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Depressione per il lavoro: cosa fare?

12 Luglio 2020
Depressione per il lavoro: cosa fare?

Risarcimento del danno contro l’azienda: tabelle Inail per depressione da mansioni svolte o da ambiente ostile di lavoro.

La Cassazione si è più volte trovata a giudicare le domande di risarcimento per depressione contratta sul luogo di lavoro. Le ragioni della malattia possono essere svariate: la ripetitività dei compiti, il blocco della carriera, l’isolamento (eventualmente dovuto all’atteggiamento dei colleghi o dei superiori), il mobbing o un demansionamento, la stessa tipologia di mansioni svolte per anni (si pensi a chi abbia a che fare con malati gravi e terminali). In tutti questi casi, al dipendente spetterebbe rivolgersi al tribunale per fare accertare il proprio diritto all’indennizzo. Ma non è così facile.

Prima di agire contro l’azienda sarà necessario documentare innanzitutto l’esistenza della malattia professionale e, in secondo luogo, il rapporto di causa-effetto con le mansioni o l’ambiente ostile del lavoro. Ed allora, in caso di depressione per lavoro, cosa fare e come muoversi?

Cercheremo di chiarire gli aspetti fondamentali in questo breve articolo che tiene peraltro conto di una recente sentenza della Cassazione [1] pronunciatasi sul tema.

Sintomi depressione sul lavoro

La prima cosa da fare è prendere consapevolezza dell’esistenza del problema della depressione che si manifesta, il più delle volte, con sensazioni di vuoto, tristezza e ansia, pianto frequente, stanchezza cronica, mancanza di energia e autostima, senso di inutilità, perdita di interesse per ciò che si fa.

La depressione sul lavoro si estrinseca spesso in difficoltà di concentrazione anche dinanzi a compiti semplici con conseguente drastico calo della produttività. Il dipendente affetto da tale patologia compie spesso errori e tende a dimenticare impegni e appuntamenti. Si isola nel timore del confronto con i colleghi e, quindi, per paura di perdere il posto.

L’accertamento delle cause della depressione

Spesso, le cause della depressione sul lavoro sono chiare ed evidenti. Ciò succede quando il lavoratore è vittima di comportamenti vessatori, di mobbing, straining, discriminazioni, svuotamento delle proprie mansioni e demansionamento. In questi casi, il lavoratore dovrà procurarsi le prove di tali illeciti ai propri danni. Ma ciò non basta. Una cosa infatti è dimostrare la causa, un’altra l’effetto. L’esistenza di un mobbing, ad esempio, non implica automaticamente il riconoscimento della depressione e, con essa, anche il risarcimento del danno. Sicché, sarà necessario un certificato medico-legale che accerti la sussistenza della malattia e, di conseguenza, ne quantifichi il danno biologico patito dal lavoratore. Da ciò poi potrà scaturire l’eventuale risarcimento nel corso del giudizio civile.

Più difficile sarà invece la ricerca del rapporto di causa-effetto tra ambiente di lavoro e depressione quando questa non scaturisce da un ambiente ostile. Così ben potrebbe trattarsi di una depressione dettata da uno stato di isolamento determinato da mansioni particolari (si pensi a un lavoratore in missione in un ufficio isolato, privo di contatto con la gente o a chi, invece, deve assistere malati terminali).

In questi casi, oltre a far accertare l’esistenza della malattia, bisognerà dimostrare la riconducibilità della stessa all’ambiente lavorativo, compito tutt’altro che semplice. A tal fine, sarà necessaria una perizia psicologica di parte.

La causa contro il datore di lavoro

Una volta accertate le cause della depressione, sarà opportuno aprire una pratica di malattia professionale presso l’Inail. Questo significa che spetta al dipendente dimostrare la causa lavorativa della malattia contratta poiché la riconducibilità all’ambiente di lavoro non si può presumere da sé. Questo non toglie quindi il diritto al risarcimento seppur ne rende più ardua la strada. La Cassazione in passato lo ha confermato in modo chiaro [2]: la sindrome depressiva causata dalle vessazioni subite dal lavoratore deve essere indennizzata quale malattia professionale, anche se non è compresa nelle tabelle del decreto del presidente della Repubblica. Per costante interpretazione giurisprudenziale, il lavoratore ha diritto a vedersi risarciti i danni conseguenti non solo al rischio specifico proprio della lavorazione, ma anche al cosiddetto “rischio improprio” cioè quello «non strettamente insito nell’atto materiale della prestazione ma collegato con la prestazione stessa». Si pensi, ad esempio, al fumo passivo di sigaretta riconosciuto ai lavoratori ad esso esposti durante l’attività svolta.

L’Istituto nazionale per gli infortuni sul lavoro passerà a visita il lavoratore dipendente e verificherà la sussistenza del diritto vantato. Verrà quindi fatta innanzitutto una visita per accertate lo stato morboso e poi il rapporto di causa-effetto tra questo e le mansioni svolte.

Attenzione però: come abbiamo già detto nell’articolo “Depressione per colpa del lavoro: come avere il risarcimento“, la depressione non rientra tra le patologie inserite nelle tabelle dell’indennizzo prestato dall’Inail.

In caso di rigetto della domanda da parte dell’ente pubblico, il lavoratore dovrà avviare un giudizio contro lo stesso Inail e il datore di lavoro. Il giudice ordinerà una CTU, ossia una consulenza tecnica d’ufficio, volta a ripetere le perizie sul lavoratore e a verificare i presupposti per il riconoscimento della cosiddetta malattia professionale.

Se le parti hanno dubbi sull’obiettività e imparzialità del perito ne possono chiedere la ricusazione.

La Ctu – che non potrà essere contestata in Cassazione – costituirà la base della decisione del giudice, su cui poi questo fonderà la propria sentenza. Il giudice che intende disattendere le risultanze della consulente d’ufficio dovrà motivare la propria decisione in modo puntuale.

La misura del risarcimento verrà determinata sulla base delle tabelle del danno biologico.


note

[1] Cass. ord. n. 14789/20 del 10.07.2020.

[2] Cass. sent. n. 20774/18 del 17.08.2018.


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