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Minaccia grave: ultime sentenze

15 Agosto 2020
Minaccia grave: ultime sentenze

Nozione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale. Condizioni per il riconoscimento della protezione sussidiaria.

Protezione sussidiaria 

Ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, a norma del d.lg. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), la nozione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato, interno o internazionale, in conformità con la giurisprudenza della Corte di giustizia Ue (sentenza 30 gennaio 2014, in causa C-285/12), deve essere interpretata nel senso che il conflitto armato interno rileva solo se, eccezionalmente, possa ritenersi che gli scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati, o tra due o più gruppi armati, siano all’origine di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria (nel caso di specie tale principio di diritto risulta applicato, perché il giudice aveva rigettato la richiesta affermando che la motivazione che aveva indotto il richiedente a lasciare la Nigeria era strettamente personale, collegata, cioè, alla scelta di curare le ferite alla regione nasale procurategli da un incidente stradale allorché alla guida del motorino aveva investito una donna in bicicletta).

Cassazione civile sez. II, 18/06/2020, n.11853

Riconoscimento della protezione sussidiaria

Non sussistano le condizioni per riconoscere al ricorrente la protezione sussidiaria, ai sensi dell’art. 14, lettera c), del d.lgs. n. 251/2007 (minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale), in ragione delle condizioni di instabilità della Nigeria, dovendosi escludere che i conflitti che riguardano la zona di provenienza (Edo State) comportino un livello così elevato di intensità che la sola presenza del soggetto nel suo territorio comporterebbe una minaccia individuale nei suoi confronti.

Corte appello Catanzaro sez. lav., 09/01/2020, n.14

Protezione internazionale: minaccia grave e individuale

In tema di protezione internazionale, la sussistenza di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile non necessita della prova che il richiedente sia oggetto specifico di minaccia per motivi peculiari attinenti alla situazione personale. La minaccia si considera provata eccezionalmente quando il conflitto armato in corso nel Paese di provenienza del richiedente è di tale gravità che la sola presenza del civile nel Paese in questione rappresenta di per sé un rischio effettivo di subire tale minaccia.

Tribunale Bari, 27/12/2019

Violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato

La nozione di ‘violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale”, quando venga invocata per il riconoscimento della protezione sussidiaria postula, da un lato, la sussistenza di uno scontro tra le forze governative di uno Stato ed uno o più gruppi armati o tra due o più gruppi armati e, dall’altro, una conseguente violenza generalizzata idonea a comportare una minaccia grave e individuale alla vita di una persona.

Cassazione civile sez. I, 22/05/2020, n.9518

Situazione di conflitto armato interno

Ai fini della concessione della protezione internazionale, il conflitto armato interno rileva solo se, eccezionalmente, possa ritenersi che gli scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati, o tra due o più gruppi armati, siano all’origine di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria e il grado di violenza indiscriminata deve aver raggiunto un livello talmente elevato da far ritenere che un civile, se rimpatriato correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, un rischio effettivo di subire detta minaccia.

Corte appello Cagliari sez. I, 21/05/2020, n.284

Minaccia grave e individuale alla vita

Ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, a norma del d.lg. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c, la nozione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato, interno o internazionale, va rappresentata dal ricorrente come minaccia grave e individuale alla sua vita, sia pure in rapporto alla situazione generale del paese di origine, ed il relativo accertamento costituisce apprezzamento di fatto di esclusiva competenza del giudice di merito non censurabile in sede di legittimità

Cassazione civile sez. I, 21/04/2020, n.7987

Scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati

In tema di protezione sussidiaria, ai fini del suo riconoscimento, a norma del d.lg. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), la nozione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato (interno o internazionale) deve essere interpretata nel senso che il conflitto armato interno rileva solo se, eccezionalmente, possa ritenersi che gli scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati, o tra due o più gruppi armati, siano all’origine di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria. Il grado di violenza indiscriminata deve aver pertanto raggiunto un livello talmente elevato da far ritenere che un civile, se rinviato nel Paese o nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, un rischio effettivo di subire detta minaccia

Cassazione civile sez. I, 20/04/2020, n.7921

Rischio effettivo di subire una minaccia

La nozione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato (interno o internazionale) deve essere interpretata, in conformità con la giurisprudenza della Corte di giustizia UE (sentenza 30 gennaio 2014, in causa C-285/12), nel senso che il conflitto armato interno rileva solo se, eccezionalmente, possa ritenersi che gli scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati, o tra due o più gruppi armati, siano all’origine di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria.

