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Risarcimento per la perdita di un familiare: non sempre basta la parentela

2 Novembre 2013 | Autore:
Risarcimento per la perdita di un familiare: non sempre basta la parentela

La perdita di un familiare non va risarcita sulla base della semplice esistenza di un legame tra parenti ma necessita della prova dell’intensità del vincolo affettivo tra le parti.

 

Il risarcimento del danno morale (ossia quello legato alla integrità psico-fisica sofferta dai familiari), che spetta ai parenti nel caso di morte di un congiunto, è da sempre oggetto di dibattito, specie per quanto attiene ai criteri di riferimento di cui il giudice deve tenere conto per la quantificazione del relativo indennizzo.

In altre occasioni si è avuto modo di affrontare l’argomento: leggi a riguardo l’articolo “Perdita di un familiare: come va risarcito il danno morale tra i parenti”.

Di certo, uno dei fattori di cui il giudice deve tenere conto nel concedere o meno il risarcimento, è costituito proprio dal grado di parentela esistente tra il superstite e la vittima; si presume, infatti, che il danno  per la perdita del congiunto sarà tanto maggiore quanto più forte sia il legame di parentela esistente tra le parti.

Questo, tuttavia, ancora non è sufficiente ad ammettere il diritto del familiare al risarcimento del danno morale.

Il giudice, infatti, dovrà tenere conto, per valutare l’accoglimento della richiesta risarcitoria, di tutta una serie di elementi quali:

– l’intensità del vincolo affettivo;

– l’eventuale convivenza delle parti;

– la composizione più o meno ampia del nucleo familiare;

– le abitudini di vita delle parti.

 

Tali parametri sono stati ricordati dalla Cassazione in una recente pronuncia [1]. La vicenda riguarda il caso dei fratelli naturali di un ragazzo rimasto vittima di un sinistro stradale che avevano chiesto il risarcimento per la morte di quest’ultimo.

Nella vicenda in esame, in particolare, La Suprema Corte ha rigettato la richiesta di risarcimento avanzata dalle parti in considerazione del fatto che tra i predetti fratelli non fosse mai esistito alcun tipo di rapporto (circostanza questa mai negata in giudizio dai ricorrenti).

In altre parole – e per usare quelle della Corte – si è trattato di “morte di uno sconosciuto” in relazione alla quale non può essere riconosciuto alcun danno al parente superstite, poiché esso avrebbe una “dimensione virtuale”.

E, se d’altronde, già altre volte la Suprema Corte aveva  sottolineato come non basti, per riconoscere il diritto al risarcimento del danno, la semplice convivenza tra i soggetti, (Leggi: “Risarcimento da perdita di un familiare: la convivenza non rileva”) a maggior ragione non deve meravigliare il rigetto di una richiesta risarcitoria per la perdita di un parente che non si sia mai frequentato.


In casa di morte (derivante da fatto illecito) di un soggetto a cui si sia legati da vincolo di parentela, non si potrà pretendere in via automatica di essere risarciti per la sua perdita, ma si dovrà provare in giudizio  l’esistenza di un legame affettivo tra le parti.

note

[1] Cass. sent. n. 23917/13 del 22.10.13.


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