Accertamento fiscale annullato se la motivazione è imprecisa

1 Luglio 2020 | Autore:
Accertamento fiscale annullato se la motivazione è imprecisa

Cade l’avviso di liquidazione che non spiega con chiarezza le ragioni della pretesa tributaria, non indica le norme di riferimento e non allega gli atti precedenti.

Che fare quando ricevi una cartella di pagamento o un altro atto di accertamento fiscale dove i motivi della pretesa tributaria sono esposti in maniera poco chiara? Devi sapere che la legge [1] impone un preciso obbligo di motivazione per tutti i provvedimenti amministrativi e in particolare per gli atti impositivi dell’amministrazione finanziaria, dove le ragioni che hanno indotto l’ufficio a richiedere il pagamento delle imposte – applicando il più delle volte anche interessi e sanzioni – sono spesso complesse, ma non per questo possono rimanere oscure e non chiarite.

Così cade l’avviso di accertamento che nella motivazione non indica in maniera completa e precisa le ragioni della pretesa. Lo ha stabilito la Cassazione con una ordinanza appena pubblicata [2] , in cui ha annullato un accertamento fiscale in cui mancava l’indicazione dell’aliquota d’imposta applicata dall’ufficio che ne aveva richiesto al contribuente il pagamento. Infatti, nelle motivazioni anche i criteri di riferimento e presi a base del calcolo devono essere ben esplicitati nell’atto, a pena di invalidità.

Si trattava di un avviso di liquidazione emesso dall’Agenzia delle Entrate in materia di imposta di registro: in particolare, veniva applicata la prescritta tassazione [3] su un verbale di conciliazione raggiunta dalle parti (l’accordo aveva stabilito la restituzione di una caparra confirmatoria versata per un contratto risolto).

Ma nell’atto non si evinceva la tariffa d’imposta applicata e si faceva solo riferimento a un generico verbale di conciliazione, che non era stato neppure allegato all’avviso. L’indeterminatezza era grave e tale da generare un errore sul presupposto di applicazione dell’imposta (il contribuente presumeva la tassazione in misura fissa [4], anziché in quella proporzionale applicata dall’Agenzia). Un punto così dirimente non poteva certo rimanere inesplicitato: doveva, invece, essere espresso chiaramente nell’atto emanato.

I giudici della Corte Suprema hanno ritenuto dunque applicabile la norma cui abbiamo fatto cenno in apertura [1] che stabilisce che gli atti dell’amministrazione finanziaria debbano sempre essere motivati «indicando i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che hanno determinato le ragioni dell’amministrazione».

Può accadere, ed anzi succede spesso, che un atto faccia riferimento ad un altro atto precedente e sul quale quello nuovo si basa e fonda le sue ragioni, ma in questo caso la norma dispone che esso «deve essere allegato all’atto che lo richiama» o almeno devono esserne riportati tutti gli estremi in modo da renderlo facilmente individuabile, se esso era già noto al contribuente (è il caso, ad esempio, di una cartella di pagamento che richiama gli estremi completi del precedente avviso di accertamento dell’imposta rimasta impagata e della data di avvenuta notifica).

In questo caso, l’Ufficio aveva scritto che la pretesa si basava  sull’imposta di registro e forniva soltanto gli estremi del Dpr che la disciplina, senza alcun riferimento ad uno degli oltre 80 articoli che compongono il provvedimento, senza contare le numerosissime voci della Tariffa allegata a tale Decreto. A giudizio della Cassazione, questo certamente «non basta a soddisfare l‘obbligo di motivazione, perché detto riferimento non consente di individuare con chiarezza in base a quale disposizione la pretesa impositiva è stata avanzata».

Anche la mancanza dell’aliquota d’imposta applicata comporta un motivo di nullità dell’atto emanato, perché, come la Corte ha precisato, «l’avviso di accertamento, sia delle imposte dirette sia di quelle indirette, deve contenere, a pena di nullità, l’indicazione dell’imponibile, dell’aliquota applicata e dell’imposta liquidata, nonché dei criteri richiamati ai fini della rettifica».

La disposizione di legge ha portata generale e si estende ad ogni tipo di tributo; la portata della decisione di oggi non è dunque limitata al solo caso dell’imposta di registro, ma ha valore in tutti i casi di mancanza nell’atto impositivo degli elementi indispensabili che la norma legislativa prevede e che la Corte ha richiamato e descritto.

Nel caso deciso dalla Cassazione, invece, è stata ritenuta irrilevante la mancata allegazione dell’atto prodromico (il verbale della conciliazione raggiunta), perché si trattava non solo di un atto conosciuto dal contribuente (e abbiamo detto che in questi casi basta richiamarlo negli estremi) ma anche redatto da lui stesso; dunque era senza nessun dubbio a lui ben noto.

Altrimenti, avrebbe dovuto essere allegato all’accertamento notificato: l’obbligo di allegazione mira a garantire al contribuente il pieno ed immediato esercizio delle sue facoltà difensive, laddove, in mancanza, egli sarebbe costretto ad un’attività di ricerca che comprimerebbe illegittimamente il termine a sua disposizione per impugnare», rileva il Collegio.

Perciò ricorda che il punto decisivo su cui fare leva sul giudice tributario per ottenere l’annullamento di un avviso di accertamento di qualsiasi tipo di imposta è la motivazione: l’obbligo per l’amministrazione finanziaria di esporla in maniera chiara e completa sussiste sempre, per tutti gli atti impositivi. Anche la cartella di pagamento va motivata, sia pure in maniera più succinta perché fa riferimento ad atti emanati in precedenza e che dovrebbero già essere a conoscenza del contribuente interessato; è sufficiente dunque richiamarli in maniera stringata, mediante i loro estremi. Su questi aspetti leggi anche “cartella di pagamento: la motivazione“.


note

[1] Art. 7 D.L. 27 luglio 2000, n.212 “Statuto del contribuente”, che richiama l’art. 3 della legge 7 agosto 1990, n. 241.

[2] Cass. civile, Sez. tributaria, ord. n.13402/20 del 1 luglio 2020.

[3] Art. 28 D.P.R. n.131/1986 e art. 8 lett. b) della parte prima della Tariffa allegata allo stesso Decreto.

[4] Ai sensi dell’art. 37 D.P.R. n. 131/86 e dell’art.8, lett. e), della Tariffa allegata.


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