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Assegno di mantenimento e assegno divorzile: le differenze

5 Luglio 2020
Assegno di mantenimento e assegno divorzile: le differenze

Come si calcolano gli alimenti a seguito della separazione e del divorzio: le differenze e le similitudini.

Avrai sentito parlare di assegno di mantenimento e assegno divorzile e ti sarai chiesto quali sono le differenze tra questi due concetti apparentemente identici. In prima battuta, è facile rispondere: l’«assegno di mantenimento» è quello che viene decretato con la sentenza di separazione tra moglie e marito mentre l’«assegno divorzile» (o «assegno di divorzio») è quello che, sostituendo il primo, scatta a partire dal divorzio. Si tratta dunque di una differenza innanzitutto terminologica. 

A questa distinzione però, da un paio di anni, se n’è aggiunta una più sostanziale, di carattere contenutistico. Difatti, se un tempo le due misure assistenziali in favore del coniuge economicamente più debole venivano calcolate con gli stessi criteri, due famose sentenze della Cassazione, pubblicate tra il 2017 [1] e il 2018 [2], hanno decretato un’ulteriore e profonda divisione. Sicché, ora si può dire che le differenze tra assegno di mantenimento e assegno divorzile sono più di una. 

Troverai tutti i chiarimenti su questo tema nel seguente articolo. Ma se vorrai approfondire l’argomento sulle differenze tra assegno di mantenimento e assegno di divorzio troverai, alla fine di questa pagina, una serie di link che potranno aiutarti. 

Assegno di mantenimento: cos’è e quando spetta?

L’assegno di mantenimento è una misura che viene concordata tra i coniugi o, in assenza di accordo, disposta dal giudice al momento della separazione. 

Lo scopo di tale contributo di carattere economico, da versare mensilmente, è garantire al coniuge con il reddito più basso di poter mantenere, anche dopo la fine della convivenza coniugale, lo stesso tenore di vita di cui godeva in precedenza (approfondiremo questo concetto nell’apposito paragrafo in cui parleremo delle differenze tra l’assegno di mantenimento e l’assegno divorzile). 

Presupposto dunque per il versamento dell’assegno di mantenimento è una sostanziale sproporzione di reddito tra moglie e marito. In situazioni di medesima capacità economica non è dovuto il mantenimento, neanche se il matrimonio dovesse interrompersi per colpa di uno dei due coniugi. Difatti, il mantenimento non è una sanzione ma un sostegno economico per chi non ha le capacità di mantenersi da sé.

Se i due coniugi non si mettono d’accordo sull’entità del mantenimento, a liquidarlo sarà il giudice tenendo conto di una serie di parametri tra cui, oltre alla predetta differenza tra le due condizioni reddituali, anche la durata del matrimonio e la capacità (fisica, di età, di formazione e di salute) del coniuge più debole di lavorare per mantenersi da sé.

L’assegno di mantenimento non può essere richiesto dal coniuge che, nell’ambito della causa di separazione, subisce il cosiddetto addebito, ossia la dichiarazione giudiziale di responsabilità per la fine della convivenza. Si tratta dell’accertamento della violazione di una delle regole del matrimonio come l’obbligo di fedeltà, convivenza, contribuzione materiale e morale ai bisogni della famiglia, solidarietà, ecc. Sicché, tanto per fare un esempio, il coniuge traditore, anche se disoccupato, non potrà mai chiedere l’assegno di mantenimento.

Assegno di divorzio: cos’è e quando spetta?

Affinché tutti i vincoli del matrimonio possano cessare definitivamente è necessario che la coppia, dopo aver provveduto alla separazione, compia l’ultimo passaggio del divorzio. Il divorzio può essere chiesto non prima di 6 mesi se c’è stata una «separazione consensuale» (ossia concordata) o non prima di 1 anno se c’è stata una «separazione giudiziale» (ossia pronunciata dal giudice a seguito di una regolare causa).

Con il divorzio, l’assegno di mantenimento viene sostituito dall’assegno divorzile. In buona sostanza, quel contributo mensile che prima veniva versato, dal coniuge “più ricco” a quello “più povero”, a titolo di mantenimento prenderà ora il nome di assegno di divorzio. 

L’assegno di divorzio spetta alle stesse condizioni dell’assegno di mantenimento. Dunque, deve innanzitutto continuare a sussistere una differenza economica sostanziale tra i due coniugi. Per cui, se tra la separazione e il divorzio il coniuge che prima prendeva l’assegno di mantenimento ha migliorato la propria condizione reddituale (ad esempio, iniziando a lavorare) o quello che versava l’assegno l’ha vista invece peggiorare (ad esempio, a seguito di un licenziamento), il giudice, nel decidere se liquidare o meno l’assegno di divorzio, potrebbe decidere in senso negativo o stabilire un importo inferiore rispetto a quello versato fino a quel momento.  