Il grado di violenza indiscriminata deve aver pertanto raggiunto un livello talmente elevato da far ritenere che un civile, se rinviato nel Paese o nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, un rischio effettivo di subire detta minaccia. Situazione questa non ricorrente nel caso in esame, come valutato dalla Tribunale di Perugia, che ha motivatamente escluso l’esistenza di conflitto armato, nel senso sopra delineato.

Cassazione civile sez. I, 25/03/2020, n.7506

Prova dell’esistenza di una minaccia grave

In tema di protezione internazionale, l’esistenza di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente, finalizzata alla protezione sussidiaria, non è subordinata alla condizione che quest’ultimo fornisca la prova che egli è interessato in modo specifico a motivo di elementi peculiari della sua situazione personale; l’esistenza di una siffatta minaccia può essere considerata, in via eccezionale, provata qualora il grado di violenza indiscriminata che caratterizza il conflitto armato in corso, valutato dalle autorità nazionali competenti impegnate con una domanda di protezione sussidiaria o dai giudici di uno Stato membro ai quali viene deferita una decisione di rigetto di una tale domanda, raggiunga un livello così elevato che sussistono fondati motivi di ritenere che un civile rientrato nel paese in questione o, se del caso, nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio di questi ultimi, un rischio effettivo di subire la detta minaccia.

Corte appello Catanzaro sez. I, 04/02/2020, n.136

Rifugiato politico e protezione umanitaria

La  qualifica di rifugiato politico, secondo la Convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951, richiede quale requisito determinante un fondato timore di essere perseguitato per l’appartenenza a un’etnia, associazione, credo politico o religioso, ovvero per le proprie tendenze o stili di vita; la situazione socio-politica o normativa del paese di provenienza è rilevante solo se correlata alla specifica posizione del richiedente, il quale rischi verosimilmente specifiche misure sanzionatorie a carico della sua integrità psico-fisica.

La protezione sussidiaria, indispensabile per evitare un danno grave alla persona, esiste nelle seguenti ipotesi: a) condanna a morte o all’esecuzione della pena di morte; b) tortura o altra forma di pena o trattamento inumano o degradante ai danni del richiedente nel suo Paese di origine (non di transito); minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale (art. 14 D.Lvo n. 251/2007); la protezione umanitaria – ovvero il permesso regolato dall’art. 32, 3° comma D.Lvo n. 25/2008 – presuppone gravi motivi di carattere umanitario; in tal caso, la misura è correlata a un predeterminato arco di tempo, e spetta quando le gravi ragioni di protezione accertate, e aventi gravità e precisione pari a quelle sottese alla tutela maggiore, siano solo temporalmente limitate; nessuna previsione normativa assume a presupposto di tutela ragioni economiche, come pure situazioni di criminalità comune non riconducibili a una situazione emergenziale connotata da oggettiva temporaneità eventualmente idonea a fondare la concessione del permesso per ragioni umanitarie.

Corte appello Venezia sez. III, 03/02/2020, n.310

Protezione sussidiaria: presupposti

Non è possibile concedere la protezione sussidiaria se il richiedente non abbia ricevuto una minaccia grave ed individuale alla vita e alla persona derivante da violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale. (Nel caso di specie si trattava di soggetto proveniente dal sud della Nigeria, Paese (Edo State), zona in cui non risulta operarante l’organizzazione “Boko Haram” (che, al contrario, opera prevalentemente negli stati del nord-est) e dove le aggressioni di matrice etnica e religiosa sono, nella sostanza, episodiche e, comunque, tali da non determinare una situazione di pericolo o minaccia individuale).

Corte appello Catanzaro sez. I, 24/01/2020, n.89

Atti di persecuzione o minaccia grave all’intera popolazione

In tema di protezione sussidiaria è necessario provare che nel territorio di provenienza vi siano stati atti di persecuzione o  una minaccia grave all’intera popolazione e non soltanto ad una parte di questa. (Nel caso di specie, vi erano stati sporadici ed isolati episodi di terrorismo non tali da giustificare la protezione sussidiaria al richiedente posto).

Corte appello Catanzaro sez. I, 15/01/2020, n.43

I criteri per il riconoscimento della protezione umanitaria

Ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, a norma del d.lg. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), la nozione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato, interno o internazionale, va rappresentata dal ricorrente come minaccia grave e individuale alla sua vita, sia pure in rapporto alla situazione generale del paese di origine, ed il relativo accertamento costituisce apprezzamento di fatto di esclusiva competenza del giudice di merito non censurabile in sede di legittimità.

Il grado di violenza indiscriminata deve aver raggiunto un livello talmente elevato da far ritenere che un civile, se rinviato nel Paese o nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, un rischio effettivo di subire detta minaccia.

Cassazione civile sez. I, 22/01/2020, n.1369

Minaccia individuale nei confronti del richiedente nella zona di provenienza

Non sussistono le condizioni per riconoscere al ricorrente la protezione sussidiaria, ai sensi dell’art. 14, lettera c), del d.lgs. n. 251/2007 (minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale), in ragione delle condizioni di instabilità della Nigeria, dovendosi escludere, in particolare, che i conflitti che riguardano la zona di provenienza, Delta State, nel sud del paese, comportino un livello così elevato di intensità che la sola presenza del soggetto nel suo territorio comporterebbe una minaccia individuale nei suoi confronti.

Corte appello Catanzaro sez. I, 15/01/2020, n.36



10 Commenti

  1. Il mio vicino di casa è un delinquente. Ha atteggiamenti aggressivi che mi fanno paura e sinceramente temo che dopo una discussione che abbiamo avuto proprio ieri possa fare qualcosa di grave. Ha iniziato ad insultarmi e minacciarmi. Ora, vorrei sapere se è il caso che mi rivolga alle forze dell’ordine. Da un lato ho paura di aggravare la situazione, ma dall’altra temo per la mia incolumità perché aveva proprio gli occhi rossi e pieni di odio… Quando si può presentare una querela per minaccia?

    1. Per poter presentare querela per minaccia non serve che la vittima sia presente al momento in cui il minacciante esprime il suo desiderio di fargli del male: basta che il diretto interessato ne venga a conoscenza, anche indirettamente, da parte di qualcuno. Se, ad esempio, io minaccio Caio davanti a Tizio, e Tizio lo racconta a Caio, quest’ultimo può farmi una querela per minaccia. Naturalmente, per compiere questo reato non servono soltanto le parole. E’ possibile prendersi una querela per minaccia anche per intimidire qualcuno attraverso un messaggio di Whatsapp, un sms, un’e-mail, un biglietto appeso alla sua porta, un gesto. Ci sono anche dei casi più macabri, come quelli utilizzati dalla malavita (una testa di agnello mozzata fuori dalla porta, un pupazzo impiccato, ecc.). La scelta di uno di questi strumenti di minaccia e la capacità di turbare la vittima costituiscono la gravità del reato. Non è più grave dire «ti ammazzo» anziché «ti cambio i connotati»: è peggio riuscire a creare nella persona minacciata uno stato psicologico di ansia e di grave turbamento che condiziona irrimediabilmente la sua vita quotidiana.Il reato di minaccia è procedibile a querela, da presentare presso un qualsiasi posto di Polizia oppure, in forma scritta, al pubblico ministero. In alcuni casi, però, il reato di minaccia è perseguibile d’ufficio. Succede quando la gravità del fatto è particolarmente importante, ad esempio quando la minaccia viene fatta con le armi, o da persona travisata (cioè che ha volutamente alterato il proprio aspetto esteriore per non essere riconoscibile) oppure da più persone insieme. Sono circostanze aggravanti previste dal codice penale anche la minaccia mediante scritto anonimo o facendosi valere della forza di associazioni segrete. Se la minaccia viene compiuta da più di cinque persone riunite e anche una sola di loro è armata, la pena aumenta alla reclusione da tre a 15 anni. Lo stesso vale per la minaccia compiuta da almeno 10 persone riunite pur non essendo armate. Se, in questo contesto, la minaccia è rivolta ad un pubblico ufficiale, il reato viene punito con la reclusione da due a otto anni oppure fino a tre anni se la vittima viene costretta a compiere un atto del proprio ufficio o servizio

