Tasse: metà degli italiani mantiene i falsi poveri

6 Luglio 2020 | Autore:
Tasse: metà degli italiani mantiene i falsi poveri

Manca la volontà di versare le imposte, ma anche quella di rinunciare all’assistenzialismo a fini elettorali per fare maggiori controlli.

Lo slogan più gettonato da ogni Governo per tentare di guadagnare dei consensi e mantenere il posto al potere è sempre lo stesso: «Meno tasse per tutti». Peccato, però, che resti soltanto quello: uno slogan. Peraltro, falso. E i governanti lo sanno: mentono, sapendo di mentire. A costo di buttare all’aria l’economia del Paese. Per un pugno di voti in più.

Lo dimostrano i numeri contenuti in un libro a dir poco coraggioso, scritto da Alberto Brambilla, presidente dal 2009 del Centro Studi e Ricerche e del Comitato Tecnico Scientifico di Itinerari Previdenziali. Il volume si chiama “Le scomode verità su tasse, pensioni, sanità e lavoro ed è stato pubblicato da Solferino editore. Giuseppe Conte, i suoi ministri e la sua maggioranza devono pregare Iddio che non venga distribuito in determinati Paesi europei, specialmente nei cosiddetti «Stati frugali», altrimenti le trattative europee sugli aiuti all’Italia per la ripartenza (a partire dal Recovery Fund) andrebbero a farsi benedire.

Che cosa racconta Brambilla nel suo libro? L’autore scoperchia un pentolone dall’odore nauseabondo, che contiene anni e anni di sprechi pubblici, di soldi messi a bollire da questo e da altri Governi per ricavarci il brodo dell’assistenzialismo che alimenta veri cittadini bisognosi ma anche tanti falsi poveri, sfamati con i soldi di tutti. O meglio, dei soli che pagano le tasse.

Considerazioni basate sui numeri. Si pensi, ad esempio, al bonus Renzi di 80 euro, appena eliminato per introdurre uno di 20 euro in più. 11,7 milioni di contribuenti (17 milioni, contando anche i loro parenti) hanno beneficiato fino alla fine di giugno di un’integrazione al reddito di 960 euro all’anno. Tra il 2015 (cioè da quando è stato introdotto il bonus) fino al 2017, gli 80 euro al mese sono costati 34 miliardi di euro. Tra il 2018 e il 2019, altri 19 miliardi. Totale, escludendo il primo semestre dell’anno in corso, 53 miliardi di euro. Il problema, sottolinea Brambilla, è che chi ha incassato il bonus ha pagato ogni anno «imposte addirittura inferiori al costo pro-capite della sola spesa sanitaria, che è pari a 1.870 euro l’anno».

In altre parole: 17 milioni di persone hanno incassato in 5 anni 53 miliardi di euro ma hanno pagato una cifra irrisoria di tasse. Ci aggiungiamo pure 11,5 milioni di contribuenti che si collocano nella no tax area, cioè che hanno un reddito sotto gli 8.174 euro e che, quindi, non pagano un centesimo all’Erario. Arriviamo a quasi 30 milioni di persone, a cui si sommano altri soggetti esentasse per diversi motivi. Facendo la somma, quasi 35 milioni di cittadini vivono sulle spalle del resto. Metà degli italiani mantiene l’altra metà.

Ora, il problema è capire se quella metà degli italiani che paga poco o niente di tasse ha veramente il diritto di farlo. Va detto – ricorda Brambilla – che il 90% dell’Irpef viene versata dal 41% dei contribuenti, soprattutto da chi ha un reddito tra 100mila e 120mila euro l’anno. Quelli, cioè, sui quali il Partito Democratico ora vorrebbe imporre pure una patrimoniale, non bastasse quello che già versano allo Stato per compensare quello che gli altri non pagano. Si tratta di oltre 467mila cittadini, cioè 1,13% del totale, che, però, pagano il 19% di tutta l’Irpef, cioè mediamente 68.200 euro ciascuno all’anno. Oltre, ovviamente, ai contributi sociali, vale a dire il 33% della loro retribuzione nel caso siano lavoratori dipendenti. Brambilla parla di loro con una battuta, mica tanto scherzosa: «Un Governo normodotato dovrebbe, se non nominare questa categoria di cittadini cavalieri del lavoro (la cui scelta è avvolta nel mistero), perlomeno ringraziare e, pur senza dare premi, trattare almeno come gli altri contribuenti».

Che cosa «ci vende», invece chi comanda? Ad esempio, i tanto sbandierati tagli alle pensioni d’oro che, in realtà, hanno portato nelle casse dello Stato appena 400 milioni di euro in 5 anni (80 milioni l’anno). In compenso, via con i sussidi da capogiro per favorire milioni di poveri, che tanti milioni, in realtà non sono.

E anche qui parlano i numeri riportati dall’autore del libro. Ci sono 860mila pensioni sociali per gli over 65 senza reddito che ci costano 4,6 miliardi di euro. Poi, ci sono le integrazioni alle pensioni al minimo di 513 euro: sono quasi 4 milioni per un costo totale di 9,2 miliardi. E, ancora, gli invalidi di guerra e quelli civili. Insomma, calcolatrice alla mano ci troviamo quasi 8 milioni di pensionati su un totale di 16 milioni che sono completamente, o quasi, mantenuti dallo Stato. Significa che, in teoria, la metà dei nostri pensionati non ha mai fatto nulla in vita sua. A meno che – e il dubbio, a questo punto, è legittimo – abbiano campato in nero. E tengano i soldi sotto il materasso. Dichiarando di essere senza reddito, in modo da avere l’assistenza finanziaria garantita (oltre al servizio sanitario gratis, tenuto in piedi con le tasse degli altri).

Un «governo normodotato», come ama chiamarlo Brambilla, che cosa farebbe? Si metterebbe a indagare su chi è effettivamente bisognoso e chi sono i falsi poveri. I nostri governi no. La Lega di Salvini, quando era al Governo, ha garantito la quota 100 per uscire prima dal lavoro. Il Movimento 5 Stelle di Luigi Di Maio (ora provvisoriamente di Vito Crimi) mette nel pentolone del brodo dell’assistenzialismo il reddito di cittadinanza (di cui, come dimostrato da alcune indagini della Guardia di Finanza, beneficia anche chi non deve). Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri (Pd) toglie il bonus Renzi da 80 euro e ne mette uno da 100 euro a scalare fino ai redditi da 40mila euro. Insomma, «il numero di chi pagherà un’Irpef insufficiente a coprire anche solo la spesa sanitaria pro-capite» è destinato ad aumentare.

Per un pugno di voti in più, meglio non indagare troppo. Non importa se abbiamo un numero esorbitante di poveri da mantenere ma siamo il primo Paese al mondo per possesso di telefoni cellulari (oltre a comprarli, bisogna mantenerli) e spendiamo 127 miliardi di euro all’anno nei giochi d’azzardo, cioè 16 miliardi in più rispetto alla spesa sanitaria. A paradossi non ci batte nessuno.

Metà degli italiani continuerà a mantenere falsi poveri se non ci saranno dei controlli puntuali e delle sanzioni severe per chi sgarra. Basterebbe – suggerisce Brambilla – attivare una banca dati come quelle utilizzate in Austria, in Germania o in Svizzera, Paesi piuttosto famosi per il loro rigore. Con questi strumenti, continuare a pretendere il brodo dell’assistenzialismo come unico mezzo di sostentamento non sarebbe possibile. Sicuramente, avremmo meno assegni di pensioni e di reddito di cittadinanza truffaldini. Bisogna volerlo, però. A costo di perdere le elezioni al prossimo giro. O di vincerle, dimostrando di essere stati affidabili e competenti.



2 Commenti

  1. ma quelli ricchi che hanno un reddito sopra tra 100 e 120 mila euro ( facciamo 110 ) come fanno a pagare 68.200 ciascuno se l aliquota irpef maggiore è 43%. Pagheranno 47.300 euro ciascuno e gli rimangono più di 5.000 € puliti al mese. vogliamo abbassare le tasse a questi? tutto il resto è vero. in italia nessuno vuole combattere l evasione è tutto sempre uno spot elettorale e basta, siamo destinati a sopperire della ns avidità, furbizia, audacia etc.

  2. Vincere o perdere, questo è il problema italiano. Perchè mi domando! quando a perdere comunque sia siamo sempre noi contribuenti. Personalmente ho sempre pagato le tasse, come da sempre asserisco che l’Italia è particolare, diversa da tutti gli Stati proprio per l’assistenzialismo selvaggio, questo non fà comodo solo alla casta italiana, ma bensì anche al mondo intero, per questo L’italia è un affare molto appettibile.

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