Giustizia: la proposta choc per tagliare i processi

3 Luglio 2020 | Autore:
Giustizia: la proposta choc per tagliare i processi

I modi per ridurre il numero delle cause evitandole in partenza, aumentando la velocità di trattazione ed eliminando gli arretrati nel nuovo documento dell’Ocpi.

La giustizia italiana non funziona soprattutto perché è lenta, troppo lenta. I processi civili sono i più lunghi: secondo le ultime stime della Commissione europea sull’efficienza della giustizia, durano in media più di 8 anni per approdare a una sentenza definitiva, più del doppio della Francia (3 anni e 4 mesi) e quasi il quadruplo della Germania (2 anni e 2 mesi). Il nostro ministero della Giustizia riporta dati leggermente più bassi ma in linea con questo andamento.

La marea di cause pendenti e non decise (anche qui, l’Italia supera di 4 volte la Germania) supera i 3 milioni complessivi, anche se il numero si è ridotto dell’11% negli ultimi anni. Tutto questo scoraggia non solo chi ha già avviato un processo e attende l’arrivo di una decisione, ma anche e forse soprattutto chi volesse scegliere la via giudiziaria per risolvere le proprie controversie civili: quello che è certo è che la sentenza non arriverà in tempi rapidi.

La riforma Bonafede

Il Governo è consapevole di questi problemi e il premier Giuseppe Conte ha spesso richiamato l’esigenza di una giustizia civile celere. A gennaio 2020 il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha presentato in Senato il disegno di legge delega «per l’efficienza del processo civile e per la revisione della disciplina degli strumenti di risoluzione alternativa delle controversie» che attualmente è all’esame della Commissione giustizia.

La riforma Bonafede prevede, tra l’altro, che la causa venga introdotta con ricorso anziché con atto di citazione, termini di comparizione abbreviati, un nuovo rito semplificato per le cause davanti al giudice unico, il potenziamento della negoziazione assistita e l’istruttoria affidata agli avvocati, che avranno la possibilità di acquisire prove prima della causa.

La proposta Cottarelli

Ma ora qualcuno pensa che tutto questo non basterà ad accelerare i tempi di svolgimento dei processi: si tratta dell’economista Carlo Cottarelli, direttore dell’Ocpi, l’Osservatorio sui conti pubblici italiani (noto con il soprannome di “mister forbici” per i tagli allo spending review) e dell’ex magistrato Mario Barbuto, esperto di organizzazione giudiziaria, che negli anni trascorsi a Torino, come presidente prima del Tribunale e poi della Corte d’Appello, ha tagliato sensibilmente gli arretrati pendenti.

Due riconosciuti esperti di tagli e di efficienza che ora, insieme ad altri due studiosi di metodi di risoluzione alternativa delle controversie, Alessandro De Nicola e Leonardo D’Urso, hanno elaborato una nuova proposta targata Ocpi, del tutto diversa da quella del Guardasigilli e che per certi aspetti ricorda le idee accennate nel piano rilancio Italia della task force guidata da Vittorio Colao.

Il documento boccia innanzitutto il disegno di legge Conte-Bonafede («modifiche chirurgiche, senza una visione ampia del “servizio giustizia civile”», si legge) ma soprattutto perché non risponde a quella «domanda di giustizia» che Cottarelli e Barbuto propongono di risolvere in un modo molto più drastico e dirompente.

Più spese per avviare la causa e per chi la perde

L’obiettivo dichiarato è quello di «disincentivare, sia per i clienti sia per gli avvocati, il ricorso in giudizio e la resistenza temeraria» e la proposta per realizzarlo è choc perché tocca, prima dell’organizzazione giudiziaria, il portafoglio di chi intende intraprendere una causa: prima di tutto, si prevede di innalzare l’importo del contributo unificato, portandolo «alla media europea».

Chi soccombe in doppio grado paga il quadruplo del contributo unificato. E se perde anche in Cassazione paga alla controparte il triplo delle spese riconosciute in Appello.

Poi si propone di «condannare l’attore soccombente in Appello o in Cassazione a pagare un importo pari al quadruplo del contributo unificato. In caso di ricorso in Cassazione contro la cosiddetta “doppia conforme”, e in caso di ulteriore soccombenza, le spese andrebbero liquidate alla parte vincitrice in misura pari almeno al triplo di quelle riconosciute dalla Corte di Appello».

Procedimenti più veloci con i riti accelerati

Così aumentando le spese da pagare in caso di soccombenza si cerca di scoraggiare preventivamente il ricorso a cause azzardate e probabilmente infondate. Ma la proposta punta anche a riscrivere le norme processuali, modificando il Codice di procedura civile attraverso «un maggior ricorso al procedimento sommario di cognizione ex articolo 702 bis Cpc», una attenta vigilanza sul rispetto dei tempi per la fissazione della prima udienza in Tribunale, e la generalizzazione del rito del lavoro (ma in una «versione appositamente adattata») a tutte le cause civili monocratiche, sia in primo grado sia in fase d’appello ed anche a quelle collegiali, ma in questo caso solo se la parte resistente non si oppone.

Anche per la fase in Cassazione si ipotizza di limitare la possibilità di ricorso ai soli casi attualmente affidati alle Sezioni Unite, mentre per “filtrare” i «ricorsi palesemente infondati su motivi di merito o fondati su principi di diritto contrari a costante giurisprudenza di legittimità contro i quali non siano prospettati argomenti solidi» ci sarebbe una apposita task force, una «struttura composta da avvocati, docenti e magistrati in pensione che non siano a riposo da oltre due anni e non abbiano superato i 75 anni».