  2. Ho litigato furiosamente con un mio vecchio amico. Ci siamo scannati con le parole, ma io gli ho detto semplicemente l’assurdità di certe sue azioni e gli ho detto che si è comportato male. Sono stato con la sua ex. Mi sono preso una bella cotta. Lo ammetto ho sbagliato, ma lui aveva perso il lume della ragione. si è completamente trasformato. Era da tempo che non ci vedevamo, ha detto che ho agito alle sue spalle e allora mi ha buttato fuori tutte le sue delusioni nei miei riguardi… Lui era nervoso, vedevo che voleva attaccarmi ma si è frenato… Allora, ha iniziato a pronunciare d’impeto e in uno stato d’ira alcune frasi assurde che mi hanno spaventato… Dal contesto risultava chiara la sua intenzione di vendicarsi… Ora, io capisco che siamo stati amici e che per una cosa del genere tutto può rovinarsi. ma davvero temo che possa fare qualcosa di sciocco e rischioso… Non vorrei però denunciarlo…. Ma in caso, giusto per tutelarmi per il futuro se dovesse succedere qualcosa, a chi posso rivolgermi? Devo contattare un avvocato?

    1. La vittima della minaccia può denunciare l’accaduto alle forze dell’ordine, ossia ai Carabinieri o alla Polizia, senza bisogno di farsi assistere da un avvocato. Queste, stilato il verbale con la querela, lo trasmetteranno alla Procura della Repubblica che incaricherà un Pm di effettuare le indagini. La prova della minaccia, come detto, può essere la stessa dichiarazione della vittima anche se è sempre meglio supportarla con ulteriori elementi, come ad esempio la conferma, da parte di terzi, del clima di tensione tra i due.

  3. una semplice minaccia corrisponde ad un reato? Per una minaccia si può andare in carcere? Mettiamo il caso che si tratti di una minaccia futile, di poco conto…

    1. Secondo il Codice penale, chiunque minaccia qualcun altro prospettandogli un ingiusto danno è punito, a querela della persona offesa, con la multa fino a 1.032 euro. Se la minaccia è grave o è commessa con modalità che la legge ritiene particolarmente pericolose (ad esempio, minaccia fatta con le armi o con scritto anonimo, oppure ancora proveniente da un gruppo di persone; ecc.), la pena è della reclusione fino a un anno; in quest’ultimo caso, tra l’altro, si procede d’ufficio.nel caso di minaccia semplice, è prevista solamente la pena pecuniaria della multa; nell’ipotesi di minaccia grave, invece, il codice prevede la reclusione fino a un anno. In pratica, solamente nell’ipotesi di minaccia grave si va in carcere; dovrà quindi trattarsi di un’intimidazione particolarmente seria, ad esempio perché fatta con le armi (pensa a chi minaccia di uccidere un’altra persona brandendo una pistola) o con altre modalità che facciano pensare che alla minaccia si darà senz’altro seguito. In realtà, è ben difficile che per delle minacce si vada in prigione; ti spiego subito perché. In Italia esistono degli istituti giuridici che consentono a colui che ha subito una condanna di evitare il carcere, soprattutto se si tratta di un reato tutto sommato non grave, com’è appunto quello di minacce. Ad esempio, per pene inferiori ai due anni è possibile ottenere la sospensione condizionale della pena: in pratica, la pena sospesa preclude qualsiasi effetto alla condanna, di modo che colui che è stato riconosciuto colpevole e sia stato condannato non dovrà andare in prigione né pagare alcuna multa. Per pene fino a quattro anni, poi, è possibile chiedere l’affidamento in prova ai servizi sociali: praticamente, invece di finire dietro le sbarre il condannato accetta di seguire un percorso di recupero presso un’associazione o una comunità, in modo da poter svolgere lavori socialmente utili. Ancora, l’imputato per minacce può sempre contare su uno sconto di pena, ad esempio nel caso in cui il giudice gli riconosce le attenuanti generiche. In tal caso, ha diritto alla riduzione della pena pari a un terzo. Altri sconti di pena possono essere ottenuti scegliendo il rito abbreviato oppure il patteggiamento (anche se, in realtà, è difficile immaginare un avvocato che consigli al proprio cliente di patteggiare per un reato come quello di minacce).

