Diritto e Fisco | Articoli

Valutazione equitativa del danno: cos’è

6 Luglio 2020
Valutazione equitativa del danno: cos’è

Risarcimento del danno e quantificazione: che succede se non c’è prova dell’entità della lesione subita?

Spesso, nell’ambito dei processi civili di risarcimento, si parla di valutazione equitativa del danno. Ma, nel dettaglio, cosa significa? Detto in parole molto semplici, si tratta di una modalità di risarcimento che, prescindendo da specifiche prove presentate dal danneggiato, rimette la valutazione al giudice e al suo “prudente apprezzamento”. 

In parole più povere, tutte le volte in cui è impossibile quantificare con precisione l’entità di un danno e le conseguenze di una condotta illecita, è il magistrato a determinare, in base a quanto gli pare giusto ed “equo” in relazione al caso concreto, la somma a cui il danneggiato ha diritto. 

In questa breve guida cercheremo di capire meglio cos’è la valutazione equitativa del danno. 

Il risarcimento del danno e l’onere della prova

Quando si parla di risarcimento del danno – problema tipico del processo civile – la legge impone due fondamentali obblighi a chi lo richiede: 

  • la prova dell’esistenza del danno (ossia della lesione subita): tale prova si sostanzia nella condotta illecita posta da un’altra persona e delle conseguenze che da questa sono derivate. Ad esempio, in caso di sinistro stradale, bisognerà dimostrare che la macchina è stata danneggiata e che il conducente ha riportato delle ferite;
  • la prova dell’entità di tale danno (ossia la sua quantificazione in termini monetari). Nell’esempio precedente dell’incidente stradale, la prova consisterà nell’entità della fattura versata all’officina per la riparazione e nei giorni di invalidità conseguenti alle ferite che hanno impedito al conducente di andare a lavorare, con conseguente diminuzione di reddito.

Non basta, quindi, dimostrare un comportamento illecito altrui o la violazione di un proprio diritto. È necessario provare anche le conseguenze che da tale situazione sono derivate: conseguenze che vanno tradotte in termini monetari. Questa quantificazione è assai facile per quanto riguarda i danni patrimoniali (ad esempio, per dimostrare le spese mediche o le riparazioni effettuate basta presentare le fatture e gli scontrini); è più difficile invece per i danni non patrimoniali per i quali, il più delle volte, si fa ricorso a delle tabelle che, in base ai punti di invalidità determinati da una perizia medico-legale e all’età del danneggiato, fissano un importo a titolo di risarcimento.

L’obbligo di dimostrare non solo la condotta illecita ma l’entità del danno fa sì che le richieste di risarcimento per questioni di “puro principio” non trovino accoglimento nel nostro processo. Si può adire il giudice solo in presenza di un danno effettivo, attuale e concreto. 

La «concretezza» del danno fa sì che questo debba essere percepibile immediatamente e «valutabile da un punto di vista economico». Non si possono risarcire i danni presunti o quelli che ci si attende potrebbero verificarsi in futuro.

La difficoltà nel risarcimento del danno

Il punto è però che non sempre si può dimostrare l’entità del danno, specie quando si tratta di danni non patrimoniali. 

Per quanto attiene al danno biologico, come visto sopra, viene quantificato sulla base di perizie mediche e di apposite tabelle. 

Le cose si complicano quando si tratta di un danno morale, ossia per la sofferenza patita. Sofferenza che, il più delle volte, oltre ad essere soggettiva e relativa, è anche “interiore” e quindi difficilmente dimostrabile.

Di qui l’ordinamento viene in soccorso del danneggiato. Si stabilisce infatti che, tutte le volte in cui l’esistenza di una condotta illecita è certa e, con essa anche il danno subito, ma non è possibile quantizzare con esattezza il danno, la sua liquidazione viene rimessa al giudice «in via equitativa», ossia sulla base di quanto appare giusto nella vicenda specifica.

Un tipico esempio di liquidazione del danno in via equitativa si può fare in tema di risarcimento del danno per diffamazione. Una persona che offende un’altra in pubblico pone di certo un comportamento illecito; inoltre, il danno è dato già dal fatto che la sua reputazione ne viene screditata e umiliata. Ma è difficile tradurre tale danno in termini economici. Sicché, ci penserà il giudice, andando a quantificare l’importo sulla base di una serie di indici come, ad esempio, le parole dette, le persone che hanno sentito le offese, la professione del danneggiato e la riduzione della sua reputazione lavorativa. 

La valutazione equitativa del danno

A stabilire la regola della valutazione equitativa del danno è l’articolo 1226 del Codice civile: se il creditore danneggiato non può o non riesce a provare il danno subito nel suo preciso ammontare, è il giudice a liquidare tale danno con valutazione equitativa.

L’impossibilità della prova va intesa in senso relativo, ossia è impossibile anche la prova che potrebbe essere prodotta solo a costo di affrontare grandi difficoltà.

Presupposto perché il giudice proceda a tale valutazione è che il danneggiato abbia già provato la sussistenza di un danno, ma la prova del suo ammontare sia, in relazione alle peculiarità del caso concreto, impossibile o anche solo difficile [1]. La valutazione equitativa deve infatti, per quanto possibile, essere limitata alla funzione di colmare soltanto le lacune relative alla precisa determinazione del danno [2]. 

Il giudice può fare uso di tale criterio sia per il danno emergente che per il lucro cessante, ma più spesso lo adotta per quest’ultimo, essendo il lucro cessante un danno proiettato nel futuro per la cui determinazione concreta si deve tenere conto delle condizioni personali del danneggiato per una reintegrazione patrimoniale effettiva, non correlata a parametri astratti. La valutazione equitativa può essere necessaria anche soltanto per una parte del danno.

Ad esempio, il giudice, nella valutazione equitativa del lucro cessante subito dal commerciante a seguito dell’inadempimento del fornitore delle merci dal primo vendute, deve valutare con equo apprezzamento tutte le circostanze del caso, secondo una ricostruzione ideale degli utili che il commerciante stesso avrebbe potuto ragionevolmente conseguire dalla normale esecuzione del contratto. O ancora, in caso di molestie subite dai possessori di un immobile nell’esercizio del loro possesso, il giudice nel quantificare il danno derivante dalla limitazione temporanea del possesso, può adottare quale adeguato parametro di quantificazione, quello correlato ad una percentuale del valore reddituale dell’immobile, la cui fruibilità sia stata temporaneamente ridotta.

Il giudice deve dare conto di quali elementi della fattispecie concreta abbia tenuto conto nella valutazione equitativa del danno.

La valutazione fatta dal giudice non può essere contestata dinanzi alla Cassazione. 


note

[1] Cons.Stato 20 luglio 2010 n. 4660, Cass. 17 maggio 2000 n. 6414, Cass. 6 febbraio 1998 n. 1201, Cass. 11 febbraio 1987 n. 1489

[2] Cass. 28 giugno 2000 n. 8795.


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube