Coronavirus: si teme la «detenzione sanitaria» del Tso

7 Luglio 2020 | Autore:
Coronavirus: si teme la «detenzione sanitaria» del Tso

Esperti a confronto sul trattamento sanitario obbligatorio proposto dal ministro Speranza e dal governatore Zaia per i pazienti infetti che rifiutano le cure. 

A volte, il diritto e la medicina annaspano insieme nelle perplessità di fronte a problemi nuovi: è il caso del Tso per Coronavirus, il trattamento sanitario obbligatorio che il Governo vorrebbe introdurre come restrizione per gli infetti che rifiutano le cure e che il Veneto sollecita di applicare dopo la vicenda dell’imprenditore risultato positivo al Covid e sottrattosi all’isolamento domiciliare fiduciario.

L’ordinanza del Veneto

Ieri, il governatore del Veneto Luca Zaia ha emanato una nuova ordinanza restrittiva nella gestione della cura e degli isolamenti obbligatori nei confronti di soggetti positivi al Covid 19 o venuti a contatto con persone infette: nel caso di rifiuto di ricovero, come accaduto per l’imprenditore vicentino, scatta la denuncia d’ufficio alla Procura e sanzioni amministrative di 1.000 euro per chi viola la quarantena imposta. «Se un positivo va in giro c’è il carcere e l’arresto, si sappia», ha detto Zaia.

Tso: cos’è e come funziona

Il Tso, o trattamento sanitario obbligatorio, è una misura eccezionale prevista dalla legge [1] che consente il ricovero coatto ma solo per i malati psichiatrici che mostrino di essere pericolose a sé o agli altri; la misura però è estesa anche ai tossicodipendenti e agli alcolisti cronici quando manifestino la stessa pericolosità.

La procedura per applicare il Tso prevede la richiesta del medico, il provvedimento del Sindaco in qualità di autorità di pubblica sicurezza e il successivo controllo della magistratura: il giudice tutelare deve ricevere il provvedimento entro 48 ore e convalidarlo, se ve ne sono i presupposti, nelle 48 ore successive, in modo da controllare se vi siano stati abusi o errori.

Gli esperti a confronto

Oggi, sulla questione interviene il noto virologo Andrea Crisanti: in un’intervista a “Il Messaggero”, quando gli viene chiesto se potrebbe essere utile un Tso per gli infetti da Covid-19 che con il loro comportamento mettono a rischio la salute degli altri, risponde così: «il Tso esiste soltanto per le malattie psichiatriche, perché si presume che la persona in quel momento non sia in grado di decidere qual è il suo bene e può arrecare danni a terzi, e comunque è un caso estremo».

C’è il rischio che il Tso applicato ai malati di Covid diventi una «detenzione sanitaria»

Crisanti è convinto che per arginare i comportamenti incauti e trasgressivi delle ordinanze sanitarie nei casi di Coronavirus serva uno strumento straordinario e ‘ad hoc’, anziché l’estensione del regime dell’attuale Tso, che non esita a definire «detenzione sanitaria». «Bisognerebbe circoscriverlo soltanto in caso di interesse di sanità pubblica – spiega il virologo. E’ una questione molto complessa. E poi se noi prendiamo una persona per fargli un tso, dobbiamo dargli una cura che funziona. E al momento non esistono terapie efficaci per il Covid. Quindi non sarebbe più un Tso ma una detenzione sanitaria. Serve uno strumento straordinario, legato solo all’epidemia», precisa.

L’esperto sottolinea che «è un argomento giuridico complesso» ma insiste: «per me ogni caso è un caso di troppo. Sicuramente quella persona va messa nelle condizioni di non trasmettere il virus», ma da medico aggiunge anche che « noi l’epidemia finora l’abbiamo controllata senza il Tso» e quando gli viene ricordato che c’era il lockdown, ribadisce che non occorerà ricorrere di nuovo a misure così restrittive per l’intera popolazione.

Lo psichiatra e presidente della Sip (Società italiana di psichiatria) Massimo Di Giannantonio, invece, conversando con l’Adnkronos Salute sostiene che il Tso è l’opzione giusta per chi rifiuta le cure. «Non è un’esclusiva della salute mentale e tantomeno della psichiatria», afferma. «Nel Covid-19 vi possano essere, in modo consapevole e inconsapevole, dei comportamenti di negazione, sottovalutazione, cancellazione, diminuzione dei rischi legati all’essere infetti. Rischi per stessi e per gli altri. Ebbene, di fronte a questa situazione deve prevalere l’interesse della sanità pubblica. Non è possibile infatti consentire la propagazione dell’infezione».

Così per Di Giannantonio «il Tso può quindi essere una opzione quando, di fronte alla positività, c’è il rifiuto del trattamento e dell’isolamento». Lo psichiatra si dice «d’accordo con il governatore del Veneto Zaia» e segnala che «in molti altri settori della medicina vi può essere l’intervento del Tso, che riguarda la difesa e la protezione della vita del paziente che per una serie di ragioni complesse può non essere in grado di scegliere la strada più corretta per salvare gli interessi prioritari: la difesa della vita e la protezione e salvaguardia della vita dell’altro».

