Niente redditometro, evasori in festa

3 Luglio 2020 | Autore:
Niente redditometro, evasori in festa

La Corte dei conti denuncia come lo strumento che doveva controllare il vero reddito dei contribuenti non venga più utilizzato. Per la gioia dei furbi.

Doveva essere il principale strumento per contrastare l’evasione fiscale, fenomeno sul quale ogni Governo dice di volersi concentrare con tutte le energie possibili. Eppure, è rimasto in qualche cassetto, inutilizzato, a prendere la polvere. Con buona pace degli evasori, per i quali l’espressione «pagare le tasse» non fa parte del vocabolario. Che ne è stato del famoso e tanto temuto redditometro? È sparito. Mai visto. Mai usato. E così, chi vuole può continuare a fare la vita da nababbo in nero dichiarando ingressi da povero diavolo e, magari, prendendo pure il reddito di cittadinanza. Con la Ferrari in garage.

La denuncia arriva dalla Corte dei conti, nella deliberazione sul rendiconto generale dello Stato relativo al 2019. Dalla relazione della magistratura contabile emerge che, aggiornando i dati degli accertamenti sintetici emessi dall’Agenzia delle Entrate negli ultimi cinque anni, dell’utilizzo del redditometro non c’è alcuna traccia.

In pratica, lo scorso anno sono stati emessi 1.850 accertamenti sintetici del reddito delle persone fisiche. Mai erano stati così pochi dal 1991, cioè da quando era stato introdotto il redditometro a tale scopo. Se si pensa che nel solo 2012 gli accertamenti furono più di 37mila, si capisce che nel 2019 il numero delle verifiche è stato ridicolo. Quello che non si capisce facilmente è il perché, avendo il redditometro come risorsa a disposizione.

Anche perché, meno controlli agli evasori fiscali si traduce in meno tasse recuperate e, quindi, in minori entrate per lo Stato.

La Corte dei conti ha evidenziato come ben 395 accertamenti effettuati nel 2019, cioè circa in quinto del totale, ha comportato una maggiore imposta ricompresa tra 0 e 1.549 euro, il che appare in evidente contrasto con la natura stessa dell’accertamento sintetico, che presuppone per la sua sostenibilità una rilevante divergenza tra il reddito dichiarato e quello sinteticamente accertabile. In parole più semplici: lo stop all’uso del redditometro ci regala l’immagine di un Fisco che allarga le braccia di fronte agli evasori, i quali continuano a fare festa.

Recentemente, era stato detto che il redditometro andava rivisto, per renderlo più efficace e più consono ai tempi di oggi. Il Governo Conte I (a guida gialloverde, cioè M5S e Lega) lo sospese per aggiornarlo. Cosa mai avvenuta. Sarebbe bastato – sarebbe – mettere mano alla valanga di dati consultabili sull’anagrafe tributaria per capire chi stesse barando con il Fisco e chi fosse il cittadino onesto. Chi rispetta la legge e fa dei sacrifici per pagare fino all’ultimo centesimo di tasse e chi, invece, chiede un sussidio dietro l’altro perché si dichiara povero, inviando i moduli da una ricca spiaggia di Portofino. Nulla di tutto questo è successo.

Nel frattempo, il Governo continua a dichiarare di aver collocato la lotta all’evasione fiscale in cima alle sue priorità. La soglia massima dell’uso dei contanti è stata abbassata. Si promettono ricchi premi per chi usa la moneta elettronica al posto delle banconote. Il tutto nel nome della tracciabilità dei trasferimenti di denaro, per «combattere l’evasione». Poi, però, arrivano delle normative che fanno impallidire. Come quella che, sempre nell’ottica di incentivare i pagamenti tracciabili, da una parte impone agli esercenti l’uso del Pos e, dall’altra, impedisce che chi non rispetta questo vincolo venga sanzionato. Come a dire: sei obbligato a fare una cosa ma, se non la fai, non ti preoccupare che non succede niente.



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