Quanti sono gli italiani che non pagano le tasse

30 Giugno 2020 | Autore:
Quanti sono gli italiani che non pagano le tasse

L’Irpef è versata da pochi contribuenti: il 49%. Fra i paganti, il maggior carico è sui ceti medio-bassi. Le proposte di riforma per correggere queste distorsioni.

Forse, le tasse in Italia sono troppo alte ma sicuramente non per tutti: infatti quasi un italiano su due non paga l’Irpef, cioè l’imposta sul reddito delle persone fisiche che dovrebbe colpire tutti i contribuenti, a prescindere dall’attività esercitata. Lo afferma oggi a chiare lettere l’economista Mario Baldassarri sulle colonne de Il Sole 24 Ore e la sua analisi è basata sui dati ufficiali comunicati dall’Agenzia delle Entrate.

«I dati dell’Agenzia delle Entrate del 2018 indicano che il gettito totale dell’Irpef è stato pari a 158 miliardi di euro pagati da 31 milioni di cittadini su 61 milioni di abitanti. Ne deriva aritmeticamente che il 49% degli italiani non paga Irpef», scrive Baldassarri.

E approfondendo l’analisi aggiunge che «tra i paganti, quelli con redditi lordi medio-bassi inferiori a 55mila euro hanno pagato 101 miliardi, il 64% del totale. I contribuenti fino a 100mila euro di reddito lordo hanno pagato 123 miliardi, quasi l’80% del totale. Pertanto i cittadini con più di 55mila euro hanno pagato un terzo del totale e quelli con più di 100mila euro hanno pagato un quinto del totale».

Insomma, anche se il dato dei “non paganti” non può considerarsi automaticamente evasione fiscale (probabilmente si tratta in larga parte di contribuenti fuori dal campo di applicazione dell’imposta) emerge in ogni caso una distribuzione molto poco equa del carico fiscale tra i cittadini: oltre al fatto che la metà dei contribuenti italiani risulta di fatto “esente” dall’Irpef, anche la ripartizione penalizza soprattutto i ceti medi e le fasce reddituali più basse della popolazione, che sopportano la maggior parte dell’imposizione complessiva.

Un quadro che non sembra essere affatto in linea con il principio di capacità contributiva previsto dall’art. 53 della Costituzione, che dispone: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività». E proprio l’Irpef, con il suo sistema di aliquote crescenti più che proporzionalmente all’aumentare dei redditi, dovrebbe essere l’imposta progressiva per eccellenza.

Su questi aspetti Baldassarri spiega che «nella nostra Costituzione sono scolpiti due princìpi fondamentali: “l’equità verticale”, cioè le imposte devono essere progressive e quindi persone con maggiore reddito pagano proporzionalmente più tasse; “l’equità orizzontale”, cioè persone con le stesse condizioni economiche pagano la stessa imposta».

Invece, la nostra attuale Irpef è disegnata diversamente: «ha cinque scaglioni e cinque aliquote. Poi ci sono deduzioni e detrazioni fiscali a pioggia (Tax expenditure) che ammontano a 80 miliardi di euro certificati dal ministero dell’Economia, escludendo quelle sociali – sacrosante – per carichi di famiglia, per redditi da lavoro dipendente, per mutui prima casa ecc. che vanno confermate e forse rafforzate». Perciò – rimarca l’economista – «i numeri dimostrano che l’attuale Irpef è regressiva, cioè non rispetta il principio costituzionale dell’equità verticale, e, a parità di reddito, fa pagare di più a chi non è avvantaggiato dalle Tax expenditure, cioè non rispetta neanche il principio dell’equità orizzontale».

Le osservazioni odierne di Baldassarri vengono formulate proprio a proposito della riforma fiscale preannunciata dal Governo: «quasi tutti parlano di abbassamento delle tasse, pochi però dimostrano di conoscere ciò di cui parlano», avverte l’economista, che è stato anche viceministro dell’Economia e Finanze e presidente della Commissione Finanze e Tesoro del Senato.

Così, prendendo atto di questi dati, Baldassarri propone «una riforma strutturale, permanente e complessiva (come ribadito dal Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco) con in testa l’Irpef per lavoratori e famiglie e l’Irap e il cuneo fiscale per le imprese»; ma avverte che «il minor gettito non può essere coperto con maggiore deficit e debito, né, tantomeno, con i fondi europei».

Infatti – prosegue – «qualunque riforma fiscale con riduzione di gettito, per essere credibile, deve essere “in pareggio” e quindi finanziata con risorse ricavate all’interno del bilancio pubblico». Per Baldassarri, quindi, «il coraggio non sta nel tagliare le tasse, ma nel reperire le risorse, tagliando sprechi e ruberie di spesa pubblica, le mille agevolazione e bonus fiscali e recuperando risorse dalla lotta all’evasione», che stavolta, però, dovranno essere «non annunciate, ma incassate».

Così, per eliminare tutte queste distorsioni, la riforma suggerita, secondo Baldassarri, dovrebbe basarsi »su una imposizione onnicomprensiva, su un allargamento delle basi imponibili e su una riduzione dei livelli e del numero delle aliquote».

«Seguendo questi tre princìpi e sempre sulla base dei dati ufficiali, se introducessimo una Irpef con una no-tax area sotto i 20mila euro e tre aliquote, al 20% da 20 a 50mila euro, al 30% tra 50 e 100mila euro e al 43% sopra i 100mila euro, si avrebbe un abbassamento delle tasse di circa 40 miliardi di euro. Questi sgravi però andrebbero per l’80% ai redditi medio bassi inferiori ai 55mila euro. Questa Irpef sarebbe progressiva e rispetterebbe il dettato costituzionale», propone, senza dimenticare che «alla riforma Irpef si deve poi affiancare l’azzeramento dell’Irap o la riduzione del cuneo fiscale-contributivo per le imprese per 20 miliardi, compensandola con una pari riduzione degli oltre 50 miliardi di fondi perduti che ogni anno eroghiamo».

Infine, Baldassarri sottolinea la fattibilità del progetto: «per la copertura finanziaria basterebbe tagliare 40 miliardi, cioè la metà delle attuali Tax expenditure a pioggia. Avremmo così una riforma fiscale strutturale, permanente, credibile e soprattutto semplice». Ma è consapevole dei problemi in campo: «Ciò che non è affatto semplice è trovare il consenso politico, sempre bloccato finora dalle mille corporazioni e congreghe trasversali che da decenni sguazzano su quegli sprechi di spesa, sulle piogge di agevolazioni fiscali e su elusione ed evasione. Purtroppo negli ultimi decreti la pioggia di deduzioni e detrazioni di imposte (vedi biciclette elettriche e monopattini) è diventata un diluvio di goccioline, piccole piccole».

Ora la parola su queste proposte e sulle altre in campo passa al Governo: «tra gli obiettivi del governo c’è sicuramente la riforma fiscale, condividiamo tutti in maggioranza il fatto che il nostro fisco è inefficiente, non equo», aveva annunciato il premier Giuseppe Conte al termine degli Stati generali dell’economia. «Bisogna lavorare sulla progressività e la riduzione della pressione fiscale sul lavoro e sull’impresa», sono questi i principi «di fondo», ha aggiunto il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri intervenendo mercoledì scorso al Question Time al Senato.



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