza con il matrimonio;
  • della lavoratrice dall’inizio della gravidanza fino alla fine del periodo di congedo a cui ha diritto e, comunque, fino all’anno di età del bambino;
  • causato dalla domanda o dalla fruizione del congedo parentale e per malattia del figlio;
  • in caso di adozione o affidamento.

Contratto aziendale: il ruolo del sindacato

Recentemente, la Cassazione [2] ha stabilito che senza il sindacato non è possibile stabilire un contratto aziendale valido. Secondo la Suprema Corte, a questo tipo di accordi deve essere riconosciuta efficacia vincolante analoga a quella del contratto collettivo nazionale, trattandosi di atti di autonomia sindacale riguardanti una pluralità di lavoratori collettivamente considerati. Allo stesso modo del contratto nazionale e di quelli di qualsiasi altro livello, si legge nell’ordinanza, anche il contratto aziendale introduce una disciplina collettiva uniforme dei rapporti di lavoro, anche se limitatamente a una determinata azienda o a una parte di essa. Di conseguenza, concludono gli ermellini, gli accordi «stipulati da un rappresentante dei lavoratori non sindacalista e il datore di lavoro» hanno natura non di contratti collettivi aziendali ma di contratti individuali di lavoro.


note

[1] Art. 8 legge n. 148/2011.

[2] Cass. ordinanza n. 8265/2020.


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