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Quando esprimere un’opinione è lecito e non diventa ingiuria o diffamazione

7 Novembre 2013
Quando esprimere un’opinione è lecito e non diventa ingiuria o diffamazione

Diritto di critica sulla stampa: dove finisce la libertà di espressione e inizia il reato; la tutela della parte offesa anche nel caso in cui il contenuto offensivo sia contenuto in un articolo di giornale.

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione: lo dice la Costituzione [1] ed è un principio sancito da tutti i moderni Stati democratici. Tuttavia l’opinione espressa non può mai ledere l’altrui riservatezza, onore e reputazione.

Stabilire, però, l’esatto confine tra critica e ingiuria non è facile, specie nella concitazione di una discussione, dove – è noto – la foga del momento fa dire frasi che, in altre circostanze, non si sarebbero mai dette.

Ma se le parole volano, lo scritto rimane. E quindi, l’eventuale diffamazione a mezzo stampa potrebbe avere ripercussioni ben più serie e gravi per l’incauto redattore.

La stessa questione può porsi oggi in ordine al massiccio uso dei social network, spesso impropriamente utilizzati per veicolare sfoghi, insulti ed epiteti di ogni genere.

Ebbene, in questo quadro, conviene segnare subito una linea di demarcazione tra il lecito e l’illecito.

Le opinioni personali espresse dai lettori e pubblicate dal giornale rientrano nel diritto di critica. Come tali, è impensabile pretendere che siano obiettive; al contrario risentono sempre del punto di vista soggettivo di chi le manifesta.

Dunque, è lecito esternarle anche con l’uso di un linguaggio colorito e pungente. Se così non fosse, nessuno potrebbe mai esprimere un’opinione, atteso che – come detto – le opinioni sono sempre dettate dal pensiero del loro autore.

La legge e la giurisprudenza ritengono lecito esprimere un’opinione personale o critiche utilizzando un linguaggio garbato seppur deciso, non denigratorio o insinuante e, soprattutto, senza la volontà e la consapevolezza di offendere. Se ci si attiene a tali regole non si deve temere alcuna azione penale, in quanto si sta esercitando la propria libertà di espressione e di critica (per come garantita dalla Costituzione).

Ciò che, invece, bisogna evitare è l’uso di espressioni e argomenti offensivi, denigratori o anche dubitativi, insinuanti, allusivi, che in sostanza trascendano in attacchi personali diretti a colpire gratuitamente la sfera morale e privata altrui.

Se la diffamazione avviene attraverso un articolo di giornale

Se la diffamazione viene posta attraverso la stampa si applica l’aggravante dell’uso – appunto – della stampa: ciò per via del potere diffusivo del mezzo adoperato e di persuasione psicologica e di orientamento d’opinione che la stampa possiede. Un articolo su un giornale, difatti, rendendo più incisiva la diffamazione, determina nella vittima un danno maggiore.

Il danneggiato può tutelarsi in due modi. O attraverso la querela, dando vita a un processo penale, nel corso del quale, oltre a chiedere la condanna del colpevole, costituendosi parte civile, può chiedere il risarcimento del danno; oppure  con una causa civile per ottenere solo il risarcimento del danno (patrimoniale e non patrimoniale).

L’azione civile può essere esercitata, oltre che contro l’autore dell’articolo, anche contro il proprietario della pubblicazione e l’editore [2], al fine di garantire una più equa distribuzione del danno fra soggetti che a diversi livelli hanno concorso nella condotta o da essa hanno comunque tratto profitto.

La legge [3] prevede, oltre al risarcimento del danno, la possibilità per il diffamato di chiedere una riparazione pecuniaria commisurata all’offesa nei confronti del direttore responsabile, purché la sua responsabilità sia dichiarata per concorso doloso nel reato di diffamazione e non per omesso controllo colposo della pubblicazione diffamatoria [4].

La diffamazione su internet

La diffamazione online non subisce l’aggravante dell’uso del mezzo di stampa perché la giurisprudenza è ormai concorde nell’escludere l’equiparazione tra testata giornalista classica e sito internet. In questi casi, però, si applica una diversa aggravante, quella dell’uso del mezzo di pubblicità, in quanto il web è idoneo a trasmettere un messaggio diffamatorio a una pluralità di soggetti [5].


note

[1] Art. 21 Cost.

