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Ritardo pagamento tfr

14 Settembre 2020
Ritardo pagamento tfr

La funzione del trattamento di fine rapporto è tutelare il lavoratore sul piano economico in caso di perdita del lavoro.

Quando un rapporto di lavoro termina, il lavoratore smette di ricevere lo stipendio mensile da parte del datore di lavoro. Se il lavoratore ha trovato subito un nuovo impiego è, comunque, garantita la continuità del reddito ma se la cessazione del rapporto di lavoro è al buio per il lavoratore può prefigurarsi un periodo anche lungo di assenza di reddito, fino a quando non verrà trovato un nuovo impiego. Peraltro, non sempre il lavoratore che perde il lavoro ha diritto all’indennità di disoccupazione Naspi che spetta solo al ricorrere di derterminate condizioni.

Per tutelare sul piano economico il dipendente in caso di cessazione del rapporto di lavoro, il nostro ordinamento ha introdotto il trattamento di fine rapporto. Ma quando va pagato il Tfr? Che succede in caso di ritardo pagamento Tfr? Per le ragioni che abbiamo illustrato, è di tutta evidenza che il Tfr serve al lavoratore subito, quando il rapporto di lavoro cessa e non possono essere, dunque, accettati ritardi o dilazioni.

Occorre, comunque, prestare attenzione alle previsioni del contratto collettivo che, spesso, disciplina tempi e modalità di pagamento del Tfr.

Che cos’è il Tfr?

Il Trattamento di fine rapporto, spesso indicato con l’acronimo Tfr, è una retribuzione differita, ossia, una componente della retribuzione che il datore di lavoro deve erogare al lavoratore a fronte della prestazione di lavoro la quale, tuttavia, a differenza della retribuzione mensile, non viene pagata mese per mese in busta paga ma viene accantonata annualmente e versata al dipendente tutta insieme alla fine del rapporto di lavoro.

La funzione del Tfr è, essenzialmente, quella di garantire al lavoratore, quando il rapporto di lavoro cessa e, con esso, anche lo stipendio mensile, la disponibilità di una somma di denaro che gli permetta di andare avanti per un certo periodo, fin quando non verrà trovata una nuova occupazione.

I lavoratori italiani sono molto legati a questo istituto tanto che, quando è stata data loro la possibilità, in via sperimentale, di ricevere il Tfr mese per mese in busta paga, solo pochissimi dipendenti hanno aderito.

Come si calcola il Tfr? 

Il Trattamento di fine rapporto si calcola sommando, per ciascun anno di servizio, una quota pari e comunque non superiore all’importo della retribuzione dovuta per l’anno stesso divisa per 13,5. La quota è proporzionalmente ridotta per le frazioni di anno, computandosi come mese intero le frazioni di mese uguali o superiori a 15 giorni.

Ne consegue che, considerando che nella gran parte dei casi i lavoratori ricevono la retribuzione annuale in tredici o quattordici mensilità, l’accantonamento annuo Tfr è pari, più o meno, ad una mensilità della retribuzione.

Per quanto concerne la base di calcolo, vale a dire, l’individuazione delle voci retributive sulle quali occorre calcolare l’accantonamento Tfr, la norma [1] precisa che, salvo diversa previsione dei contratti collettivi sia nazionali che aziendali, la retribuzione annua, ai fini del calcolo del Tfr, comprende tutte le somme, compreso l’equivalente delle prestazioni in natura, corrisposte in dipendenza del rapporto di lavoro, a titolo non occasionale e con esclusione di quanto è corrisposto a titolo di rimborso spese.

I contratti collettivi hanno, dunque, la possibilità di modificare la previsione di legge, aggiungendo o sottraendo determinate voci retributive dalla base di calcolo del Tfr.

La legge, inoltre, offre una particolare protezione ai lavoratori che si assentano dal posto di lavoro per malattia o che vengono messi in cassa integrazione. Durante questi periodi, infatti, i lavoratori non ricevono la retribuzione dal datore di lavoro ma una indennità economica a carico dell’Inps. A stretto rigore, dunque, in questi periodi, i lavoratori non maturerebbero il Tfr.

La legge prevede, tuttavia, che in caso di sospensione della prestazione di lavoro nel corso dell’anno per malattia, infortunio o gravidanza, nonché in caso di sospensione totale o parziale per la quale sia previsto l’intervento della cassa integrazione guadagni, deve essere computato nella retribuzione di riferimento per il calcolo del Tfr l’equivalente della retribuzione a cui il lavoratore avrebbe avuto diritto in caso di normale svolgimento del rapporto di lavoro.

Ai fini del calcolo del Tfr, dunque, questi periodi di assenza del lavoraratore si considerano come periodi normalmente lavorati.

Tfr: si rivaluta nel tempo?

Come abbiamo detto, il Tfr viene pagato solo alla fine del rapporto di lavoro. È evidente, dunque, che gli accantonamenti annui Tfr possono, nel corso del tempo, perdere valore e svalutarsi. Per questo, la legge prevede un meccanismo di rivalutazione del Tfr.

