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Dopo la separazione consensuale non può esserci addebito

7 Novembre 2013
Dopo la separazione consensuale non può esserci addebito

Impossibile rivedere le condizioni della separazione se, successivamente, si scopre una infedeltà; le condizioni economiche possono essere modificate solo in caso di mutamento del reddito di uno dei due coniugi.

 

Potrebbe capitare che, dopo aver chiesto e ottenuto una sentenza di separazione consensuale, uno dei coniugi ci ripensi, magari perché venuto a conoscenza di fatti che prima ignorava. È il caso, per esempio, di chi scopra un tradimento iniziato già durante il matrimonio. In questi casi, verrebbe spontaneo rimettere in gioco tutte le carte e chiedere la revisione delle condizioni di separazione, con la dichiarazione di addebito a carico del coniuge fedifrago.

Ma questo non è possibile. Infatti, l’avvenuta accettazione di una separazione consensuale impedisce di chiedere, in un momento successivo, l’addebito della separazione.

Infatti, secondo la recente giurisprudenza, l’addebito (ossia la dichiarazione di responsabilità per la rottura del matrimonio) può essere riconosciuto solo quando venga dimostrato un nesso di causa tra la violazione dei doveri coniugali (fedeltà in testa) e l’intollerabilità della convivenza. In altre parole, il tradimento può essere causa dell’addebito solo se sia stato la ragione effettiva e unica della rottura del matrimonio (si legga l’articolo “Tradimento e separazione dei coniugi: cosa succede se lui o lei tradisce”). Se, invece, il matrimonio si è sciolto per altre motivazioni, l’eventuale concomitanza di un tradimento non rileva. Ecco perché, la successiva scoperta dell’infedeltà non può rimettere in gioco una scelta – quella della separazione consensuale – che evidentemente era stata determinata da altre ragioni che avevano rotto il legame.

In questi casi, dunque, non si possono neanche avanzare successive richieste di mantenimento sulla base del tradimento medesimo. Infatti, per rivedere gli aspetti economici di una separazione, è necessario dimostrare il mutamento della situazione economica di uno dei coniugi.

Si potrebbe, invece, valutare un’altra possibilità: quella di richiedere il risarcimento del danno tra coniugi. In particolare, la Cassazione [1] ha affermato che i doveri che derivano dal matrimonio fanno nascere diritti soggettivi, costituzionalmente tutelati; la loro violazione può dare luogo a un risarcimento. Sempre la Suprema Corte [2] ha ritenuto che scatta il risarcimento nel caso di condotte, da parte di uno dei due coniugi, talmente gravi da nuocere ai diritti fondamentali dell’ex, come l’immagine, la riservatezza, le relazioni sociali e la dignità.

Ciò andrebbe fatto valere in una causa autonoma, dimostrando sia la lesione dei propri diritti fondamentali, sia il danno subito. Si tratta di un percorso complesso, dall’esito non scontato, da valutare preventivamente con attenzione, in relazione alle specificità del caso concreto e al rapporto ipotizzabile tra costi e benefici, monetari e morali.


note

[1] Cass. sent. n. 18853/2011.

[2]Cass. sent. n. 8862/2012.

La foto in copertina è un’opera fotografica di Dante Emanuele De Santis. © Tutti i diritti riservati.


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