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Dipendenza da cibo: sintomi, cause e terapia

10 Settembre 2020 | Autore:
Dipendenza da cibo: sintomi, cause e terapia

Le frustrazioni, il disagio, le abbuffate e i tentativi di dieta falliti. Come controllare l’appetito e la voracità? Si può chiedere il risarcimento o la restituzione dei soldi al dietologo a seguito del fallimento della dieta prescritta?

Il cibo è diventato il tuo chiodo fisso. Durante la giornata, pensi continuamente a cosa mangerai al momento della colazione, del pranzo, dello spuntino e della cena. Apri spesso il frigorifero e/o dai un’occhiata tra gli scaffali della cucina alla ricerca di qualcosa da sgranocchiare. Hai un rapporto alterato con il cibo. Ne sei consapevole. Te ne rendi conto dalle abbuffate in solitudine e dalla tendenza a mangiare meno quando sei in compagnia di altre persone. Inoltre, anche quando sei sazio, non ti alzi da tavola se non hai svuotato il piatto e mandato giù l’ultimo boccone. Ormai, mangi anche senza aver fame e, quando sei pieno, bevi alcol o bibite gassate per introdurre altro cibo nello stomaco. Non sei più in grado di comprendere il limite tra fame e sazietà. Mangi in fretta, con voracità, come se qualcuno volesse toglierti il piatto da sotto il naso. Mentre sei intento nello svolgimento di altre attività, immagini il momento in cui finalmente potrai andare a mangiare.

E se convivi con i tuoi familiari, con altri inquilini o con la tua dolce metà, magari acquisti di nascosto alcuni alimenti che consumerai in solitudine, quando non ti sentirai giudicato da nessuno. Eppure, sei tu stesso ad avvertire i sensi di colpa, a vergognarti e a rimproverarti dopo aver mangiato qualcosa di troppo calorico, qualcosa che sai già che ti allontanerà dai tuoi obiettivi di dimagrimento. Sì, perché la dieta è un’altra ossessione che accompagna le tue giornate oltre al consumo eccessivo di cibo. Non riesci a controllare il tuo impulso a mangiare. Quando vedi la tua immagine riflessa nello specchio non ti piaci, ma non riesci ad uscire da questo circolo vizioso e ti senti frustrato. Hai iniziato tante volte a privarti di alcuni alimenti o a ridurre le porzioni, ma dopo svariati tentativi, sei sempre punto e a capo. Magari fai qualche rinuncia a tavola e poi, per ricompensare lo sforzo fatto, mangi il doppio. A lungo andare, potresti anche accorgerti che i soldi spesi per il cibo e il tempo che dedichi a mangiare sono decisamente aumentati.

Tutti questi campanelli d’allarme sono chiari segnali della dipendenza da cibo. In tal caso, è consigliabile rivolgersi ad un esperto. Un professionista potrà seguirti e aiutarti a ristabilire un rapporto sano e corretto con il cibo e indirizzarti verso un’alimentazione equilibrata.

Prosegui nella lettura del mio articolo se vuoi saperne di più sulla dipendenza da cibo: sintomi, cause e terapia. A seguire troverai l’intervista al dr. Matteo Pacini (medico chirurgo, specialista in Psichiatria, docente di Medicina delle Dipendenze presso il Dipartimento di Psichiatria all’Università di Pisa). Dopo l’intervista, ti spiegherò se puoi richiedere o meno il risarcimento o la restituzione dei soldi al tuo dietologo se non sei riuscito a dimagrire con la dieta che ti ha prescritto.

Cos’è la dipendenza da cibo?  

Si tratta di una situazione in cui una persona sviluppa un appetito maggiore di quello che riterrebbe desiderabile per il mantenimento della propria forma fisica, oggettivamente riferibile ai valori della tabella del peso o anche semplicemente soggettiva. In genere, però, si intende associata ad un sovrappeso oggettivo oppure a un aumento del peso progressivo con gli anni. Si possono avere momenti di abbuffata o meno. La preoccupazione per il cibo e per la propria incapacità di controllarlo peggiorano notevolmente. A questa preoccupazione si aggiungono sentimenti di colpa, vergogna, disperazione, calo dell’autostima, comportamenti di isolamento, evitamento o calo delle attività.

Non tutti i soggetti in sovrappeso oppure obesi sono intensamente preoccupati e scoraggiati per la propria forma fisica e non tutti sono spesso impegnanti in diete. Alcuni non ne hanno mai provate. Così come alcuni soggetti sottopeso non sono anoressici ma sono in equilibrio con il proprio appetito, senza doversi sottoporre a privazioni. Come regola, invece, chi presenta comportamenti di privazione ricorrente o cronica, o di abbuffata, quasi sempre lo fa come segno di mancanza di controllo dell’appetito ed è quindi preoccupato dell’effetto sulla forma fisica.

Quando questo rapporto problematico col cibo e con l’appetito diventa continuo, e dura anni, si instaura un quadro di dipendenza, di solito, con un progressivo aumento di peso, magari ancora intervallato da periodi di controllo forzato o perdita di peso anche ingente. Nel tempo, la preoccupazione è maggiore, il controllo peggiora, il peso “morale” tende a diventare centrale. Se invece la persona, pur ingrassando, si preoccupa di meno e sostanzialmente non è più ossessionata dal peso, non si definisce una dipendenza.

Altri termini per indicare la dipendenza dal cibo sono il disturbo da alimentazione incontrollata, che però fa riferimento all’obesità. La bulimia e il binge-eating disorder spesso ne sono fasi, o precursori. L’obesità, intesa come malattia cronica progressiva recidivante, è una situazione che abbastanza spesso si associa alla dipendenza da cibo, cioè è causa di sofferenza psichica per la persona, ed espressione di disfunzione psichica, oltre ad avere conseguenze corporee varie.

Perché si parla di dipendenza da cibo?

Quando si usa il termine dipendenza ci si riferisce ad una malattia acquisita, ovvero non si nasce dipendenti, né è un modo per dire che si mangia in maniera sbagliata o per ragioni sbagliate. Significa che si sviluppa un rapporto non più controllato con il cibo, ma che questo rapporto poi diventa autonomo, cioè va avanti da solo per come si è sviluppato, per cui il recupero del controllo è proprio la parte che non riesce bene.

Il cibo ha un “potere consolatorio” temporaneo?

Il fatto che il cibo abbia un potere consolatorio o meno è poco rilevante. Per una persona che è preoccupata e angosciata dal controllo del peso, non può essere consolatorio mangiare di per sé, anche se lo è rispetto ad altro. Se quindi fosse questa la ragione, la persona si sarebbe spostata verso altre consolazioni, visto che questa produce un effetto non gradito sulla forma corporea.

Quali sono i fattori psicologici alla base della dipendenza?  Come riconoscere la dipendenza da cibo?

La dipendenza da cibo può essere riconosciuta da due versanti. Il primo è quanto sia importante, centrale e ossessionante il pensiero del cibo per la persona. Il secondo è quanto siano inefficaci i comportamenti alimentari tesi a controllare il peso. Semplificando, si potrebbe dire che il numero di diete tentate è il modo più semplice per capirlo. Così come numerose disintossicazioni sono un criterio diagnostico per la tossicodipendenza, le diete fallite lo sono per la dipendenza da cibo. E’ bene capire che non si tratta di tentativi falliti in realtà, ma di segnali di un bisogno di interrompere un meccanismo, che si deve realizzare, nella mente del cibo-dipendente, in maniera rapida, virtualmente il prima possibile, prima di avere di nuovo fame, per così dire.

Il bisogno di far diete, la tendenza a farle spesso (iniziarle), a pensarle ancor più spesso (dalla mattina alla sera), insieme alla ricerca di diete rapide oppure drastiche, sono espressione di una incapacità di gestire l’alimentazione per via naturale.

Il dimagrimento rapido diventa l’unica via considerata efficace semplicemente perché è un rapporto stravolto col cibo che, almeno temporaneamente, la persona riesce ad attuare: tanto più la persona non è in grado di gestire la libertà di mangiare, tanto più cerca regole artificiali, cioè cerca di evitare la libertà, cosa che di fatto è impossibile. Per questo può cercare contesti controllati, ricoveri, periodi di alimentazione limitata in centri residenziali, che hanno lo stesso significato, cioè confermare che la persona non è libera di mangiare come vuole e controllare come vuole l’impulso.

