Il Coronavirus non sarà come la Spagnola, ecco perché

29 Giugno 2020
Il Coronavirus non sarà come la Spagnola, ecco perché

Le differenze tra il Covid-19 e la pandemia che sterminò 50 milioni di persone spiegate dagli esperti: così diminuisce il rischio di una seconda ondata.

Fa discutere molto, specialmente tra gli esperti, la tesi del vicedirettore generale dell’Oms, Ranieri Guerra, secondo cui il Coronavirus può riprendere a settembre come la Spagnola, la tremenda influenza che uccise più di 50 milioni di persone. Guerra era stato perentorio, ricordando che quel virus calò d’estate ma riprese «ferocemente» in autunno ed ha affermato che il Covid-19 potrebbe avere un andamento simile.

Il rischio di una seconda ondata di questo genere non convince però il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, che in un’intervista al Tgcom afferma di «non credere che ciò si verificherà, perché siamo in un’epoca diversa, oggi c’è maggior consapevolezza, ci sono più mascherine, abbiamo imparato a proteggerci, abbiamo imparato la distanza».

Sileri, invece, crede che ci saranno nuovi «focolai che potranno anche essere molteplici ma la nostra bravura sarà quella di contenerli avendo anche il coraggio di ricreare aree rosse anche più o meno vaste dove sarà necessario. Ma una seconda ondata violenta come quella avvenuta in Lombardia in cui morivano mille persone al giorno non credo assolutamente che tornerà».

Anche Francesco Le Foche, immunologo clinico, responsabile del Day hospital di Immunoinfettivologia del Policlinico Umberto I di Roma, si dichiara scettico sulla similitudine tra Coronavirus e influenza Spagnola. In un’intervista al quotidiano “Libero” riportata dall’Adnkronos Salute dice «non vedo correlazioni con la Spagnola: è molto improbabile che a settembre arrivi una nuova ondata».

Per l’esperto il pericolo è un altro: «Tra novembre e dicembre, con l’arrivo del freddo, mi aspetto una sovrapposizione con la classica sindrome influenzale, che in quel periodo si presenta sempre».

Le Foche, invece, non è preoccupato per i nuovi focolai che si stanno registrando in alcune zone d’Italia: «È normale che ci siano in giro, la gente ha ricominciato a viaggiare per lavoro e ci si sposta per le vacanze. L’importante è tenere monitorato il territorio e non abbassare la guardia. Qualche positivo in più non fa la differenza, anche perché i casi gravi ormai sono rarissimi».

Poi, aggiunge: «Ora però non siamo impreparati, abbiamo tutte le possibilità di spegnere sul nascere le reinfezioni. Le condizioni sono diverse rispetto allo scorso inverno, quando abbiamo dato la possibilità alla malattia di circolare liberamente per due-tre mesi. Dobbiamo tornare alla normalità, anche se con attenzione».

Per l’immunologo «la malattia è cambiata: il virus è meno aggressivo sulla cellula. Molti giovani-adulti sono contagiosi, ma asintomatici. Hanno un buon sistema immunitario che gli permette di non stare male, così rischiano di portare a casa la malattia contratta in ufficio o in fabbrica. Però ce ne sono anche tanti che pur avendola contratta non sono in grado di trasmetterla, perché la carica virale è molto bassa».

Ma a giudizio dell’esperto c’è un fronte da sorvegliare con attenzione per impedire la diffusione del Coronavirus: «Bisogna individuare tempestivamente i luoghi fragili, quelli più degradati della società. Siamo passati dalla fase pandemica a quella endemica: l’incendio è stato spento, ma la brace è ancora calda. L’epidemia si combatte sul territorio, non negli ospedali, dove i pazienti non dovrebbero nemmeno arrivare. E vanno effettuati tamponi mirati», ha concluso Le Foche.



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