Qui, fa l’esempio del Tso nel campo delle malattie infettive: «serve ad evitare che un paziente grave possa trasmettere, con o senza la propria la volontà, la malattia. Si tratta di un presidio complessivo generale di medicina moderna in grado di intervenire sul paziente quando la malattia rappresenta un grave pericolo per il proseguimento della sua esistenza».

Invece, l’epidemiologo Vittorio Demicheli, coordinatore della squadra anti-Covid della Regione Lombardia, ritiene «eccessivo» il ricorso al Tso. Intervistato da il Giornale, Demicheli ricorda che «ci sono un milione di cose da fare per evitare un nuovo propagarsi dell’infezione», ad esempio «far rispettare le normative in atto e obbligare le persone all’utilizzo delle mascherine o al rispetto delle distanze di sicurezza».

Poi, segnala che «la legge prevede già sanzioni per chi non rispetta le norme» e il compito di vigilare spetta ai Comuni, mentre i sanitari «prima di sottoporre una persona al trattamento sanitario obbligatorio, e quindi al ricovero forzato, possono usare l’arma del convincimento», perché – prosegue – «alla fine credo che nessuna persona ben informata sui pericoli che corre o su quelli che può provocare agli altri si rifiuti di curarsi».

Cosa prevede il diritto

Il fatto è che un paziente infetto da Covid-19 è, a differenza di un malato di mente, in grado di intendere e di volere, per cui uno strumento come il Tso, pensato per i pazienti psichiatrici pericolosi, non è facilmente adattabile a tali casi, tant’è che il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha dato mandato al suo ufficio legislativo per esplorare questa ipotesi.

Ma far ragionare un malato che rifiuta le cure non sembra in concreto così semplice, come non è accettabile risolvere la questione agitando lo spettro del carcere tranne che per i casi conclamati di procurata epidemia. «Chi esce dalla quarantena viene già punito», dice oggi ad Agorà Estate su Rai3 il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, che così sembra prendere le distanze dal ministro Speranza.

In altri Stati anche europei, invece, vi sono meno scrupoli ad estendere le restrizioni obbligatorie e forzate: ad esempio, nel Regno Unito è stato adottato un Coronavirus Act che consente alla Polizia di usare poteri coercitivi verso chi si sottrae ai test obbligatori o alla quarantena imposta.

Il professor Andrea Monti, docente di Diritto dell’Ordine e della sicurezza pubblica all’Università di Chieti-Pescara, in un’intervista su Formiche.net reputa «difficile e pericoloso» applicare lo schema del Tso ai contagiati da Coronavirus: c’è l’esigenza di rispettare procedure di garanzia, che non consentirebbero l’immediata “detenzione” del soggetto, e il pericolo che consiste – spiega – nell’ «espandere il potere dei sindaci in materia di limitazione della libertà individuale».

Monti avverte che «come insegna l’esperienza dei Tso, nonostante le norme siano chiare sulla carta, la loro applicazione può generare abusi e distorsioni operative. Se ciò accade in un ambito tutto sommato numericamente limitato come quello delle malattie psichiatriche, quando i numeri dovessero crescere sarebbe ipotizzabile un aumento esponenziale delle criticità e degli inevitabili ricorsi all’autorità giudiziaria».

Inoltre, «anche il deterrente del carcere è, in realtà, poco più di uno spaventapasseri», poiché gli illeciti penali in materia di Coronavirus «non prevedono la custodia cautelare (per cui il denunciato rimarrebbe “a piede libero” in attesa di giudizio) e difficilmente si potrebbe procedere “per direttissima” dal momento che sarebbero inevitabilmente necessarie perizie e accertamenti tecnici che impedirebbero una conclusione rapida del processo».

Estendere il Tso al Covid comporta il rischio che i sindaci decidano le privazioni della libertà personale

Ma soprattutto, c’è un pericolo nascosto sul quale il giurista Monti lancia un forte monito: «Pensare, come accadrebbe se il Tso-Coronavirus diventasse realtà, di consentire agli enti locali di decidere non più in casi limitatissimi, ma in termini generali, significa che dopo i poteri di pubblica sicurezza, anche quelli di privazione della libertà personale non sono più solo nelle mani del potere giudiziario, ma in quelle di migliaia di amministratori locali».

Così il problema, in ultima analisi, è sempre quello di bilanciare la libertà individuale con le esigenze di pubblica sicurezza e salute. Gli strappi alle garanzie costituzionali non sono ammessi e il legislatore dovrà trovare una soluzione entro questo perimetro.


note

[1] Art. 34 Legge n. Legge 833/78 e art. 153 Testo Unico Leggi di Pubblica Sicurezza.


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