Come avviene la diagnosi di dipendenza da cibo?

La diagnosi non si contrappone o è sempre diversa dalle altre categorie esistenti. Essa indica un decorso cronico, recidivante e tendente al progressivo aumento di peso, seppure non sempre fino a livelli elevati.

In teoria, anche l’anoressia può rientrare nella stessa categoria, ma essa si distingue per un capovolgimento dell’usuale rapporto con il cibo (iper-controllo di un istinto), e una soddisfazione per la propria forma fisica, nonostante la consapevolezza dell’anomalia e del rischio ad essa associata.

Quali sono gli alimenti che, di solito, predilige chi è dipendente dal cibo?

Gli stessi di chi non lo è. Il fatto che un cibo induca dipendenza si basa sulle proprietà di gradimento e di attrazione che un cibo esercita sul cervello. I cibi che la inducono quindi sono anche quelli normali. E’ ipotizzabile, tuttavia, che esistano cibi equivalenti a droghe d’abuso, e che quindi riescono a indurre la perdita di controllo nel meccanismo che regola l’appetito. In altre parole, esiste un cibo “eroina”? Forse. Sicuramente, però, chi poi diventa cibo-dipendente non consuma solo determinati cibi, ma tende a consumarne di ogni tipo, con una prevalenza di cibi ad alto contenuto calorico e di carboidrati o grassi, ma questo è anche quello che accade in generale nell’uomo qualunque, al di fuori di situazioni di povertà o carestia.

Tuttavia, può darsi che certi cibi facciano da induttore di una condizione che altrimenti sarebbe più rara. Cibi che sono studiati per essere commercialmente ricercati possono avere in sé una componente che spinge la persona a consumarli, al di là di ogni altra considerazione, inclusa quella gastronomica. Cioè possiamo essere indotti a consumare un alimento anche se alla fine non ci dà la soddisfazione che credevamo. Un appetito malsano che non si sfoga bene su un cibo, ma che anzi rimane frustrato.

Esiste poi la questione della stimolazione ripetibile. Un cibo che è suddivisibile in più unità palatabili, tipo le patatine, è più soggetto a indurre abuso che non un alimento che ha senso solo se in unità grosse, tipo una tagliata. Così, se in teoria mangiare una patatina è “meno” che mangiare una bistecca da tagliare, in realtà alla fine la patatina induce un consumo ripetitivo. Stesso dicasi per cibi a base di latticini, di carboidrati.

Raramente, vi sono persone che riescono a deviare il gusto verso il consumo di cibi poco calorici in grandi quantità. Si tratta comunque di fasi della dipendenza, nelle quali il controllo del peso può riuscire meglio, ma in realtà la sensazione di precarietà rimane.

Quali sono le frustrazioni che vive chi è dipendente dal cibo?

Questo è il punto centrale. Il disagio non può essere definito né solo come un problema di obesità, perché non sempre c’è obesità, e a volte il sovrappeso è di grado modesto, o neanche costante. Possono esisterne anche forme a peso normale o ridotto, anche se in questo caso è più probabile che sia una anoressia.

In generale, la dipendenza da cibo è destinata nel tempo a convergere verso un peso più o meno superiore a quello “da tabella”, ma la costante è la frustrazione per il controllo del proprio peso verso il valore desiderabile, e tutto quello che nella mente della persona questo comporta, spesso sopravvalutato o addirittura opposto a ciò che realmente accade. In altre parole, la preoccupazione prevalente, o comunque prioritaria della persona è il controllo del peso, per cui se questo fallisce, l’intera esperienza di vita ne risulta limitata o disturbata, fino a fasi di isolamento e demoralizzazione, gesti autolesivi o idee di morte motivata dalla propria incapacità a mantenere una forma fisica considerata dignitosa.

Dicevamo che la frustrazione è la discrepanza, ovvero la differenza tra l’importanza data all’obiettivo e l’incapacità di mantenerlo. Non c’è sempre una corrispondenza con l’entità: può essere più infelice un soggetto che cerca invano di essere 10 chili in meno che un soggetto obeso che non ha questa preoccupazione come problema centrale.

Com’è vissuta la dieta da chi è dipendente dal cibo?  

Nella fase di scarsa consapevolezza, la dieta è vista come la soluzione ideale, giusta ma difficile. La frustrazione di non essere adatti alla dieta è un fraintendimento biologico, per cui la persona dà per scontato che la dieta sia possibile e sostenibile in quanto “giusta”, così come indegno e sbagliato ritiene il proprio peso. Quindi, vede se stesso come inetto, mancante di volontà, poco serio nel rispettare le regole, demotivato o pigro. Così il cibo-dipendente non realizza, dopo la 1000-esima dieta, che la dieta stessa è un sintomo del problema, ma ritiene che la 1001-esima possa essere quella buona. Per proseguire su questa strada illusoria le cambia tutte e, chiaramente, con alcune si troverà meglio o peggio, ma solo per quanto concerne la fase del dimagrimento e del mantenimento a medio-termine. La ripresa di peso è comunque l’esito finale.

Se esiste una dieta destinata al successo, questa dovrebbe essere percepita come “libera”. Difficile che quindi una caratterizzata da una serie di limiti sia percepita come tale. Paradossalmente, l’arricchimento di alcuni cibi dovrebbe produrre, senza che sia precritto come limitazione, lo spontaneo distacco della persona da altri alimenti. Ma al momento non si conoscono soluzioni di questo tipo.

Il cibo-dipendente frustrato, pur non riuscendo più a perdere se non i primi 2-3 chili, insiste nel dire che “è a dieta” o che “si deve mettere a dieta”, ma in pratica non lo fa o lo fa per desistere al minimo successo, poiché il meccaniso che produce un aumento dell’appetito ad ogni dimagrimento immaginato o ottenuto è fuori controllo.

In pratica, ad ogni passo avanti, il cibo-dipendente si sente autorizzato a fare due passi indietro come “premio”, e a questo stadio chiaramente il meccanismo del sacrificio non funziona più, perchè la privazione è sentita in maniera talmente continua e insinuante che la persona sognerebbe di dimagrire “magicamente”, raccontandosi che ciò dovrebbe avere per minime privazioni, o salti di pasto completamente compensati dal pasto successivo, o spostamento delle calorie da un cibo ad un altro.

L’effetto yo-yo può essere legato alla dipendenza da cibo?

L’andar su e giù di peso, e poi alla fine sempre un po’ più su, è il classico decorso non solo della dipendenza, ma anche di molte persone che non la hanno e si impegnano in diete per vario scopo. Lo yo yo può essere rapido o lento, anche in rapporto alle tecniche usate per dimagrire: in generale, rapido dimagrimento e rapida ripresa di peso sono speculari. Il risultato, però, anche nei dimagrimenti lenti, è la ripresa del peso: più tempo passa, più peso si recupera.

Quanto è importante lo sport per combattere la dipendenza da cibo?

Tutto ciò che è forzato non riesce a cambiare i meccanismi di fondo. Cambiare stile di vita, se non risulta nello scoprire uno stile di vita che può diventare quello preferito e ricercato, è inutile, poiché destinato a durare poco. Chiunque è soddisfatto dell’effetto che l’attività sportiva produce sulla propria forma fisica, eppure ciò non è sufficiente a rendere l’uomo un “animale sportivo”, anzi, è vero il contrario: lo stile di vita pigro conquista e seduce anche chi è sportivo, difficilmente accade il contrario.

Inoltre, è dimostrato che quando si intraprende una dieta e contemporaneamente si cerca di incrementare il consumo attraverso l’attività fisica, alla fine del periodo di prova le persone riescono, quando va bene, a realizzare una sola delle due cose. O seguono una dieta, o fanno sport. Il doppio sforzo, chiaramente, richiede uno spirito di sacrificio particolare ed è quindi più raro, oltre al fatto che non garantisce comunque alcun risultato stabile.

Come ricostruire un rapporto sano con il cibo? Quali sono le terapie consigliate?

Si può tentare di modificare sia la preoccupazione per il cibo, sia la parte legata alle abbuffate e alla voracità. Non esiste un farmaco “per l’appetito” che sia gestibile come regolatore “riduttore” in maniera sicura e stabile. I farmaci per calare di peso riducendo l’appetito in maniera continuativa si sono rivelati psichicamente poco sicuri.

