L’interrogatorio delle Entrate: i rischi per il contribuente

8 Luglio 2020 | Autore:
L’interrogatorio delle Entrate: i rischi per il contribuente

Le regole sul contraddittorio preventivo introdotto dal 1° luglio lasciano intendere quanto il Fisco sia in vantaggio rispetto al cittadino.

Apparentemente potrebbe trattarsi di una buona occasione per il contribuente per fornire dei chiarimenti all’Agenzia delle Entrate prima che questa intervenga con una notifica di pagamento. Chissà se il contraddittorio preventivo, introdotto dal 1° luglio 2020 per i procedimenti tributari, si dimostrerà davvero così. Ce ne siamo già occupati nell’articolo “Interrogatorio davanti all’Agenzia delle Entrate“. L’impressione, però, è che la bilancia penda dalla parte del Fisco. Vediamo perché.

Premessa. La legge non ha stabilito l’obbligo dell’«interrogatorio» presso l’Agenzia delle Entrate a partire dagli accertamenti dal 1° luglio, ma ha previsto (integrando una vecchia legge del 1997) «l’invito obbligatorio all’adesione». Ciò significa che il legislatore impone all’Agenzia il solo obbligo di «invitare il contribuente» ad accettare il contraddittorio in una fase successiva della pretesa tributaria, e non in quella iniziale.

Per capire meglio il concetto, va spiegato che, da circa una settimana, ci troviamo davanti queste possibili situazioni:

  • contraddittorio pieno, da attivarsi a pena di nullità in caso di accesso, ispezione o verifica in loco che si conclude con la consegna del processo verbale di constatazione (il cosiddetto pvc). La nullità, però, andrebbe limitata ai casi in cui l’accertamento è emanato prima dei 60 giorni dal piano verbale;
  • un altro tipo di contraddittorio pieno, questa volta nella fase iniziale, che, però, viene riservato solo ai pochi casi in cui è prevista la sua inderogabilità, a pena di nullità: l’elusione o l’abuso, ad esempio;
  • il contraddittorio depotenziato e derubricato ad un secondo momento rispetto alla fase iniziale, dopo che l’Agenzia ha costruito il suo impianto in base ai dati a cui ha avuto accesso. Riguarda tutti i casi (sono i più numerosi) di verifiche a tavolino e si limita all’accertamento con adesione delle imposte dirette e dell’Iva;
  • il contraddittorio escluso, che concerne gli atti impositivi diversi dagli avvisi di accertamento per i quali non si applica il decreto 218/97 e per gli avvisi di accertamento parziale, oltre che nei casi di motivata urgenza o fondato pericolo per la riscossione.

Puoi vedere altri dettagli nell’articolo “Confronto con l’Agenzia delle Entrate: come si fa“.

Quali sono i rischi per il contribuente e perché, come detto prima, la bilancia penderebbe dalla parte del Fisco?

Innanzitutto, si osserva che, secondo la legge, è diventata obbligatoria solo la fase dell’accertamento con adesione per i principali tributi, cioè per le imposte dirette e per l’Iva. Sarebbe stato più logico che questa fase rimanesse una possibilità ammissibile solo per giustificare una revisione delle pretese del Fisco con la partecipazione del contribuente.

Va segnalato, poi, che i controlli consentono sempre meno garanzie al contribuente per quanto riguarda alcuni accertamenti e non per tutti. Insomma, in alcuni casi, ci potrebbe essere un metodo di accertamento piuttosto discutibile. Basti citare gli accertamenti parziali che restano esclusi dall’invito obbligatorio di adesione, nonostante la sostanza di queste verifiche stia nell’automatismo argomentativo tra ciò che contiene l’atto di accertamento e gli elementi certi che emergono da una determinata segnalazione esterna. Cioè tra ciò che deve andare oltre il «sentito dire» e quello che effettivamente viene riportato nell’atto di accertamento. Elementi che non devono essere presunti e che andrebbero chiariti e valutati insieme al contribuente.

Che succede quando l’Agenzia delle Entrate non invita il cittadino all’adesione? Qui, arriva un ulteriore rischio per il contribuente, perché dovrà essere lui a dimostrare davanti a un giudice i motivi che avrebbe potuto mettere sul tavolo del Fisco nel caso in cui fosse stato convocato. Sulla sua testa penderà l’onere della prova di resistenza e il dovere di essere assistito (a pagamento) per difendersi e tutelare i suoi diritti, nonostante sia stata l’Agenzia a non rispettare l’obbligo all’adesione.

Altra situazione scottante. Se in sede di adesione non si raggiunge un accordo con il Fisco, l’avviso di accertamento dovrà essere motivato sulla base dei chiarimenti che sono emersi e dei documenti prodotti durante l’«interrogatorio». Che cosa può succedere? Che il contribuente si veda costretto a dover fornire ulteriori elementi. L’Agenzia avrà così una doppia chance. Da una parte, potrà utilizzare questi nuovi elementi per modificare i motivi dei recuperi che potrebbero essere anche frutto di incompleti, errati o illegittimi rilievi emersi in sede di verifica. Dall’altra, potrà aggirare il divieto di integrare la motivazione nel corso del processo.



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