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Quali diritti politici garantisce la Costituzione

30 Giugno 2020 | Autore:
Quali diritti politici garantisce la Costituzione

Gli strumenti di partecipazione diretta ed indiretta dei cittadini alla vita dello Stato.

Ciascun individuo come cittadino può partecipare alla vita politica dello Stato al quale appartiene e alla formazione delle decisioni pubbliche di ogni giorno. La Costituzione nel titolo IV dedicato ai rapporti politici, rende effettiva tale partecipazione attraverso il riconoscimento dei diritti politici che, pertanto, rappresentano la tipica espressione dell’autogoverno del popolo (o sovranità popolare).

Quali diritti politici garantisce la Costituzione? Dalla lettura delle norme ivi contenute si evince che rientrano nella categoria: il diritto di elettorato attivo, il diritto di associarsi in partiti politici, il diritto di petizione e il diritto di elettorato passivo. Va comunque ricordato che i diritti politici, per un verso, possono essere ricondotti alla più vasta categoria dei diritti civili e in quanto tali sono riconosciuti dall’ordinamento giuridico italiano come fondamentali, inviolabili e irrinunciabili. Per un altro, ne differiscono, perché mentre gran parte dei diritti civili sono attribuibili anche agli stranieri, i diritti politici sono riconosciuti esclusivamente ai cittadini italiani.

Come si possono esercitare i diritti politici

I cittadini possono esercitare i diritti politici, partecipando in vario modo alla vita politica dello Stato.

Ad esempio, l’adesione ad un partito politico o l’assunzione di una carica pubblica rappresentano dei mezzi per una partecipazione attiva così come l’esercizio del diritto di essere eletto rappresenta una modalità di partecipazione diretta.

Gli istituti di democrazia diretta, come il referendum abrogativo, la petizione e l’iniziativa di legge, consentono ai cittadini di assumere delle decisioni in prima persona.

Gli istituti di democrazia rappresentativa come l’esercizio del diritto di voto, dal quale discende il diritto di eleggere i propri rappresentanti nelle istituzioni statali (ad esempio, il Parlamento) e nelle autonomie locali (si pensi al Sindaco) permettono, invece, ai cittadini una partecipazione indiretta alle scelte politiche della comunità.

In cosa consiste il diritto di elettorato attivo

Il diritto di elettorato attivo o più semplicemente il diritto di voto [1] è il più importante tra i diritti politici riconosciuti ai cittadini. Attraverso il suo esercizio, infatti, ogni cittadino sceglie i propri rappresentanti nelle istituzioni poste a guida dello Stato.

La Costituzione sancisce il principio del suffragio universale: il diritto di voto cioè, spetta a tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Essi votano per leggere i rappresentanti al Parlamento (elezioni politiche), per i consigli regionali, provinciali e comunali (elezioni amministrative) e per il Parlamento europeo (elezioni europee). Va precisato che per votare al Senato l’elettore deve avere compiuto 25 anni.

Il voto deve presentare determinati requisiti, necessari a garantire a tutti gli elettori di manifestare liberamente la propria volontà.

Pertanto, il voto è:

  • personale, nel senso che può essere espresso solo dall’elettore e non sono ammesse deleghe. Fa eccezione il soggetto che presenta un impedimento fisico come ad esempio una cecità. In questo caso può essere accompagnato nella cabina elettorale, da una persona di sua fiducia all’uopo autorizzata, che vota al suo posto;
  • uguale per tutti, cioè ogni voto vale uno come tutti gli altri, qualunque sia il voto espresso e da chiunque sia espresso;
  • libero, ossia nessuno può essere costretto o indotto a votare in modo differente dalla propria volontà;
  • segreto, per cui l’elettore vota isolato in una cabina e successivamente deposita personalmente la scheda nell’urna, senza mostrarla a nessuno. Qualunque segno sulla scheda che possa svelare l’identità dell’elettore, ne determina la nullità.

La Costituzione considera il voto come un dovere civico e non giuridico. I cittadini, infatti, non sono costretti a votare e il mancato esercizio del relativo diritto non comporta alcuna sanzione.

L’esercizio del diritto di voto è assicurato anche ai cittadini italiani residenti all’estero tramite l’istituzione di seggi elettorali nelle sedi delle ambasciate e dei consolati del nostro Paese.

Sono, altresì, previste alcune limitazioni all’esercizio del diritto di voto: sono private di tale diritto le persone condannate a gravi pene detentive o moralmente indegne (si pensi a coloro che sono stati interdetti dai pubblici uffici per essersi impossessati di denaro pubblico o a coloro che sono stati condannati in via definitiva a più di 5 anni di reclusione per delitti contro la persona) nonché i minori di età.

Per quanto riguarda, invece, gli interdetti e gli inabilitati per infermità di mente, il limite inizialmente posto dalla Costituzione, è stato superato da una legge del 1978 [2] e pertanto, anche questi soggetti sono stati ammessi all’elettorato attivo.

Cos’è il diritto di associarsi in partiti politici

L’articolo 49 della Costituzione riconosce ai cittadini la libertà di associarsi in partiti politici.