Alcuni possono indurre un calo di peso, ma questo avviene non in tutte le persone, spesso più nelle prime fasi di trattamento, e in soggetti che lo assumono per altri motivi, e non per dimagrire. Curare la bulimia non significa necessariamente dimagrire. Nel binge-eating disorder può esservi una riduzione del peso, ma l’alimentazione è eccessiva anche fuori dalle abbuffate. L’effetto è molto relativo.

È possibile prevenire la dipendenza da cibo?

Nella società di oggi significherebbe rendere il cibo costoso o poco gradevole, e nessuna di queste due linee è al momento pensabile. Paradossalmente, si è giunti a contesti in cui è più facile ingrassare che non morire di fame, contrapposti ad altri casi in cui continua ad avvenire il contrario. Un senza tetto di New York riesce con pochi dollari al giorno elemosinati a introdurre un surplus di calorie, laddove un contadino africano che lavori tutto il giorno può invece non riuscire a ottenere un nutrimento sufficiente.

L’organismo umano, che da un lato non sa come sopravvivere senza nutrimento, non sa neanche come evitare di divenire obeso quando questo è libero e abbondante. Non lo sa sul piano metabolico, perché è predisposto ad accumulare, ma non lo sa soprattutto sul piano psichico, perché non ha una funzione di anti-appetito, se non la sazietà, che è fatta per durare il minimo possibile in presenza di cibo, e la nausea, che è un sintomo di malattia.

Dopo aver analizzato la dipendenza da cibo nell’intervista al dr. Matteo Pacini, a seguire ti spiegherò se puoi chiedere il risarcimento al tuo dietologo a seguito del fallimento della sua dieta.

Facciamo un esempio pratico.

Nel pieno della tua dipendenza da cibo, hai sperimentato varie diete «fai da te», finché una tua amica ti ha indirizzato verso il suo dietologo che, a suo parere, è particolarmente bravo e professionale e mantiene fede alle sue promesse di dimagrimento. Lei ha seguito tutti i suoi consigli e, nel giro di un lungo percorso fatto di una sana alimentazione e qualche rinuncia, è riuscita a raggiungere i risultati desiderati. Così, incoraggiata dalla tua amica, decidi anche tu di rivolgerti a questo dietologo.

Dopo aver seguito tutte le sue indicazioni, nonostante le promesse del professionista in prima seduta, ti accorgi che con il passare dei mesi l’ago della bilancia non si sposta neppure di un grammo. Sei molto frustrata anche perché stai uscendo dalla dipendenza dal cibo in cui eri già molto a disagio per via del tuo rapporto scorretto con l’alimentazione. Allora, ti domandi se puoi chiedere al dietologo il risarcimento del danno o la restituzione dei soldi spesi per esser stata da lui seguita, ma senza il raggiungimento di alcun risultato.

Innanzitutto, devi sapere che il dietologo è tenuto a quella che, in termini giuridici, viene definita un’«obbligazione di mezzi» e non «di risultato». In parole più semplici, il professionista non è tenuto a realizzare un risultato sperato (in tal caso, il dimagrimento), ma dovrà a fare in modo che l’obiettivo promesso tenda a realizzarsi. Il dietologo non è responsabile se esso non si verifica. Magari non hai davvero seguito alla lettera tutte le sue indicazioni oppure sono subentrati altri fattori.

Ovviamente, se il dietologo ha millantato risultati improbabili da realizzarsi nel giro di poco tempo, ad esempio ti ha promesso la perdita di «7 chili in 7 giorni», si tratta di “dolo contrattuale”. Pertanto, avrai diritto alla restituzione del denaro speso. Puoi proporre l’azione entro cinque anni dalla conclusione del contratto che puoi aver concluso anche solo verbalmente.



