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Mobbing quantificazione danno

8 Settembre 2020
Mobbing quantificazione danno

Il lavoratore vittima di vessazioni, da parte dei colleghi o del datore di lavoro, può chiedere il risarcimento dei danni patiti?

Immagina di essere assunto in una grande agenzia come grafico pubblicitario. Dopo anni di lavoretti precari, finalmente hai trovato la stabilità economica. In pratica, ti occupi di realizzare campagne pubblicitarie per aziende e personaggi famosi. Lo stipendio è molto buono e il lavoro ti piace. Qualche mese fa, però, le cose cominciano ad andare storte. L’arrivo del nuovo capo ti ha gettato nello sconforto più totale. Hai notato, infatti, di essere stato preso di mira: rimproveri continui e controlli ossessivi sono ormai all’ordine del giorno. Per giunta, non hai più alcun ruolo di responsabilità visto che ogni tua idea viene bocciata senza motivo. Hai deciso quindi di affrontare il tuo superiore, ma senza risultato. Anzi, sei stato declassato fino ad arrivare ad una vera e propria inattività totale.

A lungo andare, la situazione diventa insostenibile al punto che cominci a soffrire di insonnia e di tachicardia. Decidi allora di prendere in mano la tua vita e rivolgerti ad un avvocato esperto per capire se ci sono gli estremi per denunciare simili vessazioni. Nell’articolo che segue parleremo, in particolare, di mobbing e quantificazione del danno.

Sei vittima di persecuzioni sul lavoro? I tuoi colleghi cercano di ostacolarti in tutti i modi? Il tuo capo non fa che rimproverarti e aggredirti verbalmente davanti a tutti? Tali condotte, purtroppo, sono sempre più frequenti, ma è possibile difendersi chiedendo aiuto agli sportelli anti-mobbing oppure ad un legale che ti seguirà passo passo per farti ottenere il risarcimento dei danni sofferti. 

Che cos’è il mobbing?

Per prima cosa, cerchiamo di capire una volta per tutte cosa vuol dire la parola mobbing. Il termine deriva dal verbo inglese to mob che significa aggredire, assalire, affollarsi attorno a qualcuno. Pertanto, nel concetto di mobbing rientrano tutte quelle condotte vessatorie e persecutorie, ripetute nel tempo, messe in atto da colleghi e/o dal superiore gerarchico nei confronti di un dipendente allo scopo di sfinirlo e impedirgli di svolgere serenamente il proprio lavoro. Ti faccio un classico esempio per farti capire di cosa parliamo esattamente.

Tizio lavora come ingegnere meccanico presso un’azienda che produce ed esporta birra in tutto il mondo. I suoi colleghi, però, lo scherniscono di continuo, lo aggrediscono verbalmente e lo incolpano di cose che non ha mai fatto. Tali condotte ostili si ripercuotono sul lavoro, tanto che Tizio non rende più come prima e accusa un forte stress.

Quali sono i presupposti del mobbing?

Per qualificare una condotta come mobbing sono indispensabili:

  • una serie di continue condotte vessatorie: non parliamo di episodi isolati ma di una vera e propria persecuzione psicologica reiterata nel tempo;
  • una lesione all’integrità fisica e psichica del lavoratore: ossia disturbi del sonno, infarto, perdita di capelli, attacchi di panico, ecc.; 
  • la relazione tra le vessazione e la lesione subita: il cosiddetto nesso di casualità. In altre parole, è necessario dimostrare che i danni patiti siano una diretta conseguenza dei comportamenti tenuti dal mobber (che può essere sia il collega che il datore di lavoro);
  • l’intento del mobber di voler vessare e perseguitare il lavoratore per danneggiarlo e spingerlo a dare le dimissioni.

Il mobbing verticale e orizzontale

Quando si parla di mobbing è importante distinguere le seguenti categorie:

  • mobbing verticale: se le vessazione vengono messe in atto dal datore di lavoro o da un superiore gerarchico. In tal caso, si parla anche di bossing, una vera e propria strategia aziendale finalizzata a riorganizzare interi reparti;
  • mobbing orizzontale: se gli atteggiamenti denigratori e umilianti sono praticati dai colleghi di pari grado che, spinti da antipatie o gelosie professionali, si coalizzano contro un lavoratore per impedirgli di fare carriera.

Ciò detto, è chiaro che i comportamenti tipici del mobbing – attuati dal capo o dai colleghi – sono finalizzati ad emarginare il dipendente al punto da fargli mollare il posto di lavoro e consistono ad esempio:

  • nella privazione o nella revoca di mansioni lavorative rientranti nella propria competenza professionale;
  • in aggressioni e rimproveri verbali;
  • nel diniego immotivato di ferie e permessi;
  • in sanzioni disciplinari ingiustificate.

In alcuni casi, la condotta vessatoria può configurare anche un reato quando è accompagnata, ad esempio, da minacce, diffamazione, maltrattamenti, molestie sessuali, ecc. 

Mobbing quantificazione danno

Come hai avuto modo di capire, il mobbing praticato giorno dopo giorno procura un danno all’equilibro psicofisico del lavoratore al punto che quest’ultimo comincia a sviluppare vere e proprie patologie, quali ad esempio malattie cardio-vascolari, insonnia, disturbi alimentari e di relazione, ansia, attacchi di panico, depressione, perdita di capelli, ecc. Ovviamente, tutto ciò si riflette sulla capacità lavorativa della vittima.

Ebbene, a questo punto è lecito chiedersi: ma come difendersi dal mobbing? Ci sono diverse possibilità. Sicuramente, è possibile inviare una diffida al mobber per intimargli di smettere e segnalare l’accaduto agli sportelli anti-mobbing presenti in tutta Italia. 

Qualora le vessazioni abbiano anche un rilievo penale è buona cosa presentare una denuncia-querela (a seconda del reato che si viene a configurare) alle autorità competenti. In questo modo, scatteranno le indagini preliminari volte ad individuare il presunto responsabile e a raccogliere ogni elemento utile ad accertare i fatti.

Sul lato civile, invece, si può presentare un ricorso al giudice del lavoro territorialmente competente, avendo cura di raccontare la vicenda in ogni suo particolare.

In entrambi i casi, la vittima può chiedere il risarcimento del danno sofferto che può essere di natura:

  • patrimoniale: vale a dire il pregiudizio economico subito in conseguenza delle condotte vessatorie (demansionamento, perdita di indennità, ecc.). Pensa, ad esempio, alle spese mediche sostenute, alla perdita di reddito, e così via. Qualora sia impossibile una quantificazione precisa, si procederà ad una liquidazione equa basandosi su una quota della retribuzione per il periodo in cui si è protratta la condotta illecita;
  • non patrimoniale: inteso come danno biologico (cioè la lesione all’integrità psicofisica accertabile tramite perizia medico legale che stabilirà una percentuale), danno esistenziale (ossia alla vita di relazione) e danno morale (che colpisce la sfera emotiva). Quanto alla quantificazione, in tal caso il giudice è chiamato ad effettuare una liquidazione complessiva che tenga conto del caso concreto. Pertanto, il danno non patrimoniale è risarcibile tutte le volte in cui si verifichi una grave violazione dei diritti del lavoratore, da accertarsi in base alla persistenza del comportamento lesivo, alla durata e alla reiterazione delle situazioni di disagio professionale e personale.

Ovviamente, spetta al lavoratore dimostrare – tramite certificati medici, testimoni e qualsiasi altro documento – di aver subito una condotta vessatoria reiterata e, a causa di questa, un danno alla salute.



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