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Coronavirus e chiusura attività: i motivi più frequenti

7 Luglio 2020
Coronavirus e chiusura attività: i motivi più frequenti

La pandemia mette a rischio la cessazione di un’azienda su 3 per caduta di fatturato, vincoli di liquidità, contrazione della domanda. Resistono le imprese dinamiche.

La crisi economica provocata dalla pandemia di Coronavirus ha avuto un enorme impatto sulle imprese. Secondo l’ultima analisi Istat, il 38,8% delle imprese italiane, più di una su tre, ha seri rischi di sopravvivenza e potrebbe chiudere l’attività entro l’anno.

Ma quali sono i fattori economici e organizzativi che stanno provocando il pericolo di chiusura attività per una platea di imprese che, in base ai calcoli Istat, vale 165 miliardi di euro e occupa 3,6 milioni di addetti? Secondo l’Istat, che illustra i dati in una nota riportata dall’Adnkronos, i motivi principali sono tre:

  1. l’elevata caduta di fatturato, che ha riguardato il 74% delle imprese, dunque quasi i tre quarti, che hanno subito una contrazione di oltre il 50% in meno rispetto allo stesso periodo del 2019;
  2. i vincoli di liquidità: soffrono di questa carenza di disponibilità immediata di denaro per far fronte alle esigenze il 62,6% delle unità a rischio chiusura;
  3. la contrazione della domanda, lamentata dal 54,4% degli operatori, nonostante la fine del lockdown e l’avvio della Fase 3 che non ha garantito la ripresa dei consumi e dunque la ripartenza.

La rilevazione dell’Istat evidenzia poi come il pericolo di chiudere l’attività è più elevato tra le micro imprese e le piccole imprese, che complessivamente raccolgono 2,5 milioni di occupati, ma assume comunque «intensità significative» anche tra le medie (con una percentuale del 22,4% e 450mila addetti) e le grandi aziende (nel 18,8% dei casi e 600mila addetti).

Ma il possibile stop – sottolinea l’Istat – è valutabile anche in relazione al grado di dinamismo dell’impresa: «il rischio di chiusura riguarda più di un terzo delle unità produttive con basso dinamismo, mentre la quota si riduce a circa un quinto per quelle più dinamiche». Il dinamismo riguarda anche le strategie di risposta alla crisi, modificando la domanda e gli investimenti e intervenendo sull’offerta di prodotti e sulle aree di mercato, anche riorganizzando e riadattando la propria attività.

Nel dettaglio dei settori, le maggiori criticità riguardano i rami più colpiti dal lockdown, come i i servizi ricettivi e alla persona: il 65,2% delle imprese dell’alloggio e ristorazione (19,6 miliardi di euro di valore aggiunto, poco più di 800 mila occupati) e il 61,5% di quelle nel comparto dello sport, cultura e intrattenimento (3,4 miliardi di euro di valore aggiunto, circa 700 mila addetti). Anche negli altri settori l’impatto è rilevante, interessando circa un terzo delle imprese della manifattura (4 miliardi di euro di valore aggiunto, 760 mila addetti), delle costruzioni (1,3 miliardi di euro valore aggiunto, circa 300 mila occupati) e del commercio (2,5 miliardi di valore aggiunto, poco meno di 600 mila addetti).

Un altro dato allarmante che emerge, questa volta da una ricerca condotta da Engel Völkers Commercial Milano assieme a Rödl Partner su un campione di 6.600 esercenti su base nazionale, nel periodo 16-18 giugno 2020, è che un punto vendita su tre non ha ancora riaperto a seguito del lockdown e di questi quasi la metà dichiara di aver definitivamente cessato l’attività. «È troppo costoso tenere aperto con le attuali nuove regole», ha risposto il 14% degli intervistati.



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