Perché il Coronavirus è stato più aggressivo al nord

10 Luglio 2020
Perché il Coronavirus è stato più aggressivo al nord

Il parere dei virologi Carlo Federico Perno e Fausto Baldanti sul Covid circolato in Lombardia.

Quello lombardo non può essere un virus a diretta derivazione cinese. Questo significa che il paziente uno di Codogno non è stato davvero il paziente uno, tesi che circola ormai da tempo, anche considerando che si parla di strane polmoniti in alcune province lombarde e non solo fin dalla fine del 2019 (abbiamo approfondito qui: Quelle strane polmoniti e il mistero dei contagi; Coronavirus e polmoniti sospette, ecco quante sono state).

Si era già parlato di «virus cinese» e «virus europeo» (leggi l’articolo: Coronavirus, la variante dieci volte più contagiosa). Secondo i virologi Carlo Federico Perno e Fausto Baldanti, quello che è dilagato in Lombardia «ha caratteristiche genetiche molto più simili a quelli oggi presenti in Europa che non a quelli circolanti in Cina. L’ingresso quindi non è diretto dalla Cina, ma mediato da una fase europea».

Una «entrata per via traversa», insomma, di cui ci parla una nota dell’agenzia di stampa Adnkronos appena giunta in redazione. Perno e Baldanti, rispettivamente già direttore della Medicina di laboratorio dell’ospedale Niguarda di Milano e responsabile del Laboratorio di virologia molecolare del Policlinico San Matteo di Pavia, sono intervenuti per presentare i risultati di uno studio promosso dalla Fondazione Cariplo, sulla conformazione del virus che tante persone ha contagiato in Lombardia.

Entrato da più parti allo stesso momento

«Assomiglia molto al virus europeo, un po’ di meno al virus cinese. Sars-Cov-2 è entrato per via traversa in Lombardia da più parti allo stesso tempo, e questo – dice Perno – aiuta a capire perché è stato così aggressivo e difficile da contenere. Abbiamo identificato due masse, due percorsi diversi: una catena di trasmissione virale a sud e una a nord. A Milano c’è stato soprattutto il percorso due, quello di Alzano-Nembro. La dinamica potrebbe essere stata diversa. E infatti il virus ha attaccato più pesantemente, da un punto di vista clinico, ad Alzano che a Codogno, ma non perché geneticamente diverso o più cattivo. Riteniamo sia stato il contesto che lo ha reso più aggressivo» nell’area di Bergamo, «dove si è diffuso con estrema rapidità, molto maggiore» rispetto a quanto accaduto altrove.

Con la scoperta del paziente uno, aggiunge Baldanti, «ci siamo trovati di fronte al peggior scenario possibile: un “outbreak” di dimensioni e causa non note, già presente in casa. Il tracciamento con mappatura a tappeto ha identificato un focolaio grosso. C’era una rete che faceva controlli già da gennaio. Noi a Pavia ad esempio avevamo già analizzato una settantina di campioni di viaggiatori. Ma poi il virus è stato trovato in un paziente che non aveva viaggiato, non aveva contatti con la Cina, nessun criterio epidemiologico. E ora abbiamo appurato che questo virus ha circolato per almeno un mese sottotraccia, coperto dalla concomitante infezione influenzale. Se scoppiasse oggi un focolaio di polmonite ce ne accorgeremmo subito perché siamo in estate. Allora era più difficile».

Il miraggio dell’immunità di gregge

La zona rossa di Lodi, ripercorre Baldanti, «è diventata l’origine presunta di questo problema. Negli stessi giorni però diventava evidente un focolaio a Bergamo. E subito ci si è posti delle domande quanto ha circolato il virus? Quanti sono i casi positivi?».

La zona rossa di Lodi è un’area di circa cinquantamila abitanti. «Circolavano ipotesi secondo cui l’80% fosse entrato in contatto con il virus. Noi abbiamo condotto degli studi e i dati che abbiamo raccolto ci hanno portato a dire che la quantità era di circa un quarto. Ciò significava che ad aprile la stragrande maggioranza della popolazione restava suscettibile».



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