4 Commenti

  1. Purtroppo in questo quadro ben dettagliato, ritrovo le cattive abitudini alimentari di mia figlia. E’ un’adolescente. Inizialmente, era un po’ in carne. Alla fine, alle superiori si sa che il corpo di una ragazzina è in continuo cambiamento. Ma cominciando a crescere, al secondo anno, ho notato che iniziava a nascondere le merendine in camera. Trovavo le carte di biscotti, ciocciolate e barrette nel suo zaino. Oltre alle sigarette… Ogni tanto, le facevo qualche battuta per capire quali fossero le ragioni di questo comportamento, ma lei si chiudeva sempre di più e tendeva ad ingrassare. Allora, visto che non ha mai amato lo sport e non si è mai voluta iscrivere in palestra, anche per fare un po’ si movimento, ho cercato di convincerla ad andare da un dietologo. Ma lei non ne voleva sapere. Anzi, peggiorava sempre di più. Ne ho parlato con il nostro medico di famiglia ed ha voluto vederla per cercare di capire. Poi, lei si è convinta ad andare da uno psicologo e piano piano ne è uscita da questa dipendenza. Ora, frequenta il quarto anno delle superiori. Ha fatto un bel percorso ed ha iniziato a volersi bene

  2. Ho iniziato a sviluppare una dipendenza da cibo dopo la fine della relazione con la mia ragazza. All’inizio, ho “affogato” i miei dispiaceri nell’alcol… Lo so, è una brutta cosa. Poi, ho smesso di andare in palestra e iniziavo a mangiare con voracità tanti di quei carboidrati che prima consumavo a stento… Mi odiovo. Odiavo il mio aspetto. Odiavo la mia vita. Odiavo l’immagine riflessa nel mio specchio. Però, poi, un bel giorno quando l’ho vista con un altro, mi è scattata una scintilla. Ho capito che questa cretinetta che mi aveva tanto ferito non meritava che io cadessi nel baratro. Era diventata una vera fanatica. Una come tutte le altre bamboline insulse. E lì mi è scatto qualcosa non so. Allora, piano piano, con l’aiuto della mia famiglia e dei miei amici, ho deciso di riprendere in mano la mia vita. Ovviamente, la mia situazione non era gravissima, ma se non mi si fosse accesa quella lampadina, di certo mi sarei rivolto ad un esperto. Infatti, stavo pensando di andarci dallo psicologo. Poi, ho iniziato a lavorare da solo su me stesso. Per ora, sembra che stia andando bene. In ogni caso, credo che un po’ di sedute andrò comunque a farle per evitare che possa ridurmi nuovamente in quel modo per una ragazza

  3. E’ tutta una questione mentale. Mangiare cibo spazzatura ci intossica e crea dipendenza. Gli zuccheri creano dipendenza. Io sono golosa, ma cerco di dosare bene nel corso della settimana i miei “strappi alla regola”. Non si tratta semplicemente di una questione di linea e di aspetto fisico, ma anche e soprattutto di salute. Inoltre, è consigliabile mangiare lentamente per assaporare le pietanze e mangiare di meno. Non bisogna mangiare con voracità e per non arrivare affamati a pranzo e a cena, bisogna fare degli spuntini e in ogni caso consumare piccoli bocconi. Sono regole basilari che possono aiutare a non mangiare troppo e non mangiare più del necessario, rispetto alle nostre effettive esigenze. Certo, nelle feste e nelle occasioni speciali ci sta mangiare qualcosa di più elaborato ed esagerare un po’ di più a tavola. ma se questa diventa un’abitudine lo stomaco si dilata e poi assumere troppe calorie e grassi fa male al nostro equilibrio psicofisico.

  4. Io compravo a scuola un sacco di prodotti confezionati. dalle patatine alle cioccolate. Le mangiavo mentre ero da solo in bagno… mi vergogno anche a dirlo… Non so cosa mi stesse succedendo in quel periodo. Mi sentivo nervoso, frustrato… Non accettato. Mi sa che avevo anche paura ad approcciarmi ad alcuni compagni di classe… ecco. Poi, ho capito parlandone a casa che era necessario intervenire. Mi hanno portato da uno psicoterapeuta. Ho capito quali erano le ragioni del mio malessere… MI sentivo diverso. Questa società dice di essere all’avanguardia, ma sia i ragazzi che gli adulti, non sono sempre in grado di riconoscere l’essere umano in quanto tale. Ero bullizzato dai miei coetanei e mi rifugiavo nel cibo.

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