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False partite Iva: quali le eccezioni?

21 Settembre 2020
False partite Iva: quali le eccezioni?

La crescita di rapporti di lavoro precari, spesso mascherati dietro altre forme di impiego.

Nel nostro mercato del lavoro continua ad esserci una profonda differenza di trattamento e di tutele tra i lavoratori subordinati, ai quali si applicano tutte le norme di protezione del lavoro e i diritti previsti dalla legge e dalla contrattazione collettiva, ed i lavoratori assunti con altre forme contrattuali.

Co.co.co., stagisti, tirocinanti, partite Iva: sono molte le forme di assunzione del personale che, a causa della tipologia di contratto utilizzata, non consentono al lavoratore di avere accesso a tutta una serie di diritti fondamentali, come la disoccupazione, la malattia, la maternità, etc. Per non parlare del sempre più diffuso fenomeno delle partive Iva che nascondono, in realtà, dei veri rapporti di lavoro subordinato.

Tuttavia, non sempre è così ed è dunque legittimo chiedersi, con riferimento alle False partite Iva: quali le eccezioni? In alcuni casi, il rapporto di lavoro tra un’azienda ed un lavoratore è realmente caratterizzato dall’autonomia del lavoratore e non si è, dunque, nel terreno delle false partite Iva. Inoltre, con l’introduzione della flat tax, l’assenza di tutele è bilanciata da un trattamento fiscale molto vantaggioso rispetto ai lavoratori dipendenti.

Partite Iva: cosa sono?

La partita Iva, in realtà, è semplicemente il codice identificativo fiscale che viene assegnato dalla Agenzia delle Entrate ai soggetti, individui o imprese, che operano nel mercato erogando servizi e vendendo beni e che emettono fattura nei confronti dei loro clienti.

Quando si parla di partita Iva per indicare un tipo di rapporto di lavoro si commette, dunque, un errore. Di solito, con il termine partite Iva, si intendono le collaborazioni tra un’azienda ed un lavoratore autonomo che, essendo per l’appunto dotato di una partita Iva, viene pagato dal committente previa emissione della fattura.

Le partite Iva sono, dunque, i lavoratori autonomi, ossia quei lavoratori che, senza alcun vincolo di subordinazione, assumono l’incarico di eseguire un’opera o un servizio professionale a favore del committente, senza essere inseriti stabilmente nell’organizzazione aziendale. Il lavoratore autonomo, alla scadenza prevista nel contratto di lavoro autonomo [1], consegna il bene o il servizio al cliente e viene pagato con il corrispettivo pattuito. A quel punto, una volta ricevuto il pagamento, il lavoratore autonomo emette fattura a favore del cliente e provvede in modo autonomo a pagare le tasse ed i contributi previdenziali al proprio ente previdenziale di riferimento.

A differenza del lavoro subordinato, infatti, il cliente non svolge il ruolo di sostituto di imposta per il lavoratore autonomo.

Cosa sono le false partite Iva?

Spesso, si sente parlare di false partite Iva: ma cosa si intende con questo termine?

Nel tempo, il costo del lavoro subordinato è andato sempre aumentando. Inoltre, al di là del costo da sostenere per assumere un lavoratore subordinato, il datore di lavoro è fortemente vincolato nella gestione dei lavoratori dipendenti i quali godono di ampi diritti e tutele. Per questo, si è assistito ad una vera e propria fuga dal lavoro dipendente verso il lavoro autonomo.

Le false partita Iva sono quei lavoratori che pur essendo formalmente impiegati come lavoratori autonomi sono, in realtà, dei veri e propri lavoratori subordinati in quanto, nel reale svolgimento del rapporto, prestano la loro attività di lavoro con modalità tipiche del lavoro dipendente.

Ci sono una serie di elementi che caratterizzano le modalità di svolgimento del rapporto di lavoro dai quali si può desumere che si tratta di una falsa partita Iva.

Tra questi elementi possiamo indicare, tra gli altri, il fatto che il lavoratore autonomo assunto con partita Iva:

  • è soggetto alle direttive del datore di lavoro nell’esecuzione della prestazione di lavoro;
  • deve rispettare un orario di lavoro fisso;
  • deve recarsi, per svolgere la prestazione di lavoro, nel luogo indicato dal datore di lavoro;
  • utilizza, per rendere la prestazione, gli strumenti messi a disposizione dal datore di lavoro;
  • deve comunicare preventivamente eventuali assenze;
  • svolge un’attività del tutto analoga ad altri colleghi assunti come dipendenti;
  • è stabilmente inserito nell’organizzazione aziendale del datore di lavoro.

False partite Iva: quali conseguenze?

Assumere un lavoratore autonomo con partita Iva ed adibirlo, di fatto, a mansioni riconducibili ad un rapporto di lavoro subordinato [2] è pericoloso per l’azienda.

Prima di analizzare le conseguenze negative che possono scattare in caso di false partite Iva occorre premettere che, nel nostro ordinamento, vige il cosiddetto principio di indisponibilità del tipo negoziale. Ciò significa che le parti di un rapporto di lavoro non possono decidere, in autonomia, di qualificare il rapporto in un modo o in un altro.