L’organizzazione giudiziaria

Il documento dell’Ocpi, inoltre, spiega che «occorre introdurre migliori pratiche organizzative e lavorative nei tribunali». Qui l’ispirazione arriva soprattutto dall’esperienza statunitense, con la dirigenza degli uffici giudiziari affidata ai Court manager,  che si occupano anche della gestione dei procedimenti e del loro flusso. Gli estensori avvertono che su questo punto non è necessario «sconvolgere la nostra normativa per realizzare questa equipe di direzione», perché «è sufficiente che il Csm e la legge riconoscano una larga autonomia al dirigente dell’ufficio», eliminando «pareri e/o interventi dei consigli giudiziari o farraginosi vincoli burocratici».

Incentivi economici per smaltire l’arretrato

Si propongono anche incentivi economici per chi smaltirà più cause: non certo ai singoli giudici – ritenuti «inappropriati, perché alimenterebbero la corsa alle soluzioni di comodo (routine di privilegiare le cause semplici) e la tendenza verso la velocità a tutti i costi a danno della qualità» – ma piuttosto in favore dell’intero ufficio giudiziario, calcolando il premio «in proporzione con i miglioramenti realizzati in concreto per ogni aliquota di cause vecchie»: prima le ultradecennali, poi quelle che pendono da più di un quinquennio o da almeno un triennio.

I metodi alternativi al processo

Infine, sul lato dei meccanismi di risoluzione extragiudiziale delle controversie occorre superare la visione “tribunal-centrica” con il monopolio statale. «Non c’è ragione perché una controversia tra privati debba essere necessariamente gestita solo dallo Stato, addossando a tutti i contribuenti la maggior parte del suo costo. Attraverso il ricorso alle procedure di Alternative Dispute Resolution (Adr) come la negoziazione diretta, i tavoli paritetici, la mediazione e l’arbitrato, si amplia l’offerta degli strumenti di risoluzione senza gravare sulla spesa pubblica. Contemporaneamente, distribuendo la domanda di giustizia tra più soggetti che offrono il servizio si rendono più efficienti i tribunali, il cui carico di lavoro si riduce».

Qui le proposte sono numerose: affidare le procedure di volontaria giurisdizione, in alternativa al ricorso ai tribunali, ad organismi affidati ad avvocati e notai, estendere il modello delle liti dei consumatori (con il Corecom per le controversie telefoniche e l’Arbitro bancario e finanziario per quelle bancarie) ad altri settori, estendere la mediazione «a tutto il contenzioso in materia di diritti disponibili», rilanciare l‘arbitrato «ora troppo costoso, attraverso sistemi tariffari che ne garantiscano l’economicità») e dare valore di titolo esecutivo esecutivo all’accordo transattivo sottoscritto dalle parti e dagli avvocati, che attestano la sua conformità alle norme imperative e all’ordine pubblico.

Come misura una tantum per ridurre la consistenza dei processi arretrati (l’obiettivo è quello di eliminare in 3 o 4 anni almeno il 50% delle procedure ora pendenti) l’idea è quella di una sorta di click day, attribuendo incentivi fiscali alle parti e agli avvocati per le prime 200mila richieste di definizione extragiudiziale volontaria di una causa iscritta al ruolo in una data anteriore al 31 dicembre 2019.



4 Commenti

  1. In Italia sono in vigore da molto tempo la Mediazione civile ed altri mezzi di conciliazione fatti apposta per ridurre i processi nei Tribunali ma poi sono proprio gli avvocati a non dare seguito a queste procedure giudiziarie più veloci ma poi gli avvocati stessi si lamentano che i processi sono troppo lunghi!!! Inqualificabili!!!

    1. Questa affermazione é una puttanata.. come quella proposta da cottarelli. Proviamo a pensare, ad esempio, che per una provincia di 750.000 abitanti ci sono 3 ufficiali giudiziari che fanno gli sfratti… e questo non il peggiore degli esermpi

    2. Immagino che i concetti di mediazione obbligatoria, mediazione facoltativa e mediazione demandata dal Giudice le ben siano noti e chiari e quale incidenza possano avere su un giudizio. Continuo, però, a non capire perché dover necessariamente parlare se non si ha nulla da dire, se non si conosce il problema sul quale si manifestano giudizi, con l’unico scopo di levarsi la soddisfazione di offendere in blocco una intera categoria. Ascolti il mio consiglio, con una piccola ricerca su internet potrà consultare le statistiche ufficiali sulla mediazione civile rilasciate dal Ministero della Giustizia.
      Di certo la questione le sarà più chiara e comprenderà che non sono gli avvocati la causa dei mali della giustizia italiana.

  2. ALCUNI CASI,DOPO SVARIATI ANNI SI RISOLVONO IN BENE O IN MALE;MENTRE PER “TANGIBILI” PROVE DI CASI PERSONALI,DI TRUFFA,APPROPRIAZIONI INDEBITE, TENTATE ESTORSIONI, MINACCE DI VARIO GENERE, AGGRESSIONI,ATTI E’ FIRME “FALSIFICATE”, RIDUZIONE IN SCHIAVITU’, ECC, ECC.;DI CUI,UN CASO PARTICOLARE DI “FALSIFICAZIONE DI ATTI E’ FIRME”,PER CUI ATTINGONO IL “DIO DENARO”,DA OLTRE “TRENTADUE ANNI”,ANCORA NON SO QUANDO AVRO’ GIUSTIZIA.
    CECILIA LOLIVA PINTO STUDENTE DETECTIVE

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