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Risarcimento danni morte

3 Luglio 2020
Risarcimento danni morte

Come funziona il risarcimento del danno tanatologico e del danno parentale: tutte le voci riconosciute ai familiari superstiti a seguito del decesso del caro.

Parlare di morte non piace neanche agli avvocati. Eppure, la morte è un evento dal quale discendono una serie di conseguenze giuridiche, prima tra tutte il risarcimento per i familiari superstiti nel caso in cui l’evento sia stato determinato da un illecito altrui. 

In questi casi, la legge prevede la possibilità, per gli eredi, di chiedere una serie di voci di danno: da quello patrimoniale (si pensi alla perdita del genitore che portava a casa lo stipendio e che, con il proprio reddito, consentiva alla famiglia di andare avanti) a quello morale (la sofferenza interiore per la scomparsa del congiunto). 

Per ognuno di questi danni, i tecnici del diritto hanno trovato un apposito nome. Si parla, a riguardo, di danno da perdita parentale e di danno tanatologico (in greco antico, Thanatos era la morte). Di tanto parleremo meglio nelle seguenti righe. 

Ci si è chiesto, però, se al defunto – e quindi, in definitiva, ai suoi eredi – spetti il risarcimento per la perdita della vita: il fatto stesso di morire e di non poter godere di altri anni in salute può costituire una fonte di danno? La questione è stata affrontata dalla Cassazione in una recente ordinanza [1] in cui si parla di risarcimento danni morte. 

Affronteremo, qui di seguito, questo delicato argomento.

Risarcimento danni: come funziona

Chi subisce un incidente (si pensi, nel più frequente dei casi, al sinistro automobilistico) ha diritto ad essere risarcito per le conseguenze di tale evento. 

Il risarcimento è di due tipi.

Esiste innanzitutto il danno patrimoniale costituito a sua volta da due voci: il danno emergente (ossia le spese sostenute a seguito dell’evento come le medicine, la fisioterapia, ecc.) e il lucro cessante (ossia il reddito perso a causa del periodo di guarigione: si pensi al caso di un lavoratore autonomo costretto a stare a letto per un mese che non abbia potuto lavorare).

C’è poi il danno non patrimoniale costituito a sua volta da due voci: il danno biologico (corrispondente alle conseguenze psicofisiche procurate dall’evento, che abbiano compromesso le funzioni del danneggiato, sia per un periodo limitato che per sempre: si pensi a un braccio che non possa più articolare in modo corretto o alla necessità di camminare con le stampelle per due mesi) e il danno morale (costituito invece dalla sofferenza interiore e psicologica, il patema d’animo che il danneggiato è costretto a subire; è risarcibile solo per quelle condotte che ledono un diritto costituzionale o che costituiscono reato).

Risarcimento danno da morte: come funziona?

Se è vero che una persona ha diritto ad essere risarcita per il fatto di non poter più camminare correttamente o per la mutilazione di un arto, ci si chiede se il fatto di non poter più vivere possa essere oggetto di una apposita voce di danno – la potremmo chiamare il danno da morte – da riconoscere in prima battuta al defunto e, per ovvie ragioni, non potendo a questi essere liquidata, da corrispondere agli eredi. In altre parole, il danno da perdita della vita è risarcibile? La giurisprudenza dà risposta negativa. 

La Cassazione ha escluso la risarcibilità del cosiddetto “danno da perdita del diritto alla vita”, anche detto danno tanatologico, solo quando la morte avviene immediatamente o comunque entro un brevissimo lasso di tempo, tanto da non far comprendere al defunto l’imminente sorte che lo attende [2]. 

La morte di una persona, infatti, può costituire un danno non patrimoniale per chi le sopravvive ma non per chi viene a mancare. La Suprema Corte a Sezioni Unite ha precisato, in passato [3], che «non è risarcibile nel nostro ordinamento il danno “da perdita della vita”, poiché non è sostenibile che un diritto sorga nello stesso momento in cui si estingua chi dovrebbe esserne titolare». 

Diverso è, invece, il caso di morte a seguito di agonia. Tanto più è lunga la sofferenza prima del decesso tanto maggiore sarà il risarcimento per la morte. E ciò perché ad essere risarcita, in questo caso, non è la morte in sé, ma appunto il patimento che la precede e che, come ogni altro danno morale, va risarcito. Risarcimento che, per ovvie ragioni, si trasmetterà agli eredi. Del resto, tale voce di danno rientrerebbe nel comune danno non patrimoniale, liquidato al danneggiato se questi dovesse poi non morire. 

