Così il Covid ha ucciso il futuro dei giovani

3 Luglio 2020 | Autore:
Così il Covid ha ucciso il futuro dei giovani

Aumenta ancora la disoccupazione giovanile e la crisi attuale lascia poche prospettive. L’effetto potrebbe essere devastante. E non solo per loro.

Oltre alle donne, sono soprattutto i giovani a pagare il prezzo più alto dell’emergenza coronavirus in termini di lavoro. Si potrebbe dire che il Covid ha ucciso buona parte dei loro sogni, delle aspirazioni del loro futuro.

Numeri alla mano, la situazione appare desolante. Quasi un terzo dei ragazzi, secondo l’Ilo, l’Organizzazione internazionale del lavoro, è stato costretto a tirare i remi in barca ed interrompere l’attività, sperando in tempi migliori per avere una seconda opportunità. E quasi un quarto, il 23%, si è visto ridurre l’orario di lavoro, il che vuol dire meno soldi da portare a casa.

Ma la prospettiva peggiore si presenta per chi un lavoro non ce l’aveva né prima né durante la crisi del coronavirus. Se già finora si faticava a trovare un posto, ora i ragazzi si mettono le mani nella testa e si domandano chi è che sarebbe disposto a fare nuove assunzioni, proprio adesso che la priorità per quasi tutti sembra quella di salvare il salvabile prima di valutare ulteriori investimenti.

L’Istat ci dice che il tasso di disoccupazione giovanile è aumentato a maggio e si è collocato al 23,5%, mentre quello complessivo è al 7,3%. Praticamente, un ragazzo su quattro è a casa ed il gap tra disoccupazione totale e quella giovanile appare incolmabile. L’unico dato positivo è la crescita del numero di persone in cerca di lavoro. Ma viene oscurato dall’evidenza: quel lavoro raramente lo trovano. Specie di questi tempi.

Nel mese di maggio, si sono persi 84mila posti di lavoro rispetto ad aprile e poco più di 600mila confrontando il dato con lo stesso mese del 2019. Di questi 84mila, circa 65mila erano donne. I precari saltati in aria sono stati quasi 80mila, e si sa che la maggior parte di questi lavoratori con contratto a termine non arriva ai 30-35 anni. Non si osa pensare che cosa sarebbe successo se non fossero stati bloccati i licenziamenti (per ora) fino al 17 agosto. E che cosa succederà dal 18 agosto in poi (salvo proroghe del divieto), quando si potrà tornare a fare «pulizia» all’interno degli organici delle aziende.

L’intervento del Governo sul congelamento (forse) fino a fine anno dell’obbligo delle causali per rinnovare i contratti a termine suona come un palliativo. Così come il rafforzamento della Garanzia giovani deciso dalla Commissione europea per incentivare lo stage e l’apprendistato ed aprire qualche porticina per permettere ai ragazzi di affacciarsi al mondo del lavoro. Meglio di niente, certo. Ma ci sarà bisogno di affrontare la questione non come un problema transitorio, legato ad una situazione di emergenza temporale, ma come un problema strutturale, radicato ormai nel nostro sistema. Che rischia di avere delle conseguenze devastanti non solo per i giovani: se la generazione più fresca non lavora, non avrà i mezzi per investire nel proprio futuro, per muovere l’economia, per comprare una casa (paga il conto il mercato immobiliare), per fare dei figli (ulteriore calo delle nascite), per mettere via dei soldi (con ripercussioni sul settore del risparmio). Se i giovani di 25, 30, 35 anni non lavorano, chi paga per loro i contributi all’Inps per garantire non solo che un domani possano prendere una pensione, ma che già oggi la possano prendere i loro genitori?



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