[2] Art. 11 della legge 47 del 1948 (legge sulla stampa).

[3] Art. 12 della legge 47 del 1948 (legge sulla stampa).

[4] Cass. sent. n. 17395 dell’8.08.2007.

[5] Il divieto di analogia in malam partem, in materia penale, esclude la possibilità di contestare a ipotizzate diffamazioni veicolate tramite il web sia l’articolo 13 della legge sulla stampa, qualora l’affermazione offensiva abbia a oggetto un fatto determinato, sia l’articolo 57, Codice penale, che sanziona il direttore responsabile per omesso controllo qualora per mezzo del periodico a stampa da lui diretto siano commessi reati. In particolare, la responsabilità del direttore può alternativamente articolarsi in responsabilità a titolo di concorso (consistente nell’aver approvato e, quindi, voluto la pubblicazione dello scritto, pur essendo a conoscenza del carattere diffamatorio dello stesso), ovvero in responsabilità per fatto proprio (consistente nell’aver omesso di esercitare il dovuto controllo).In tema di responsabilità civile derivante da reato, laddove sia unico il fatto-reato che ha prodotto il danno si applica il principio di cui all’articolo 187, comma 2, Codice penale che impone la solidarietà nei confronti dei soggetti condannati, mentre laddove il fatto che produca danno sia unico e ne rispondano più persone, anche se per titoli di reato diversi, la solidarietà per gli obblighi civili scaturisce comunque dal più generale principio di cui all’articolo 2055, Codice civile, ove si prevede che se il fatto dannoso è imputabile a più persone, tutte sono obbligate in solido al risarcimento del danno (così R.M. Venezia, in “L’Esperto Risponde”, Il Sole 24Ore).


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5 Commenti

  1. Salve
    Butto li una domanda:
    Se il mio titolare non mi paga lo stipendio da tre mesi ed io rendo la cosa pubblica sul suo profilo, essendo tra le sue amicizie, si può configurare il reato di diffamazione?
    Grazie

  2. La legge e la giurisprudenza ritengono lecito esprimere un’opinione personale o critiche utilizzando un linguaggio garbato seppur deciso, non denigratorio o insinuante e, soprattutto, senza la volontà e la consapevolezza di offendere. Se ci si attiene a tali regole non si deve temere alcuna azione penale, in quanto si sta esercitando la propria libertà di espressione e di critica (per come garantita dalla Costituzione).

    Ciò che, invece, bisogna evitare è l’uso di espressioni e argomenti offensivi, denigratori o anche dubitativi, insinuanti, allusivi, che in sostanza trascendano in attacchi personali diretti a colpire gratuitamente la sfera morale e privata altrui. Verissimo, ma siamo sicuri che oggi sia così? A me non sembra, anche al Sig. Maurizio io direi, capisco quanto gli succede, ma perché metterlo su fb? Proviamo ad usare i tre filtri di Socrate!!!!!

  3. Ma se io insinuo una cosa assolutamente vera, certa e comprovabile, anche se è lesiva per la parte avversa, ovviamente su fb (!), non può essere diffamazione, giusto?

  4. Salve un conoscente o ex amico ha saputo che mi hanno sospeso la patente per art186 ,premetto che guidò da 20 anni e questa e’ la prima volta ,comunque fatto sta che quando lo ha saputo ,non so come ,lo ha raccontato in giro a dei conoscenti in comune e chiedendo loro …testuali parole che fine ha fatto quell’alcolizzato di Loris? Adesso io mi chiedo se ci sono gli estremi per farli una bella querela o denuncia ,ma non so che tipo di reato si configura ,vorrei fargliela pagare ,come si permette.. Potete darmi qualche consiglio se si può fare?

  5. ho detto… a un parente che 20anni fa riportavo una condanna penale e nel sottoscrivere il contratto ci pensava costui…. penso qualcosa sia anndato storto e mi vogliono eliminare prima che vengono i termini della legge per salvaguardare la sua immaggine…
    che cosa ho detto? e cosa rischio

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