Affinché il danno da agonia possa essere risarcito è necessario che il defunto sia rimasto cosciente proprio perché la sua sofferenza possa costituire un effettivo patimento risarcibile. In condizioni invece di totale incoscienza – come nel caso di una persona che entra immediatamente in coma irreversibile – l’indennizzo viene di norma negato. 

Quanto al tempo necessario perché tale danno si concretizzi, si è affermato ultimamente che anche una sopravvivenza di pochi minuti può consentire alla vittima di percepire la propria fine imminente, mentre, al contrario, anche una lunga sopravvivenza, se vissuta in totale stato di incoscienza, non consentirebbe di affermare che la vittima abbia avuto consapevolezza della propria morte.

Risarcimento danno perdita parentale

Il fatto che il morto non possa essere risarcito per aver dovuto rinunciare alla propria vita non esclude però che si possa riconoscere un risarcimento ai suoi familiari per la perdita del caro, perdita che – nella gran parte dei casi – comporta una profonda sofferenza interiore e uno sconvolgimento nelle abitudini di vita. Questa voce di danno viene chiamata danno da perdita parentale o, più brevemente, danno parentale e non vi è dubbio che spetti in caso di morte dovuta ad atto illecito altrui, anche se il decesso avviene immediatamente o in poco tempo. E questo perché ciò che viene qui in rilievo – a differenza del danno tanatologico – è il patimento dei familiari superstiti.

Il danno da perdita parentale è riconosciuto ai familiari più stretti, quelli di norma conviventi con il defunto (anche se, di recente, è stato esteso anche ai non conviventi quando è dimostrata una solida relazione affettiva, come quella tra nonno e nipote).

Non c’è bisogno di essere necessariamente consanguinei o coniuge per ottenere il risarcimento del danno da perdita parentale, essendo ormai riconosciuto anche ai conviventi o agli imminenti sposi.

Hanno infatti diritto a tale risarcimento coloro che, al momento del decesso, si trovavano in una relazione affettiva.

Il danno è tanto maggiore quanto minore è l’età del congiunto superstite; tale danno, infatti, è destinato a protrarsi per un tempo maggiore, soprattutto quando si tratta di minori di età, la cui perdita di un familiare può pregiudicare il loro sviluppo psicofisico.

A influire sull’entità del risarcimento del danno parentale è anche l’età della vittima e l’eventuale esistenza di una convivenza con il superstite (tanto maggiore e costante è stata, infatti, la frequentazione tra la vittima ed il superstite, tanto superiore sarà la sofferenza per quest’ultimo).


Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 30 gennaio – 1 luglio 2020, n. 13261

Presidente Scoditti – Relatore Rossetti

Svolgimento del processo

1. Nel 2010 G.M. convenne dinanzi al Tribunale di Venezia la società Carige Assicurazioni s.p.a. (che in seguito muterà ragione sociale in “Amissima Assicurazioni s.p.a.”; d’ora innanzi, ovunque ricorrente, “la Amissima”), esponendo che:

-) era padre di G.A. ;

-) il 4.4.2002 il proprio figlio, all’epoca quindicenne, perse la vita in conseguenza di un sinistro stradale, avvenuto mentre il ragazzo era trasportato su un veicolo a motore di proprietà del padre e condotto dalla madre, T.P. , anch’essa deceduta nell’occasione.

Chiese pertanto la condanna della società convenuta al risarcimento del danno patito iure proprio e jure hereditario in conseguenza del tragico evento. Tra gli altri danni, per quanto in questa sede ancora rileva, l’attore domandò il risarcimento del danno non patrimoniale patito dalla vittima primaria, ed il cui credito risarcitorio era stato a lui trasmesso jure hereditario.

2. Tale ultima domanda venne rigettata dal Tribunale di Venezia, sezione di San Donà di Piave, con sentenza 28.11.2014 n. 2566. La Corte d’appello di Venezia con sentenza 25.8.2017 n. 1696 rigettò, su questo punto, il gravame proposto da G.M. .

Ritenne la Corte d’appello che G.A. era purtroppo deceduto pochissimo tempo dopo il sinistro; che non vi era contezza che in tale periodo di tempo fosse stato cosciente, e che pertanto potesse avere acquisito e trasmesso al padre un credito risarcitorio.

3. Ricorre per cassazione avverso tale sentenza G.M. , con ricorso fondato su due motivi.

La Amissima ha resistito con controricorso.

