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Istat: il Covid ha palesato un’Italia che c’era già

3 Luglio 2020 | Autore:
Istat: il Covid ha palesato un’Italia che c’era già

L’emergenza ha solo amplificato i problemi strutturali e sociali del Paese: dal sistema lavoro a quello sanitario fino alla diseguaglianza.

Si dice che nei momenti più difficili salta fuori la vera natura delle persone. Chi attraversa una grave crisi rischia di restare a nudo e di non riuscire più a mascherare i propri difetti o a nascondere i suoi problemi. Ed è esattamente quello che l’emergenza Covid ha fatto con l’Italia, secondo il Rapporto annuale dell’Istat: il coronavirus ha spogliato il Paese dal vestito che lo ricopriva, lo ha messo davanti ad uno specchio e lo ha costretto a guardare la reale portata di quello che ha sempre cercato di nascondere.

Il picco della crisi sanitaria che l’Italia ha vissuto questa primavera e dalla quale fatica ancora ad uscire, ha amplificato i problemi di fondo dell’Italia, ovvero: la debolezza del sistema economico e sociale e la diseguaglianza tra Nord e Sud. Davanti a quell’immaginario specchio, il Paese ha ritrovato i nei che ha sempre saputo di avere. Si è accorto, però, che sono cresciuti a dismisura.

La macchia che preoccupa di più è quella che riguarda il mercato del lavoro. Secondo l’Istat, i giovani e le donne hanno pagato e stanno pagando il prezzo più alto. E continueranno a farlo, molto probabilmente, quando scadranno la cassa integrazione ed il divieto di licenziamento, in piedi per ora fino al 17 agosto. L’Istituto di statistica stima che il 12% delle imprese vorrà alleggerire ulteriormente l’organico.

L’emergenza Covid, continua l’Istat, ha palesato anche le carenze strutturali di un sistema sanitario che ha retto, probabilmente, solo per il coraggio smisurato degli addetti ai lavori, ma che non sarebbe attualmente in grado di sopportare un altro periodo di crisi. A fine febbraio, quando questo disgraziato momento ha avuto inizio, l’Italia aveva 3,5 posti letto per ogni mille abitanti. La Germania ne aveva 8. La media nell’Unione europea era di 5.

Lo sguardo scorre ancora su quell’Italia messa a nudo dal coronavirus e vede che è cresciuto un altro importante neo, quello della diseguaglianza, e non solo tra Nord e Sud. Non che prima non lo si vedesse, ma dopo quello che è successo negli ultimi quattro mesi è molto più evidente. L’Istat ha notato come sia più alta la percentuale di chi arretra nella scala sociale rispetto a quella di chi fa dei progressi, specialmente chi è nato il 1972 e il 1986 ed oggi ha tra i 34 e i 48 anni. Era sempre successo il contrario. Questo mostra una tendenza che definire preoccupante non basta: oggi come oggi, i figli sono destinati a vivere peggio dei genitori.

Mostra tutti i suoi problemi, a causa del Covid, anche il sistema produttivo. Le aziende più piccole sono state quelle maggiormente colpite dalla crisi. Un terzo delle società di capitali non ha i soldi per tirare la fine dell’anno. Molte imprese dell’export hanno continuato a lavorare ma devono fare i conti con la tenuta del salario. Il Pil andrà a picco quest’anno (la previsione è in un segno negativo attorno al 9%) e non recupererà abbastanza il prossimo anno.

Qualche lato bello dell’Italia, comunque, quello specchio lo mostra. Non tutti saranno d’accordo, ma secondo l’Istat durante la pandemia gli italiani hanno recuperato fiducia nelle istituzioni e dimostrato senso civico nell’accettare le regole imposte per contenere i contagi. Inoltre, hanno riscoperto il valore centrale della famiglia e nuove opportunità di lavoro, grazie allo smart working. Virtù, però, che la fine del lockdown può mandare all’aria se l’idea di «tornare come prima» prevale su quella di «guardare avanti» facendo tesoro di quello che si è stati costretti a vivere.



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