  4. MIo marito in un momento di rabbia mi ha detto “ti ammazzo”. Ora, secondo me, anche se era arrabbiato, era un semplice modo di dire. Abbiamo litigato tante volte. So che non ha alcuna intenzione di passare alle vie di fatto. Una mia amica mi ha consigliato di denunciarlo… Io non saprei… Magari è così. Era nervoso per il lavoro per le bollette e si è imbestialito perché ha visto che sono andata a fare qualche acquisto per la casa durante gli sconti…

    1. La Cassazione ha affermato che è responsabile del reato di minaccia chi pronuncia frasi di forte valenza intimidatoria – come, per esempio, “ti devo ammazzare” – nei confronti di un soggetto, se pure formulate in un contesto di forte tensione tra le parti: la circostanza che sia in corso una forte lite, infatti, non scrimina dal reato, nonostante si potrebbe essere portati a pensare che la minaccia sia stata dettata solo dall’ira, senza però una reale intenzione. Non può ritenersi, infatti, che l’esistenza di un clima teso, dovuto, ad esempio, alla separazione di una coppia, possa vanificare il significato intimidatorio di una simile condotta, ma al contrario è proprio il clima di tensione tra gli ex coniugi a far sì che certe espressioni siano idonee a turbare la libertà morale di chi riceve le minacce. Secondo gli Ermellini, inoltre, espressioni come “ti devo ammazzare” non devono comportare necessariamente il risultato di intimidire, ma basta la semplice potenzialità ad intimorire,  in relazione alle concrete circostanze di fatto, fino a poter incidere sulla libertà psichica dell’altro soggetto. Il reato di minaccia è procedibile a querela, da presentare presso un qualsiasi posto di Polizia oppure, in forma scritta, al pubblico ministero.

      Nel caso in esame, per esempio, dette parole avevano senz’altro contribuito ed elevare la carica minacciosa della condotta in quanto pronunciate con la finalità di impedire alla ex moglie di frequentare il figlio minore.

  5. Per denunciare una persona che mi ha minacciato, ho bisogno di una prova? Ad esempio, una registrazione o un testimone che abbia sentito o sia disposto a riportare i fatti alle autorità? Io ero da sola e vorrei trovare il modo di difendermi dal mio ex marito. Sono ormai anni che ci siamo lasciati, ma dopo avermi visto con il mio nuovo compagno, dopo una discussione per nostro figlio mi ha minacciato

    1. Per stabilire quando c’è una minaccia bisogna verificare se la frase proferita è particolarmente grave, o meglio sono gravi le conseguenze prospettate alla vittima. Per stabilire quando c’è una minaccia, infatti, non si deve guardare al comportamento tenuto dal responsabile dopo la frase, anche se pronunciata d’impeto e in uno stato d’ira, ma alla serietà con cui essa è stata proferita e se dal contesto risultava verosimile l’intenzione di vendicarsi, tanto da ingenerare paura nella vittima. Sono questi i canoni principali su cui si basa una minaccia e che consentono, a chi ne sia soggetto passivo, di andare a denunciare l’episodio ai carabinieri, alla polizia o direttamente alla Procura della Repubblica. Peraltro, non importa che non vi sia una prova documentale, una registrazione o un testimone che abbia sentito o sia disposto a riportare i fatti alle autorità. Nel processo penale, infatti, basta la dichiarazione della stessa vittima per «mandare in galera» il responsabile, se i fatti narrati non son incompatibili con l’episodio.

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