Motivi della decisione

1. Col primo motivo il ricorrente lamenta, congiuntamente, sia il vizio di violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato; sia quello di nullità della sentenza; sia la violazione degli artt. 2043 e 2059 c.c., nonché degli artt. 2, 3, 32 Cost..

Nella illustrazione del motivo si sostiene:

-) che l’attore aveva chiesto, sia in primo grado che in appello, la condanna dell’assicuratore al risarcimento del danno patito da G.A. in conseguenza della perdita del diritto alla vita, ed il cui credito risarcitorio si era trasmesso jure hereditario all’odierno attore; e che nondimeno la Corte d’appello aveva trascurato di pronunciarsi su tale domanda;

-) che, in ogni caso, la Corte d’appello nell’escludere la sussistenza del danno jure hereditatis avrebbe disatteso i principi stabiliti dalla sentenza n. 1361 del 23 gennaio 2014 di questa corte;

-) che, ancora, la Corte d’appello ha errato nel negare che la vittima primaria avesse acquisito, e trasmesso al padre jure hereditario, il diritto al risarcimento del danno morale, patito nell’intervallo fra le lesioni e la morte; deduce che tale danno va risarcito a prescindere dall’esistenza di una lesione della salute, e che il relativo risarcimento è dovuto anche nel caso in cui la vittima primaria sia trascorsa dall’infortunio alla morte in stato di incoscienza (invoca, al riguardo, le sentenze di questa Corte n. 1716 del 7 febbraio 2012, e n. 13.530 dell’11 giugno 2009).

1.1. Il motivo è infondato in tutti i profili in cui si articola.

Nella parte in cui lamenta il vizio di omessa pronuncia sulla domanda di risarcimento del danno da lesione del diritto alla vita patito dalla vittima primaria, e da questa trasmesso jure hereditario all’odierno ricorrente, il motivo è in primo luogo inammissibile, giacché tale domanda non risulta formulata nel primo grado di giudizio.

In secondo luogo il motivo è infondato perché la Corte d’appello, richiamando (a p. 6, decimo rigo, della motivazione) la decisione pronunciata dalle Sezioni Unite di questa Corte n. 15350 del 22/07/2015, ha per ciò solo mostrato di recepirne e condividerne l’insegnamento, ovvero che non è risarcibile nel nostro ordinamento il danno “da perdita della vita”, poiché non è sostenibile che un diritto sorga nello stesso momento in cui si estingua chi dovrebbe esserne titolare.

In terzo luogo, e risolutivamente, anche a volere ritenere – in ipotesi – che il richiamo contenuto nella sentenza impugnata alla decisione con cui le Sezioni Unite di questa Corte hanno negato la risarcibilità del c.d. “danno da perdita della vita” sia stato talmente generico da non assolvere l’onere della motivazione, resterebbe il fatto che la suddetta pretesa, se fosse stata esaminata nel merito si sarebbe dovuta comunque rigettare. Dal punto di vista del diritto civile, infatti, la morte d’una persona può costituire un danno non patrimoniale per chi le sopravvive, e non per chi viene a mancare: e la diversa opinione sostenuta nella isolata decisione invocata dal ricorrente (Cass. 23.1.2014 n. 1361), come accennato, non può essere più condivisa dopo la pronuncia delle Sezioni Unite sopra ricordata, per l’appunto intervenute a comporre il contrasto.

Sicché, anche a supporre che la sentenza impugnata sia effettivamente incorsa in una omessa pronuncia, dovrebbe comunque trovare applicazione il principio secondo cui il vizio di omessa pronuncia non può mai condurre alla cassazione della sentenza impugnata, quando la questione non esaminata dalla sentenza d’appello era comunque infondata in punto di diritto, sicché la cassazione della sentenza con rinvio non potrebbe mai condurre ad una decisione diversa (Sez. 5 -, Sentenza n. 16171 del 28/06/2017, Rv. 644892 – 01; Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 5729 del 11/04/2012, Rv. 622281 – 01; Sez. 2, Sentenza n. 2313 del 01/02/2010, Rv. 611365 – 01).

1.3. Nella parte, infine, in cui il ricorrente lamenta che la Corte d’appello avrebbe erroneamente ritenuto necessario, ai fini del risarcimento del danno non patrimoniale patito dalla vittima primaria tra le lesioni e la morte, lo stato di coscienza della vittima, il motivo è parimenti infondato, alla luce dei principi già affermati da questa Corte nell’ampia motivazione dell’ordinanza pronunciata da Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 32372 del 13.12.2018, a cui in questa sede si può fare rinvio.

