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Cos’è la droga del combattente

1 Luglio 2020 | Autore:
Cos’è la droga del combattente

In Italia, il più grande sequestro al mondo di anfetamine. La Siria, attraverso l’Isis, è il primo produttore al mondo.

Il suo vero nome è Captagon. Più colloquialmente, è chiamata «droga dell’Isis» o anche «dei terroristi», «dei combattenti» o «del Jihad». È un’anfetamina. Per i miliziani dell’Isis ha una duplice utilità. Spesso la consumano prima degli attentati: la prese Seifeddine Rezgui, autore della strage sulla spiaggia di Susa, Tunisia, in cui morirono 38 persone e fu trovata nel covo degli attentatori del Bataclan.

Annulla la paura e non fa sentire il dolore ma neanche la fatica, per questo è assunta anche da civili. Ancor più importante per i jihadisti, il suo valore economico: è, infatti, attraverso il traffico di Captagon che finanziano le loro attività economiche e terroristiche, attentati compresi.

Il maxi sequestro

Oggi, si è tornati a parlare di questa droga perché a Salerno è stato eseguito il più grande sequestro di anfetamine al mondo, a opera della guardia di finanza di Napoli, su delega della locale Direzione distrettuale antimafia: 14 tonnellate di stupefacente, per un totale di 84 milioni di pasticche dal valore di oltre un miliardo di euro, provenienti dalla Siria. È qui che vengono maggiormente prodotte – negli anni Novanta si trovavano soprattutto in Arabia Saudita e Libano -, riportando sulla pasticca il classico simbolo che le contraddistingue. Dalla Siria, quartier generale dell’Isis, che ne controlla il traffico a livello mondiale, vengono poi vendute in tutto il Medio Oriente.

Erano nascoste in tre container, dentro enormi cilindri di carta per uso industriale alti due metri, arrivati oggi al porto di Salerno. Dentro ogni cilindro, c’erano 350 chili di pasticche, occultati tra strati di carta, in modo da renderle invisibili a controlli con «scanner».

Le ipotesi investigative

Si pensa fosse destinata al mercato europeo: un carico del genere basta a rifornire l’intero continente. Resta da capire perché proprio a Salerno: si pensa che, forse, in generale, un porto più piccolo potesse dare meno nell’occhio. Ma potrebbe esserci un motivo più specifico: recenti indagini hanno messo in luce falle nei controlli, come l’operazione che ha portato a 69 misure cautelari per furti di merce.

Due settimane fa, sempre al porto di Salerno, gli specialisti del Gruppo Investigazione Criminalità Organizzata (Gico) del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Napoli, avevano intercettato un container con un carico di copertura costituito da abiti contraffatti, contenente 2.800 chili di hashish e 190 chili di amfetamine (oltre un milione di pasticche) con lo stesso identico simbolo. L’operazione rientra nell’ambito dei rafforzati controlli antidroga avviati dal lockdown in poi: a causa della mobilità ridotta e del distanziamento sociale, i trafficanti di droga hanno dovuto reinventare nuove modalità di approvvigionamento e vendita.

Il lockdown d’intralcio allo spaccio

Secondo quanto leggiamo su una nota dell’agenzia di stampa Adnkronos, si ipotizza che proprio il lockdown abbia spinto i gruppi criminali a cercare canali di rifornimento alternativi. Le severe restrizioni antiCovid hanno avuto l’effetto di fermare la produzione e distribuzione di droghe sintetiche in Europa, quindi, alla ripresa, molti trafficanti, anche in consorzio, potrebbero essersi rivolti alla Siria, la cui produzione invece non ha subito rallentamenti. Sono in corso indagini per individuare i responsabili che, proprio in relazione all’ingente quantitativo sequestrato, potrebbero operare per conto di un cartello di clan di camorra in grado di commercializzare sostanze in ambito internazionale.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte si è congratulato via Twitter: «Complimenti alla nostra Gdf per la maxi-operazione nel porto di Salerno che ha portato al sequestro di un ingente quantitativo di droga destinato a finanziare l’Isis. Un duro colpo al terrorismo internazionale e la dimostrazione che l’Italia mantiene sempre alta la guardia».



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