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Coronavirus e polmoniti sospette, ecco quante sono state

30 Giugno 2020
Coronavirus e polmoniti sospette, ecco quante sono state

Anomala quantità di pazienti con problemi respiratori già a novembre e dicembre, nella zona dove il Covid ha colpito con maggiore aggressività.

Un’impennata di polmoniti «strane», che non rispondevano ai farmaci e alle cure. Ad Alzano Lombardo, in provincia di Bergamo, erano presenti già a novembre, quando risultava difficile ipotizzare la causa o comunque collegarla a una pandemia che, allora, non esisteva. Un’escalation fino a febbraio: 110 in tutto, secondo quanto riporta oggi L’Eco di Bergamo. Il quotidiano cita i dati resi pubblici dall’Ats Bergamo e Asst Bergamo Est su richiesta del consigliere regionale di Azione, Niccolò Carretta. Sull’ospedale di Alzano, in particolare sulla gestione del pronto soccorso durante l’emergenza, sta indagando la procura bergamasca.

«Le polmoniti sconosciute non sono un unicum dell’ultimo inverno – mette bene in evidenza L’Eco di Bergamo -. Come si può osservare dagli stessi dati resi noti da Ats, i codici 486 ci sono sempre stati nell’ospedale di Alzano Lombardo. Ma dall’andamento mensile l’anomalia è chiara, così come è chiara dal confronto tra i ricoveri del 2019 e quelli del 2018: 196 polmoniti non riconosciute nel 2018, ben 256 tra gennaio e dicembre 2019. Il 30% in più, a emergenza ancora molto lontana. Ed è bene specificare che questi numeri ufficiali contemplano solo i ricoveri, non i semplici accessi al pronto soccorso».

Insomma: difficile, all’epoca, poter qualificare quell’impennata come anomala. Semmai lo è apparsa con tutta evidenza a posteriori. Peraltro le circolari del ministero della Salute, con i protocolli da adottare, sono state rispettate. In particolare, le linee guida del 22 gennaio dicevano che per «caso sospetto» era da intendersi «una persona che manifesta un decorso clinico insolito o inaspettato, soprattutto un deterioramento improvviso nonostante un trattamento adeguato senza tener conto del luogo di residenza o storia di viaggio, anche se è stata identificata un’altra eziologia che spiega pienamente la situazione clinica».

Il 27 gennaio viene emanata una nuova circolare che aggiunge che i casi sospetti non devono essere qualificati come tali solo in base ai sintomi, ma devono anche avere «una storia di viaggi nella città di Wuhan (e nella provincia di Hubei), Cina, nei 14 giorni precedenti l’insorgenza della sintomatologia», oppure aver «visitato o lavorato in un mercato di animali vivi a Wuhan e/o nella provincia di Hubei, Cina».

Un tema di cui si è parlato fin dalla prima ora dell’emergenza Coronavirus (ne scrivemmo qui: “Coronavirus: quelle strane polmoniti e il mistero dei contagi“). Riportammo la testimonianza di un medico, all’epoca raccolta da Adnkronos, che spiegava proprio come molti dei suoi pazienti, poi risultati positivi, si ammalarono di polmonite prima della scoperta del cosiddetto paziente uno di Codogno.

«Non c’erano particolari allerte – raccontava il medico -. Per il nuovo Coronavirus tutto quello che dovevamo fare era chiedere agli assistiti se venivano dalla Cina, e in particolare dall’area a rischio. E non è che in una cittadina piccola come Castiglione d’Adda ci fosse tutta questa ressa di pazienti rientrati dalla Cina. I nostri assistiti quando facevamo la domanda si mettevano a ridere. L’unico protocollo da applicare era quello. Nessuno dei pazienti poi risultati positivi al Coronavirus aveva avuto contatti con la Cina».



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