2. Col secondo motivo il ricorrente lamenta che la Corte d’appello abbia ritenuto assorbita, invece di esaminarla, la questione relativa alla estinzione per confusione del credito risarcitorio a lui spettante jure haereditario.

2.1. Il motivo è inammissibile per difetto di interesse, dal momento che, avendo la Corte d’appello escluso che la vittima primaria avesse acquisito e trasmesso al padre un credito risarcitorio, diviene irrilevante stabilire se nel caso di specie operasse il principio dell’estinzione dell’obbligazione per confusione. D’un credito inesistente, infatti, è vano discorrere se possa estinguersi: tanto per confusione, quanto per qualsiasi altra causa.

3. Le spese del presente giudizio di legittimità vanno a poste a carico del ricorrente, ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 1, e sono liquidate nel dispositivo.

Il rigetto del ricorso costituisce il presupposto, del quale si dà atto con la presente sentenza, per il pagamento a carico della parte ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17).

P.Q.M.

(-) rigetta il ricorso;

(-) condanna G.M. alla rifusione in favore di Amissima s.p.a. delle spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano nella somma di Euro 7.400, di cui Euro 200 per spese vive, oltre I.V.A., cassa forense e spese forfettarie D.M. 10 marzo 2014 n. 55, ex art. 2, comma 2;

(-) dà atto che sussistono i presupposti previsti dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, per il versamento da parte di G.M. di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione.

 

[1] Cass. ord. n. 13261/20 del 1.07.2020.

[2] Cass. sent. n. 18056/2019: «La persona che, ferita, non muoia immediatamente, può acquistare e trasmettere agli eredi il diritto al risarcimento di due pregiudizi: il danno biologico temporaneo, che di norma sussisterà solo per sopravvivenze superiori alle 24 ore (tale essendo la durata minima, per convenzione medico-legale, di apprezzabilità dell’invalidità temporanea), che andrà accertato senza riguardo alla circostanza se la vittima sia rimasta cosciente; ed il danno non patrimoniale consistito nella formido mortis, che andrà accertato caso per caso, e potrà sussistere solo nel caso in cui la vittima abbia avuto la consapevolezza della propria sorte e della morte imminente». In merito al danno biologico iure successionis, nel senso che, in difetto di una apprezzabile protrazione della vita successivamente alle lesioni, pur risultando compromessa l’integrità fisica del soggetto offeso, non è configurabile un pregiudizio risarcibile così denominato, in assenza di una perdita delle potenziali utilità connesse al bene salute suscettibile di essere valutata in termini economici, v. già Cass. 25 febbraio 1997 n. 1704, in Resp. civ. prev., 1997, 432 ss. ed in Giust. civ., 1997, 2841 ss., con nota di P. Costanzo, Il “danno biologico da morte” tra diritto all’integrità psico-fisica e diritto alla vita.

La Cassazione ha anche affermato che, una volta accertata la sussistenza di un danno biologico temporaneo provocato da una lesione mortale, esso sarà risarcibile a prescindere dalla consapevolezza che la vittima ne abbia avuto, dal momento che quel pregiudizio consiste nella oggettiva perdita delle attività quotidiane (Cass. 19 ottobre 2016 n. 21060, in Dir. giust., 2016, f. 70, 6, con nota di R. Savoia, Danno morale terminale vs danno biologico terminale; Cass. 22 febbraio 2012 n. 2564, in Dir. giust. on line, 24 febbraio 2012, con nota di A.M. Basso, Muore a seguito di incidente stradale: escluso il danno biologico e morale ai congiunti se la vittima non ha più ripreso conoscenza).

Riguardo al c.d. danno formido mortis (o catastrofale), al contrario, la coscienza della vittima è ritenuta essenziale dalla giurisprudenza più recente (cfr., ex multis, Cass. 4 marzo 2014 n. 5056, in Resp. civ. prev., 2014, 490 ss.; Cass. 13 dicembre 2018 n. 32372, in Foro it., 2019, I, 1, 119 ss.; Cass. 31 gennaio 2019 n. 2773, in Foro it., 2019, I, 5, 1685 ss., che ne esclude la risarcibilità in caso di vittima in stato vegetativo).

[3] Cass. SU. sent. n. 15350/15.


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