Se il rapporto di lavoro, nel suo concreto svolgimento, ha le caratteristiche del lavoro subordinato, le parti devono sottoscrivere un contratto di lavoro subordinato. In caso contrario, infatti, alle parti sarebbe data la possibilità, con il semplice escamotage di dare al rapporto di lavoro un nome diverso, di negare al lavoratore tutte le tutele che la legge riconosce ai lavoratori subordinati.

Da questa regola discende la principale conseguenza del fenomeno delle false partite Iva. Il rapporto di lavoro con la falsa partita Iva, su iniziativa del lavoratore stesso oppure tramite un accertamento condotto dagli organi ispettivi di Inps, Inail o Ispettorato del lavoro, può essere riqualificato in un rapporto di lavoro subordinato sin dalla data del suo inizio.

La riqualificazione della falsa partita Iva in un rapporto di lavoro subordinato è il principale rischio in questi casi. Dalla riqualificazione del rapporto deriva il diritto del lavoratore a percepire le cosiddette differenze retributive (ove esistenti), ossia, la differenza tra il trattamento economico che sarebbe spettato al lavoratore se fosse stato assunto sin dall’inizio come dipendente e il trattamento economico ricevuto in qualità di partita Iva.

Inoltre, l’Inps e l’Inail possono chiedere al datore di lavoro di versare tutti i contributi previdenziali ed assistenziali che avrebbe dovuto versare se il lavoratore fosse stato assunto sin dall’inizio come dipendente.

Infine, il rapporto di lavoro diventa un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, con tutte le conseguenze del caso in termini di modifica delle mansioni, trasferimento, licenziamento, tutele del lavoratore in caso di malattia, infortunio, gravidanza, handicap, etc.

False partite Iva: quali le eccezioni?

Ovviamente, non sempre dietro ad un rapporto di lavoro autonomo con partita Iva si cela un rapporto di lavoro subordinato simulato. A volte, l’inquadramento del lavoratore come autonomo è genuino in quanto rispecchia, effettivamente, le modalità di esecuzione del rapporto di lavoro. Il dato fondamentale del rapporto di lavoro autonomo è l’autonomia del lavoratore.

Il lavoratore autonomo si impegna, nei confronti del committente, ad eseguire un’opera o prestare un servizio entro una data di consegna stabilita nel contratto, previo pagamento di un corrispettivo.

Fatti salvi alcuni momenti di coordinamento tra committente e lavoratore autonomo, quest’ultimo è tendenzialmente libero di organizzare il proprio lavoro, salvo il rispetto delle caratteristiche del servizio o dell’opera che si è impegnato a realizzare e della data di consegna.

Il lavoratore autonomo decide, dunque, in autonomia:

  • dove lavorare;
  • per quante ore al giorno lavorare;
  • con quali strumenti lavorare.

Collaborazioni etero-organizzate: cosa sono?

Oltre al fenomeno delle false partite Iva, occorre prestare anche attenzione, più in generale, a tutte quelle forme di collaborazione, spesso inquadrate come contratti di collaborazione coordinata e continuativa, in cui possa essere presente una forma di etero-organizzazione da parte del datore di lavoro.

L’attenzione da porre a questi rapporti deriva dal fatto che, nel 2015, è stata introdotta una norma [3] che prevede che ai rapporti di collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro prevalentemente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente si applica la disciplina del rapporto di lavoro subordinato.

La collaborazione etero-organizzata si caratterizza dunque per il fatto che la prestazione di lavoro resa dal collaboratore è:

  • personale;
  • continuativa;
  • il committente ne organizza le modalità di esecuzione.

In questi casi, la legge prevede l’automatica applicazione della disciplina del lavoro subordinato.

Ci sono, però, delle eccezioni, ossia, dei casi in cui questa norma non si applica. Ciò avviene con riferimento a:

  • collaborazioni per le quali gli accordi collettivi nazionali stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale prevedono discipline specifiche riguardanti il trattamento economico e normativo, in ragione delle particolari esigenze produttive ed organizzative del relativo settore;
  • collaborazioni prestate nell’esercizio di professioni intellettuali per le quali è necessaria l’iscrizione in appositi albi professionali (ad es. avvocati, ingegneri, architetti, etc.);
  • attività prestate nell’esercizio della loro funzione dai componenti degli organi di amministrazione e controllo delle società e dai partecipanti a collegi e commissioni;
  • collaborazioni rese a fini istituzionali in favore delle associazioni e società sportive dilettantistiche affiliate alle federazioni sportive nazionali, alle discipline sportive associate e agli enti di promozione sportiva riconosciuti dal Coni;
  • collaborazioni prestate nell’ambito della produzione e della realizzazione di spettacoli da parte delle fondazioni.

Ovviamente, anche in queste tipologie di rapporti, è sempre possibile per il lavoratore dimostrare di essere, nella realtà, inserito come dipendente ma non potrà giovarsi della presunzione introdotta dalla legge.


note

[1] Art. 2222 e ss. cod. civ.

[2] Art. 2094 cod. civ.

[3] Art. 2 D. Lgs. 81/2015.


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