Cordone ombelicale: l’uso del sangue per nuove terapie

10 Luglio 2020 | Autore:
Cordone ombelicale: l’uso del sangue per nuove terapie

Trasfusioni da sangue cordonale: una risorsa per proteggere i più piccoli.

Una ricerca del Policlinico Gemelli-Università Cattolica di Roma, pubblicata sul ‘British Journal of Hematology’, ha evidenziato la possibilità di usare il sangue da cordone ombelicale per le terapie sui neonati cosidetti grandi prematuri, ovvero che alla nascita pesano meno di un chilo. Dunque, il
sangue da cordone non più solo come fonte di cellule staminali per trattare malattie del sangue e tumori nei bambini, ma anche per proteggere i più piccoli con trasfusioni più adatte al loro organismo.

“Uno studio recente- afferma Luciana Teofili, direttore medico della Banca del cordone del Policlinico Gemelli Irccs, ricercatore di Malattie del sangue Università Cattolica, campus di Roma – ha evidenziato un’associazione tra livelli di emoglobina fetale e retinopatia dei prematuri, nei bambini nati molto pretermine (i piccoli con un patrimonio di emoglobina fetale inferiore al 60% sono quelli più a rischio di complicanze). Di qui l’idea che sostituire l’emoglobina fetale con quella adulta, facendo ripetute trasfusioni, possa aumentare il rischio di incorrere nella retinopatia della prematurità (Rop), condizione che rappresenta la più frequente causa di cecità pediatrica”

La spiegazione di questo fenomeno, come precisa una nota stampa dell’Adnkronos, può risiedere nel fatto che i bimbi più piccoli necessitano spesso di un gran numero di trasfusioni, a volte oltre 10 micro-trasfusioni di globuli rossi concentrati, finendodi fatto col sostituire con sangue adulto tutto il volume ematico del neonato, impoverendolo di emoglobina fetale. Ma è possibile trasfondere direttamente emoglobina fetale, prelevandola dal cordone ombelicale? Si sono chiesti i ricercatori.

Per verificare questa ipotesi, hanno condotto unaricerca che ha dimostrato non solo la fattibilità delle trasfusioni da sangue cordonale, ma anche che queste mettono al riparo dalla deplezione di emoglobina fetale, così preziosa nei grandi prematuri. “Quello appena pubblicato – spiega Teofili – è uno studio ‘proof of concept’; ora stiamo organizzando uno studio multicentrico con outcomeclinici per vedere quanta disabilità si riesce a risparmiare con questa pratica. Il razionale delle trasfusioni di sangue cordonale è di una logica ineccepibile: il pretermine vive di emoglobina fetale; isuoi tessuti sono preparati a quell’emoglobina e non a quella adulta per varie settimane dopo la nascita prematura, fino al raggiungimento dell’età corrispondente alla data della nascita a termine.”

”Il Gemelli – ricorda Papacci – è il centro di riferimento per tutto il centro-sud per la retinopatia dei prematuri, per la quale stiamo cominciando ad utilizzare una terapia farmacologica con gli anti-VEGF,mentre in gran parte d’Italia si usa ancora solo il laser. La retina èun tessuto molto fragile e può essere danneggiata da un eccesso di ossigeno. Il sangue fetale rilascia le giuste quantità di ossigeno; con questo nuovo studio andremo dunque a valutare l’impatto delletrasfusioni di sangue cordonale sullo sviluppo dei vasi retinici e sulla Rop, una vasculopatia retinica che porta al distacco di retina”.

Ma per poter diffondere la pratica delle trasfusioni di sangue cordonale, è necessario aumentare le fonti di materia prima. “Al momento – avverte Teofili – non abbiamo la possibilità di fare trasfusioni di sangue fetale a tutti i bambini perché le donazioni di cordone, almeno nel nostro Policlinico, avvengono solo nel 20% circa di tutte le nascite. Al Gemelli, la banca del cordone è stata istituita nel 2003. Attualmente oltre 630 cordoni della nostra banca sono esposti nella rete nazionale e sono dunque accessibili ai centri trapianto per pazienti che non hanno un donatore familiare”.

Uno dei problemi di queste banche è la loro sostenibilità economica. Il sistema è infatti molto costoso e consente di curare un numero limitato di pazienti. L’unica indicazione supportata da evidenze scientifiche per l’utilizzo del sangue cordonale è stata finora il trapianto di pazienti con problemi ematologici.

“Finora – prosegue Teofili – abbiamo utilizzato i cordoni solo come fonte di cellule staminali. Ma uno dei punti deboli della donazione del cordone è che, per garantire il recupero della funzione ematopoietica, occorre che le staminali siano tante. E quando andiamo a valutare i cordoni, gran parte di queste unità non risultano idonee al trapianto (per la scarsità delle cellule staminali) e vengono dunque scartate”.

“Da qui l’idea di utilizzare il sangue di cordone ombelicale anche pertrasfondere i grandi prematuri – ricorda Teofili – Dopo aver recuperato i globuli rossi dal sangue cordonale, si effettuano tutti gli esami e i trattamenti inerenti alla pratica trasfusionale (compatibilità dei gruppi sanguigni, leucodeplezione, filtrazione, irradiazione) e sui campioni di sangue materno raccolti contestualmente all’unità cordonale vengono eseguiti gli esami microbiologici per escludere la presenza di malattie infettive. Di fatto, da ogni unità di sangue cordonale si può ottenere una unità di emazie concentrate sufficiente per una micro-trasfusione”, conclude Teofili ringraziando “le associazioni di volontariato Genitin Onlus e Gruppo donatori Sangue Francesco Olgiati che in questi anni hanno sempre supportato le nostre ricerche”,



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