Nei partiti politici si associano persone che sono unite da idee politiche comuni e che, attraverso essi, cercano di promuoverle e di attuarle. I partiti sono associazioni di fatto che non possiedono personalità giuridica.

La libertà di associazione politica incontra, però, alcuni limiti di natura costituzionale sia per quanto riguarda la libera formazione dei partiti sia per la libertà dei cittadini di aderire ad un partito.

Per la formazione è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista [3]; per quanto attiene, invece, alla libertà di adesione, alcuni dipendenti pubblici (magistrati, funzionari ed agenti di polizia, militari, ecc.) non possono fare parte di alcun partito politico [4].

Il diritto di petizione: in cosa consiste

Il riconoscimento a tutti i cittadini del diritto di rivolgersi alle Camere mediante una petizione [5] ha comportato l’introduzione del primo istituto di democrazia diretta disciplinato dalla Costituzione.

Tutti i cittadini possono manifestare la propria volontà, rivolgendosi alle Camere mediante questo specifico strumento, cioè possono richiamare l’attenzione degli eletti su un problema di interesse generale.

Il Parlamento, una volta conosciuta la questione, non ha alcun obbligo di provvedere in quanto la petizione è solo un canale di comunicazione tra il cittadino e i parlamentari.

La petizione è un diritto riconosciuto a tutti i cittadini, sia elettori sia non elettori. Tuttavia, nonostante sia un mezzo diretto per comunicare con i propri rappresentanti, è scarsamente utilizzato. Basti pensare che ogni anno al Parlamento pervengono solo poche centinaia di petizioni.

D’altra parte esistono altri strumenti più rapidi ed efficaci che consentono ai cittadini di comunicare con i parlamentari come ad esempio attraverso i partiti politici o i sindacati.

La petizione presenta delle caratteristiche specifiche:

  • può essere rivolta da tutti i cittadini anche singolarmente;
  • non è richiesta una forma particolare per la sua formulazione;
  • è prevista solo l’autenticazione della firma del proponente;
  • può attenere qualsiasi problematica purché di interesse comune.

Cos’è il diritto di elettorato passivo

La Costituzione enuncia il principio di parità tra i sessi nell’accesso ai pubblici uffici ed alle cariche pubbliche, ribadendo l’uguaglianza dei cittadini già proclamata nell’articolo 3 della Costituzione [6]. In tal modo, il nostro legislatore ha voluto rimuovere il limite del sesso che in passato non consentiva alle donne di assumere determinati incarichi. Oggi, le donne possono accedere a qualsiasi carica elettiva così come possono aspirare a qualsiasi ufficio pubblico.

In seguito ad una modifica costituzionale introdotta nel 2003 [7], sono state introdotte nella Costituzione le “pari opportunità” così da dare più spazio alla presenza femminile sia per l’accesso alle cariche elettive sia agli uffici pubblici.

Successivamente, nel 2004, per le elezioni del Parlamento europeo, è stata approvata la così detta legge delle quote rosa [8], in base alla quale nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura superiore ai due terzi dei candidati.

E’ prevista, inoltre, l’ammissione agli uffici pubblici ed alle cariche elettive anche agli italiani che non sono cittadini della Repubblica, cioè coloro che vivono all’estero e hanno la doppia cittadinanza o che hanno perso la cittadinanza italiana. A tal proposito, va rilevato che la legge ha equiparato ai cittadini gli italiani non appartenenti alla Repubblica, riconoscendo loro il diritto di elettorato attivo e passivo per le elezioni politiche nonché in caso di referendum. Inoltre, ha previsto il diritto di votare e di essere eletti per i cittadini comunitari sia per le elezioni del Parlamento europeo [9] sia per le elezioni comunali [10].

Relativamente all’accesso agli uffici pubblici i cittadini comunitari non possono ricoprire cariche che comportano un esercizio diretto o indiretto di pubblici poteri.

In ultimo, è previsto che chi ricopre una carica elettiva deve avere la possibilità di dedicarsi pienamente a tale mandato. Pertanto, è stata emanata una normativa specifica che consente agli amministratori pubblici di usufruire di permessi sul lavoro o, in casi determinati (si pensi ad un sindaco o a un deputato), di essere esonerati dall’attività lavorativa per tutta la durata del mandato e di ricevere un’indennità.

Come sono tutelati i diritti politici

I diritti politici oltre ad essere riconosciuti dalla nostra Costituzione sono tutelati anche a livello internazionale. In merito, è opportuno ricordare la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 anche se è stato il Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966 a conferire valore vincolante alla proclamazione di tali diritti.

A livello europeo, invece, i diritti politici sono sanciti nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo e nella giurisprudenza della relativa Corte con sede a Strasburgo.


note

[1] Art. 48 Cost.

[2] L. n. 180/1978.

[3] Art. XII Disp. trans.

[4] Art. 98 co. 1 Cost.

[5] Art. 50 Cost.

[6] Art. 51 Cost.

[7] L. cost. n. 1/2003 che ha modificato il co. 1 dell’art. 51 Cost.

[8] L. n. 90/2004.

[9] L. n. 9/1989.

[10] D. Lgs. n. 197/1996.


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