Cancro all’ovaio, la svolta italiana per prevedere la malattia

1 Luglio 2020
Cancro all’ovaio, la svolta italiana per prevedere la malattia

Mutazioni genetiche spia di questo tipo di tumore compaiono fino a sei anni prima. Una ricerca ci dice che è possibile intercettarle, dando una speranza in più per salvare vite.

Prevedere il tumore all’ovaio si può, arrivando a batterlo sul tempo addirittura di sei anni e riuscendo a capire se c’è una predisposizione alla malattia. È una scoperta tutta italiana quella che promette di rivoluzionare la cura di questo tipo di cancro. La più grave neoplasia ginecologica è anche l’ottava causa di morte femminile: trecentomila donne si ammalano ogni anno di tumore ovarico in tutto il mondo. Adesso, grazie ai progressi della ricerca, si spera di riuscire a salvare più vite grazie a una diagnosi precoce.

Ma in cosa consiste la nuova scoperta? Secondo quanto ci racconta l’Adnkronos, analizzando con nuove tecniche di sequenziamento del dna il materiale prelevato attraverso un comune pap test, è possibile identificare fino a sei anni prima mutazioni genetiche predittive del carcinoma ovarico. La scoperta, pubblicata su Jama Network Open, è firmata da scienziati dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri Irccs di Milano, in collaborazione con l’ospedale San Gerardo di Monza e l’università di Milano-Bicocca.

Le conclusioni della ricerca, supportata dalla Fondazione Alessandra Bono Onlus, vanno considerate «con prudenza» perché lo studio è stato condotto su pochi casi. Ma secondo gli autori sono «estremamente convincenti e incoraggianti», aprendo alla «concreta speranza» di un intervento tempestivo e potenzialmente salvavita.

Un male silenzioso

Il carcinoma ovarico – ricordano gli esperti – è il sesto tumore più diffuso tra le donne ed è il più grave per la sua alta mortalità, classificato fra le prime cinque cause di decesso per cancro nella popolazione femminile della fascia d’età 50-69 anni. Ogni anno nel mondo uccide 150mila donne.

In Italia, circa 50mila donne convivono con un cancro all’ovaio e le nuove diagnosi sono 5.200 all’anno. La maggioranza delle pazienti non presentano sintomi specifici: questo porta alla diagnosi tardiva e quando il tumore è avanzato e molto difficile da curare. Se il cancro viene diagnosticato in stadio iniziale la possibilità di sopravvivenza a cinque anni è del 75-95%, mentre crolla al 25% per i tumori diagnosticati tardi.

Le cellule «spia»

I ricercatori sono partiti dall’ipotesi che dalla tuba di Falloppio, dove nascono la maggior parte dei carcinomi sierosi di alto grado dell’ovaio – tipologia che rappresenta l’80% dei tumori ovarici maligni – si potevano staccare fin dalle fasi precoci alcune cellule maligne. Cellule «spia» che, raggiunto il collo dell’utero, potevano essere prelevate con un esame di screening come il pap test. Il materiale poteva poi essere sottoposto ad analisi ulteriori, essendo noto che già dalle prime fasi della genesi tumorale le cellule acquisiscono nel loro dna delle peculiari mutazioni a carico della proteina Tp53. Il gene corrispondente è considerato un «guardiano» del genoma, perché una volta alterato guida le fasi successive della trasformazione di una cellula sana in una malata.

«Il dato più interessante – afferma Maurizio D’Incalci, direttore del Dipartimento di Oncologia dell’Istituto Mario Negri, che ha guidato queste ricerche – è che abbiamo dimostrato la presenza di dna tumorale, che deriva dal carcinoma ovarico, in pap test prelevati in pazienti affette da tumore ovarico anni prima della diagnosi di carcinoma dell’ovaio. Questo ci indica che già sei anni prima le analisi molecolari messe a punto oggi avrebbero potuto consentire teoricamente di diagnosticare il tumore. Credo che l’applicazione di questo test possa salvare moltissime vite umane».

Cosa c’entra Angelina Jolie

In alcuni casi in cui erano disponibili diversi pap test eseguiti sei e quattro anni prima alla stessa paziente – riferiscono gli studiosi – è stata identificata «in modo inequivocabile» la stessa mutazione clonale della proteina p53 che si ritrova nel tumore, e questo rafforza l’idea che si tratti di «alterazioni molecolari specifiche che sono alla base dello sviluppo della malattia».

Per Robert Fruscio, professore associato di Ginecologia e Ostetricia della Bicocca e responsabile clinico della sperimentazione al San Gerardo, «l’importanza dei risultati ottenuti da questo progetto è straordinaria, in quanto l’applicazione di questo test potrà permettere di diagnosticare precocemente il carcinoma dell’ovaio. Nelle pazienti che hanno mutazioni di Brca1 o 2 – i cosiddetti geni Jolie dal nome dell’attrice Angelina Jolie che ha annunciato di averle – con un’alta probabilità di ammalarsi di carcinoma dell’ovaio, una raccolta prospettica di pap test è già iniziata e questo ci consentirà di verificare la validità della metodica in tempi ragionevolmente brevi».

L’importanza della scoperta

Molti tentativi recenti di individuare biomarcatori precoci di carcinoma ovarico sono falliti e per questo la scoperta tricolore viene definita «di grandissimo significato». Fabio Landoni, professore associato di Ginecologia e Ostetricia in Bicocca e direttore di Ginecologia chirurgica al San Gerardo, ritiene che «il successo di questa scoperta» sia «da attribuirsi all’integrazione tra ricerca clinica e preclinica, che ha consentito la nascita di un gruppo interdisciplinare in cui molti giovani medici, oncologi, biologi, genetisti, ingegneri bioinformatici e statistici lavorano con entusiasmo insieme per raggiungere dei risultati importanti».

«Dal punto di vista clinico – evidenzia Landoni – la possibilità di contare su una possibile diagnosi precoce, oltre che migliorare la percentuale di guarigione, consentirà un approccio chirurgico (che rimane la strada principale per la cura) meno invasivo e demolitivo».

Prossimo obiettivo: applicare il test a tutte le donne

«Ovviamente c’è tantissimo lavoro da fare per ottimizzare il test, estenderlo a grandi casistiche e valutare la sua sensibilità e la sua specificità – puntualizza Sergio Marchini, direttore dell’Unità di Genomica translazionale, Dipartimento di Oncologia del Mario Negri -. Abbiamo fatto un controllo interno valutando pap test di pazienti che avevano un’età simile a quella dei casi studiati con carcinoma ovarico e che sono state operate per patologie benigne ginecologiche, e in nessuna abbiamo riscontrato le mutazioni che troviamo nelle pazienti con tumori ovarici. Questo ci fa ritenere che il test sia specifico, ma evidentemente ci vogliono prove su casistiche molto più ampie».

«A questo proposito – conclude D’Incalci, vincitore del premio biennale Guido Venosta, promosso dalla Fondazione Airc per la ricerca sul cancro – attiveremo rapidamente collaborazioni con tutti i principali centri italiani e alcuni centri esteri per valutare questo test su un grande numero di casi, in modo da offrire il prima possibile la sua applicazione a tutte le donne».



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