In secondo luogo, per ottenere l’assegno di divorzio non bisogna aver subito l’addebito nel precedente giudizio di separazione. 

Differenze tra assegno di mantenimento e assegno di divorzio

Veniamo ora alle differenze tra le due misure finora analizzate. Abbiamo già visto che la prima e più intuitiva differenza è di carattere formale e terminologico: l’assegno di mantenimento scatta dopo la separazione, l’assegno divorzile scatta invece dopo il divorzio.

Ma nel 2017, la Cassazione ha spiegato che l’assegno divorzile non deve risolversi in una rendita parassitaria in favore del coniuge più debole, sicché questi deve dimostrare di meritare il contributo mensile. Dunque, il giudice – nel momento in cui valuta se concedere o meno l’assegno di divorzio – verifica se il coniuge richiedente tale misura ne ha realmente diritto. E, a tal fine, accerta se questi è ancora giovane per poter lavorare e mantenersi da sé, se le sue condizioni di salute e di formazione gli consentono di inserirsi nel mercato del lavoro, se ha dato prova di aver cercato un’occupazione e non esserci riuscito.

In buona sostanza, la prima differenza sostanziale tra assegno di mantenimento e divorzile sta nella quasi automatica attribuzione del primo e in un più severo giudizio di meritevolezza per il secondo. La ragione è semplice: l’assegno di mantenimento è una forma di “paracadute” per il fatto di trovarsi, sul più bello, soli e senza un sostegno economico. Tra la separazione e il divorzio invece c’è tutto il tempo per iniziare a reimpostare la propria vita e cercare una soluzione che possa garantire l’autosufficienza. 

Sicché, chi chiede l’assegno divorzile ha il cosiddetto onere della prova, deve cioè dimostrare di:

  • non avere più un’età utile per collocarsi nel mondo del lavoro (età che per la Cassazione scatta all’incirca da 45 anni in su);
  • o non avere una condizione di salute tale da consentirgli di lavorare;
  • o di aver perso ogni contatto con il mondo del lavoro per essersi occupato della gestione della famiglia e dei figli (il richiamo è alla casalinga);
  • di aver cercato un lavoro (inviando il cv alle aziende, chiedendo colloqui di lavoro, partecipando a bandi e concorsi, iscrivendosi all’Ufficio per l’Impiego, ecc.) e di non esserci riuscito nonostante tutta la buona volontà.

La più importante differenza tra assegno di mantenimento e assegno divorzile sta però nel criterio di liquidazione dell’importo. Abbiamo detto che l’assegno di mantenimento mira a garantire, all’ex più debole, lo stesso tenore di vita che aveva durante il matrimonio. Sicché, il reddito più elevato dei due viene sostanzialmente diviso (al netto delle maggiori spese derivanti dalla separazione) in modo che le differenze economiche tra moglie e marito vengano livellate. Ne deriva che tanto più è benestante uno dei due coniugi, tanto maggiore sarà l’assegno di mantenimento.

Invece, scopo dell’assegno divorzile è garantire solo l’autosufficienza economica del coniuge più debole ossia la capacità di mantenersi da solo. Sicché la misura, seppur non “fissa”, non risentirà della maggiore ricchezza di uno dei due.

Ad esempio, se è vero che, con 1.500 euro al mese, si può vivere da soli in modo decoroso, il coniuge che già guadagna da sé 600 euro al mese, non potrà chiederne più di 900 all’ex benché questi sia particolarmente ricco e guadagni 40mila euro al mese. 

Unica eccezione è prevista per il coniuge che, con il proprio lavoro domestico, ha consentito all’ex di dedicarsi alla carriera e incrementare la propria ricchezza. In tal caso, l’assegno di mantenimento sarà incrementato in modo proporzionale a tale ricchezza e sarà quindi ben più alto dello stretto necessario per raggiungere l’autosufficienza economica. Anche in questo caso, il riferimento è direttamente rivolto alle casalinghe che hanno perso il legame col mondo del lavoro per dedicarsi alla casa e ai figli. 

Approfondimenti

Per ulteriori informazioni leggi:


note

[1] Cass. sent. n. 11504/17 del 10.05.2017.

[2] Cass. sent. n. 18287/2018 dell’11.07.2018.


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