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Lavoro domestico licenziamento: ultime sentenze

8 Agosto 2020
Lavoro domestico licenziamento: ultime sentenze

Periodo di comporto per maternità; divieto di licenziamento della lavoratrice domestica; installazione della videocamera.

Legittimità del licenziamento ad nutum

Si qualifica come di lavoro domestico la prestazione lavorativa a favore di una comunità religiosa o familiare, con conseguente legittimità del licenziamento ad nutum intimato alla lavoratrice medesima.

Cassazione civile sez. lav., 30/08/2018, n.21446

Lavoro domestico: la presenza di videocamera

In ambito del lavoro domestico, la presenza di videocamera presso l’abitazione del resistente appare sufficientemente giustificata con esigenze di sicurezza dell’edificio, anche in considerazione del furto subito, come documentato in causa e appare di sé per sufficiente per escludere che la finalità dell’installazione della videocamera fosse quella dell’illecito controllo dell’operato del personale dipendente. Ne consegue l’infondatezza delle domande di parte ricorrente concernenti il licenziamento e le richieste risarcitorie.

Tribunale Milano sez. lav., 29/07/2014, n.2517

Licenziamento del lavoratore e procedura di regolarizzazione

Il licenziamento del lavoratore extracomunitario privo di permesso di soggiorno disposto allorché il datore di lavoro aveva invece l’obbligo di avviare la procedura di regolarizzazione costituisce atto discriminatorio ex art. 3 l. 11 maggio 1990 n. 108 con conseguente applicazione, nei confronti del datore di lavoro domestico, dell’art. 18 st. lav.

Tribunale Brescia, 25/09/2009

Lavoro domestico: i parametri per la sussistenza del rapporto

L’individuazione dell’esistenza di un rapporto di lavoro domestico si basa su parametri individuati dall’interpretazione giurisprudenziale. La sussistenza di un rapporto di lavoro domestico comporta, nel caso di recesso, l’applicazione della disciplina del licenziamento “ad nutum”, con l’unica limitazione rappresentata dall’obbligo del preavviso. Non sussiste pertanto obbligo a carico del datore di lavoro di risarcire il danno alla lavoratrice licenziata.

Corte appello Torino, 11/06/2003

Certificato medico attestante la data presunta del parto

Anche per il lavoro domestico vale il principio della non necessità della presentazione preventiva di certificato medico attestante la data presunta del parto nonché il principio secondo cui il licenziamento della lavoratrice domestica irrogato durante il periodo di comporto per maternità è nullo e non solo temporaneamente inefficace.

Tribunale Roma, 02/12/1998

Lavoro domestico e tutela della maternità

Attesa l’applicabilità al rapporto di lavoro domestico della tutela della maternità prevista dall’art. 2110 c.c., anche per tale rapporto di lavoro, in occasione della maternità, deve ritenersi sussistente il divieto di licenziamento per un periodo che, non essendo applicabile nè la l. n. 1204 del 1971, nè le convenzioni internazionali in materia, dovrà essere individuato dal giudice che, in mancanza di usi normativi e in caso di non applicabilità del contratto collettivo di categoria, determinerà equitativamente le modalità temporali del divieto di licenziamento della lavoratrice domestica in maternità, definendo i diritti e gli obblighi delle parti durante il periodo in cui tale divieto sia ritenuto operante; legittimo parametro di riferimento di tale giudizio equitativo, per la sua coerenza con le norme della l. n. 1204 del 1971 applicabili anche alle lavoratrici domestiche, può essere individuato in quel periodo (due mesi prima e tre mesi dopo il parto) in cui è vietato adibire al lavoro tutte le lavoratrici dipendenti, riconoscendo alle stesse una indennità giornaliera adeguata alla retribuzione, indennità corrisposta, nel caso delle collaboratrici familiari, direttamente dall’Inps.

Cassazione civile sez. lav., 22/06/1998, n.6199

Comunicazione del licenziamento

È infondata la questione di legittimità costituzionale, in riferimento agli art. 3 e 37 cost., degli art. 2239 e 2240 c.c. nella parte in cui non prevedono l’applicabilità al rapporto domestico dell’art. 2110 comma 2 c.c., e quindi non consentono al giudice di determinare secondo equità, in mancanza di leggi, norme collettive o usi, il periodo decorso il quale il datore di lavoro, in caso di gravidanza e puerperio della lavoratrice, può recedere dal rapporto.

Ciò che non consente al giudice “a quo” di determinare secondo equità un periodo di comporto non è tanto l’inapplicabilità dell’art. 2110 c.c. quanto il fatto che il licenziamento è stato comunicato alla lavoratrice in data anteriore a quella del certificato medico di gravidanza, cioè in un momento in cui, non essendo applicabile (sent. n. 86 del 1994) la norma speciale dell’art. 2 comma 2 l. 30 dicembre 1971 n. 1204, sarebbe mancato il presupposto formale costitutivo del divieto di licenziamento: fuori dell’ambito normativo dell’art. 2 legge del 1971, per cui “il divieto di licenziamento opera in connessione con lo stato oggettivo di gravidanza e puerperio, la decorrenza del divieto è legata alla data del certificato medico attestante lo stato di gravidanza, regola già applicata dalla legge precedente 26 agosto 1950 n. 860, e che nell’ordinamento vigente si argomenta dall’art. 3 comma 1 della convenzione n. 103 dell’organizzazione internazionale del lavoro (OIL) concernente la protezione della maternità, ratificata dall’Italia, senza alcuna riserva, con l. 19 ottobre 1970 n. 864.

Corte Costituzionale, 26/05/1995, n.193

L’attività di casalinga e il risparmio del relativo compenso

L’attività casalinga svolta nella propria abitazione dalla lavoratrice illegittimamente licenziata, non è configurabile come vantaggio economico compensativo del danno derivante dal licenziamento in assenza della prova della sostituzione di tale attività a quella di un precedente collaboratore domestico con risparmio del relativo compenso.

Cassazione civile sez. lav., 12/05/2005, n.9968

Lavoro domestico: opera il divieto di licenziamento della lavoratrice in gravidanza?

In tema di lavoro domestico non opera il divieto di licenziamento della lavoratrice in stato di gravidanza atteso che l’art. 62, comma 1, del d.lgs n. 151 del 2001, richiama gli artt. 6, comma 3, 16, 17, 22 commi 3 e 6 (con il relativo trattamento economico e normativo), ma non anche l’art. 54 dello stesso decreto.

Cassazione civile sez. lav., 02/09/2015, n.17433



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