In particolare, il trattamento di fine rapporto, con esclusione della quota maturata nell’anno, è incrementato, su base composta, al 31 dicembre di ogni anno, con l’applicazione di un tasso costituito dall’1,5 per cento in misura fissa e dal 75 per cento dell’aumento dell’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati, accertato dall’Istat, rispetto al mese di dicembre dell’anno precedente.

In questo modo, al momento della cessazione del rapporto di lavoro, il lavoratore riceverà le quote annuali debitamente rivalutate così da preservarne il potere di acquisto.

Quando deve essere erogato il Tfr?

A differenza dell’indennità di disoccupazione, che spetta solo in caso di perdita involontaria del lavoro, il Tfr deve essere erogato al dipendente in tutti i casi di cessazione del rapporto di lavoro.

Ne consegue che il Tfr deve essere erogato in caso di:

Il datore di lavoro deve pagare il Tfr subito dopo la cessazione del rapporto di lavoro. Il diritto al Tfr, infatti, matura sin dalla data di cessazione del rapporto di lavoro.

È ovvio che ci debba essere un periodo di tolleranza in quanto il datore di lavoro, prima di erogare il Tfr al lavoratore, in qualità di sostituto d’imposta, deve calcolare l’imposta sul reddito delle persone fisiche da trattenere sul trattamento di fine rapporto, da calcolarsi con il metodo della tassazione separata.

È quindi fisiologico che passino alcuni giorni per il calcolo del Tfr spettante al lavoratore prima della sua erogazione.

Ritardo pagamento Tfr

In ogni caso, fatto salvo il lasso di tempo necessario ad effettuare i conteggi, il Tfr deve essere erogato al lavoratore tempestivamente, subito dopo la cessazione del rapporto di lavoro.

Alcuni contratti collettivi di lavoro disciplinano espressamente i tempi di erogazione del Tfr prevedendo, ad esempio, che il datore di lavoro abbia a disposizione un certo numero di giorni per erogare il Tfr.

Prima di parlare di ritardo pagamento Tfr occorre, dunque, verificare se il Ccnl applicato al proprio rapporto di lavoro preveda uno specifico termine entro cui il datore di lavoro deve erogare il trattamento di fine rapporto al dipendente.

Se non ci sono termini, dopo un certo numero di giorni di tolleranza, il lavoratore può attivarsi per chiedere al datore di lavoro il pagamento senza ulteriore indugio del trattamento di fine rapporto a lui spettante.

I passi da seguire per sollecitare il pagamento del Tfr sono gli stessi che devono essere seguiti in ogni ipotesi di sollecito di pagamento e di recupero del credito.

Il lavoratore deve inviare, autonomamente o per il tramite di un patronato o di un avvocato, un sollecito di pagamento del Tfr, da spedirsi via pec o tramite raccomandata a/r.

Nella lettera di sollecito Tfr il lavoratore deve chiedere il pagamento immediato del Tfr avvertendo l’azienda che, in difetto, verranno adite le vie giudiziarie.

A questo punto, può aprirsi una fase di dialogo tra i legali delle due parti. Molto spesso, se l’azienda ha problemi di liquidità e non riesce a pagare il Tfr tutto in una soluzione, il legale del datore di lavoro propone al legale del lavoratore un accordo di rateizzazione del Tfr. In sostanza, l’azienda propone al dipendente di pagare il Tfr in un certo numero di rate, alle scadenze da definire.

Il dipendente non è, ovviamente, obbligato ad accettare anche se, soprattutto se il numero di rate è accettabile e non va troppo in là nel tempo, questa soluzione può essere un buon compromesso e il dipendente può risparmarsi i costi ed i tempi di una procedura coattiva di recupero del credito da Tfr.

Se, invece, l’azienda non dà alcun riscontro alla lettera di sollecito Tfr, il lavoratore può tentare di inviare una ulteriore lettera e, in assenza di risposta, non gli resta altro che affidare la pratica ad un legale per il recupero coattivo del credito da Tfr. In questo caso, essendo il credito da Tfr documentale, liquido ed esigibile, il lavoratore può chiedere al giudice del lavoro l’emissione di un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo.

Se l’azienda non paga nemmeno di fronte all’ingiunzione di pagamento, non resta che andare avanti con gli ulteriori passaggi del recupero forzoso del credito, sino al pignoramento mobiliare o immobiliare del debitore.

Di fronte alla notifica del decreto ingiuntivo, il datore di lavoro potrebbe anche fare opposizione innanzi al giudice. In questo caso si aprirebbe un processo a cognizione piena avente ad oggetto la spettanza o meno, a favore del lavoratore, del Tfr. In casi come questo si tratta, sicuramente, di un’azione infondata da parte dell’azienda posto che il Tfr è dovuto per legge.

Tuttavia, molto spesso, l’opposizione al decreto ingiuntivo viene comunque presentata dal debitore (in questo caso, il datore di lavoro) non tanto perché esistono reali argomenti contro la debenza del credito ma per mere finalità dilatorie e per spostare in avanti il momento del pagamento del Tfr al lavoratore.


note

[1] Art. 2120 cod. civ.


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