Indennità di trasferta: tassazione

7 Luglio 2020 | Autore:
Indennità di trasferta: tassazione

È esente da Irpef solo la quota di retribuzione che compensa il lavoratore dal disagio degli spostamenti.

Con quali criteri deve essere tassata l’indennità di trasferta, cioè quella parte di compenso che viene erogato al lavoratore per le prestazioni effettuate al di fuori della normale sede? La questione è sempre stata controversa ma risolverla è estremamente rilevante. Le norme in materia [1] infatti prevedono che le indennità di trasferta non concorrono alla formazione del reddito del lavoratore – e dunque non sono soggette ad Irpef – fino a un limite di 46,48 euro al giorno per le trasferte effettuate in Italia e di 77,46 per quelle all’estero.

Adesso, però, una nuovissima ordinanza della Cassazione [2] pone dei limiti precisi e esclude in gran parte i benefici fiscali per i lavoratori impegnati in attività fuori sede: nel caso che ora esamineremo, ha stabilito che l’indennità di trasferta rientra nei normali redditi di lavoro dipendente e perciò deve essere soggetta alla tassazione piena, salvo che per una sua specifica componente da individuare caso per caso.

La vicenda dei lavoratori cantieristi

Nella vicenda decisa dalla Corte, i lavoratori interessati erano cantieristi, dipendenti di una società impegnata in lavori di ristrutturazione e manutenzione presso aziende e clienti dislocate in varie località: il datore di lavoro li aveva retribuiti, per i continui trasferimenti da una sede all’altra, con un’indennità di trasferta che era stata interamente esclusa dall’imponibile fiscale, in considerazione della «natura risarcitoria» del disagio loro arrecato da questi spostamenti.

La posizione dell’Agenzia delle Entrate

Ma l’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso per Cassazione contestando la mancata trattenuta alla fonte su questa parte dei compensi: la tesi del Fisco, secondo cui anche essi dovevano essere assoggettati alla ritenuta fiscale (da inserire poi nella dichiarazione presentata dai sostituti d’imposta) era stata respinta durante il giudizio di merito ma è stata infine accolta dalla suprema Corte.

La decisione della Cassazione

Ecco il ragionamento dei giudici di legittimità: la retribuzione va intesa in senso ampio e non invece secondo una «nozione arcaica», poiché – afferma la sentenza, appoggiandosi alla dottrina e alla giurisprudenza precedente – «non costituisce soltanto il corrispettivo della effettiva prestazione di lavoro, ma piuttosto dell’impegno complessivo e personale assunto da chi si obbliga a lavorare alle dipendenze e nell’interesse altrui».

A dimostrazione di questo assunto, la Corte richiama la circostanza che il lavoratore ha diritto alla retribuzione, o a un’indennità che ne fa le veci, anche in situazioni nelle quali non è in condizione di lavorare, come nei casi di malattia, infortunio, gravidanza, puerperio» ed anche «nel caso di permessi previsti dalla legge o dalla contrattazione collettiva o, ancora, a causa della riduzione dell’orario o della sospensione temporanea del lavoro, determinate dalla crisi dell’azienda o da processi di ristrutturazione, riorganizzazione o conversione dell’azienda stessa».

Venendo in particolare all’indennità di trasferta, gli Ermellini rilevano che «rientrano nel concetto di retribuzione non solo gli emolumenti corrisposti in funzione dell’esercizio dell’attività lavorativa, ma anche tutti gli importi che, pur senza trovare riscontro in una precisa prestazione lavorativa, costituiscono adempimento di obbligazioni pecuniarie imposte al datore di lavoro da leggi o convenzioni nel corso del rapporto ed hanno origine nel titolo del contratto di lavoro».

Inoltre, prosegue la Corte, «la retribuzione deve essere commisurata non solo al risultato produttivo ed al tempo impiegato, ma altresì alle condizioni soggettive ed oggettive in cui tale risultato si consegue».

Indennità di trasferta: quale tassazione

Già da queste affermazioni emerge l’intenzione di contemplare l’indennità di trasferta nel novero della retribuzione tassabile. L’affermazione decisiva che si legge in tal senso è quella che «per quanto riguarda la prestazione lavorativa in situazione di trasferta, la giurisprudenza di questa Corte è ferma nel ritenere che normalmente essa comporta un maggior disagio, che deve essere appositamente compensato, sicché la relativa indennità generalmente ha una duplice funzione, risarcitoria o meglio restitutoria delle maggiori spese sopportate nell’interesse del datore di lavoro, e retributiva del maggior disagio».

Il fatto è che, secondo questa nuova sentenza della Cassazione, «i principi elaborati in tema di indennità di trasferta vanno applicati anche ai dipendenti cantieristi dell’attuale controricorrente, e non è perciò più applicabile al caso in esame il precedente orientamento che porterebbe a considerare come interamente retributivi i compensi corrisposti agli odierni trasfertisti».

Così il Collegio accoglie il motivo di ricorso sollevato dall’Agenzia delle Entrate, secondo cui «poiché la trasferta è caratterizzata dalla temporaneità del mutamento del luogo di esecuzione della prestazione lavorativa», ai fini della corretta applicazione dell’esenzione da tassazione «è indispensabile che la sede di assunzione del lavoratore sia anche il luogo in cui il lavoratore è chiamato normalmente a svolgere la propria attività lavorativa» e non, invece – come era accaduto nel caso di specie – «un mero riferimento per la gestione burocratica del rapporto di lavoro», dove «il lavoratore viene normalmente chiamato a svolgere la propria attività in un altro luogo».

Dunque, in base all’orientamento fatto proprio dai giudici di legittimità deve ritenersi che le somme corrisposte dal datore di lavoro a titolo di indennità di trasferta ed anche di rimborso chilometrico non possono beneficiare del trattamento fiscale di favore previsto dal Testo Unico sulle Imposte Dirette, che esclude dalla tassazione gli emolumenti fino alla soglia giornaliera che abbiamo descritto in apertura.

In sostanza, nel ragionamento della Cassazione chi lavora sempre fuori sede, come i cantieristi dell’impresa edile impegnata in continui appalti e servizi esterni, riceve un complessivo e normale emolumento retributivo che non può rientrare nel requisito della temporaneità della sede esterna all’azienda, che per sua natura ha carattere eccezionale. È vero che questa componente della retribuzione compensa anche il disagio provocato al lavoratore dalle trasferte, ma è prevalente, secondo il Collegio, il fatto che il corrispettivo della prestazione retribuisce anche questi aspetti, quando il lavoro viene svolto normalmente al di fuori della sede della società datrice.

Indennità di trasferta: quando è esentasse

In questi casi, però, bisogna distinguere la componente retributiva dell’indennità di trasferta – che sarà pienamente tassabile – da quella restitutoria delle spese sopportate nell’interesse del datore di lavoro (ad esempio, vitto e alloggio, anche quando sono rimborsati in via forfettaria) e risarcitoria del disagio arrecato al lavoratore con gli spostamenti fuori sede.

Nel caso deciso, la Cassazione ha stabilito che l’individuazione precisa di queste componenti spetta al giudice del merito, che non sarà affatto vincolato dal nome attribuito alle parti o dal contratto collettivo per questa indennità. Così si apre uno spiraglio per continuare a riconoscere in questi casi, almeno in parte e limitatamente a queste voci, l’esenzione dalla tassazione sulle indennità di trasferta.


note

[1] Art. 51, comma 5, del D.P.R. n.917/86 “Testo Unico delle Imposte sui Redditi

[2] Cass. Sez. Trib. sent. n.14047/20 del 7 luglio 2020.


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