Perché «sentire le voci» non è sinonimo di pazzia

8 Luglio 2020 | Autore:
Perché «sentire le voci» non è sinonimo di pazzia

Lo rivela uno studio: succede alla metà degli intervistati. Non si tratta necessariamente di una malattia mentale, come saremmo facilmente portati a pensare. 

Si chiamano «allucinazioni uditive»: è quel fenomeno per il quale può capitarci di sentire una voce che ci chiama o ci parla, anche se siamo soli in una stanza. Se ci accadesse, probabilmente, penseremmo subito di essere pazzi o lo penserebbe qualcuno dei nostri amici a cui volessimo raccontarlo. Ma la cosa è molto più comune di quanto pensiamo.

Ce lo dice una ricerca del Centro Ediveria di Vienna, diretto da Maria Quarato, che da anni si occupa di ricerca e consulenza nell’ambito delle allucinazioni uditive. Ne parla l’Adnkronos, tornando su un argomento interessante e complesso. Già l’anno scorso, infatti, l’agenzia dava notizia di un altro studio sulle allucinazioni uditive, condotto dagli stessi autori, che dimostrava come le 139 persone che «sentono voci», oggetto della ricerca, non soddisfacessero i criteri per essere definite «psicotiche».

Pensatori dialogici, non pazzi  

Il nuovo studio si intitola «Il potere dell’immaginazione». Il Centro Ediveria lo ha portato avanti in convenzione con l’università di Padova e in collaborazione con Alessandro Salvini e Antonio Iudici. Dalla ricerca emerge che, su 233 persone, il 47,62% sente le voci: praticamente la metà del campione. Molte di queste non hanno mai chiesto una consulenza psicologica o psichiatrica. La conclusione degli esperti è che la psicolofisiologia delle allucinazioni, «lì dove non è presente una causa organica verificabile con strumenti diagnostici oggettivi, non attiene strettamente ad alcuna forma psicopatologica».

Tradotto: il fenomeno non è necessariamente collegabile a un disturbo della salute mentale. Le allucinazioni si configurano spesso come risorse messe in campo per tentare di fronteggiare alcune volte situazioni complicate, ricordano gli autori. Se a quasi il 50% degli intervistati «è capitato di immaginare una voce o più voci tanto da sentirle poi concretamente», il 59,33% ha aggiunto di riuscire a udire a voce alta e concretamente i suoi pensieri. Mentre il 50,43% ha risposto di «sentire delle voci concretamente e di essere consapevole di averle prodotte attraverso i ricordi, processi immaginativi-evocativi o stati d’animo».

Gli esperti deducono che si tratti di un’abilità psicofisiologica «ampiamente presente nella popolazione, e che solo alcune volte può diventare un’esperienza tormentante e disadattante per effetto dei bisogni personali del pensatore dialogico, delle teorie non convenzionali che usa per spiegarle, degli errori diagnostici e delle terapie farmacologiche inadeguate».

Stigma e diagnosi sbagliate

È possibile che la cosa non provochi alcun disagio a chi ha questo genere di allucinazioni, così come è possibile che ci si spaventi. Viene quasi automatico pensare di avere un problema; gli autori della ricerca hanno deciso di fare questa indagine proprio per questo motivo. «Alcune persone che raccontavano di udire voci ci chiedevano di valutare la loro salute mentale in funzione di questa loro capacità – spiegano -. Non soffrivano per l’esperienza allucinatoria, essendo consapevoli di produrla in modo intenzionale e sapendola gestire autonomamente, ma perché temevano e dubitavano che questo fosse l’indicatore di una presunta malattia mentale. Un pensiero costruito da un pregiudizio psichiatrico teorico e operativo che assumevano come proprio».

Anche nello studio precedente gli autori sottolineavano come molte diagnosi siano sbagliate, etichettando «come psicotiche o schizofreniche persone perfettamente sane. Già la psichiatria ortodossa accetta che il 10% della popolazione generale abbia fenomeni più o meno complessi di allucinazioni, ma non riesce a superare il dogma di associare chi sente le voci a una patologia importante».

I danni degli psicofarmaci somministrati inutilmente

Gli esperti fanno quindi capire che il problema non sono le voci o le allucinazioni in se. Semmai è spesso lo spavento per un fenomeno che la persona comune non sa spiegarsi a far scaturire il disagio. Con conseguenze, in molti casi, estremamente negative. «Quello che capita frequentemente – dicono gli autori della ricerca – è che l’uditore adulto spaventato e incerto sulla matrice generativa delle proprie voci, chiederà una consulenza e si vedrà attribuire l’etichetta di malato mentale. Pur di sfuggire a questa etichetta, tentando di difendersi dal pregiudizio del clinico, renderà radicale la propria posizione teorica inconsueta sulla propria esperienza allucinatoria, non sentendosi né compreso, né aiutato, ma  anzi considerato malato di mente». Al contrario, quando le persone si sentono capite, accolte e non giudicate, «riescono a condividere l’uso e i dubbi sulle spiegazioni che danno delle loro voci e a modificarle attraverso il dialogo con il clinico, si accorgono che il clinico è esperto di questo tipo di esperienza e non intende etichettarla come psicopatologia».

Se ne parla anche nel libro «Allucinazioni: sintomi o capacità? Racconti di errori diagnostici, soluzioni, ribellioni e libertà» di Maria Quarato, edito da La fabbrica dei segni. «Come clinici, le maggiori difficoltà in consulenza le incontriamo quando le persone sono già avviate a una “carriera” di pazienti psichiatrici, e poi dobbiamo fronteggiare sia gli effetti collaterali degli psicofarmaci che la loro lenta e adeguata dismissione».



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