Fattura elettronica: quando il Fisco viola la privacy

11 Luglio 2020 | Autore:
Fattura elettronica: quando il Fisco viola la privacy

Il Garante boccia il provvedimento dell’Agenzia Entrate sull’utilizzo dei dati presenti nei documenti fiscali: è sproporzionato e 8 anni sono troppi.

Quando dissemini i tuoi dati nella rete internet spesso non lo fai volontariamente e, in alcuni casi, le tue informazioni vengono acquisite in base a obblighi di legge: è il caso della fattura elettronica, che memorizza una ampia serie di elementi e circostanze sul tuo conto.

Sono due miliardi le fatture elettroniche emesse in Italia ogni anno. Riguardano bollette di utenze domestiche e telefoniche, trasporti, viaggi e soggiorni, acquisto di beni di consumo, prestazioni di servizi professionali e commerciali e molte altre attività ancora.

Il Fisco le acquisisce in via telematica non appena l’emittente le inserisce nel sistema e le conserva nei suoi archivi informatici in vista di un futuro utilizzo. Quando occorre elabora i dati per ricavarne informazioni aggregate o puntuali, su uno specifico contribuente o su alcune categorie. La potenza dell’informatica sta proprio in questo: l’Agenzia delle Entrate può disporre in un colpo solo di una mole di informazioni su milioni di contribuenti italiani, ora ricavabile con facilità dagli elementi contenuti nelle fatture elettroniche.

I dati non riguardano solo l’emittente, cioè il soggetto Iva che fornisce il bene o il servizio, ma anche il destinatario, cioè il cliente, facilmente individuabile dal codice fiscale e dai dati anagrafici. In particolare, nei documenti elettronici le prestazioni vengono quasi sempre riportate in modo molto analitico, con una serie di notizie sui prodotti ceduti, le prestazioni effettuate, le tipologie di consumo.

Sono informazioni che in gran parte il fornitore inserisce di propria iniziativa, per scopi commerciali e di archivio. Si verifica, cioè, il fenomeno per cui la fattura elettronica, che nasce come documento fiscale e assolve le funzioni di indicare, secondo quanto prevede la legge [1], «la natura, qualità e quantità dei beni e servizi oggetto dell’operazione», nella pratica ha un contenuto che va ben oltre l’aspetto fiscale.

Ma una volta inseriti nella fattura, anche questi elementi ulteriori diventano visibili al Fisco. Da quest’anno, in base alle previsioni del nuovo Decreto fiscale [2], tutti i dati analitici contenuti nel “corpo fattura” possono essere utilizzati, dall’Agenzia delle Entrate per le attività di contrasto all’evasione e anche dalla Guardia di Finanza nell’ambito dei propri poteri di polizia tributaria. Tutto questo comporta, però, il serio rischio di violare la privacy sui pagamenti dei cittadini.

Ora, il Garante privacy è intervenuto su questi aspetti e in un nuovo parere [2] ha bocciato l’ultimo provvedimento predisposto dall’Agenzia delle Entrate sulla conservazione e utilizzo dei dati delle fatture elettroniche. Questa attività è stata ritenuta «sproporzionata in uno stato democratico, per quantità e qualità delle informazioni oggetto di trattamento, rispetto al perseguimento del legittimo obiettivo di interesse pubblico di contrasto all’evasione fiscale».

L’Authority fa l’esempio delle fatture relative a prestazioni in ambito forense, dalle quali si potrebbe ricavare l’informazione sull’eventuale sottoposizione dell’interessato a procedimenti penali, e il caso della memorizzazione dei codici fiscali dei consumatori quando si tratta di spese non detraibili e dunque non è necessario per l’Agenzia delle Entrate disporre di questo dato.

La bocciatura del Garante tiene conto del fatto che il Fisco può conservare ed elaborare i dati presenti nelle fatture elettroniche per un tempo molto ampio: più di otto anni dalla loro emissione, precisamente fino al 31 dicembre dell’ottavo anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione di riferimento.

Così l’Authority chiede all’Agenzia di escludere dalla memorizzazione tutti i dati personali contenuti nelle fatture ma non rilevanti ai fini fiscali, da individuarsi soprattutto in quelli inerenti la descrizione delle prestazioni fornite, che evidentemente eccede lo scopo per il quale la conservazione e il trattamento dei dati da parte del Fisco sono ammessi.

In un punto del provvedimento arriva a intravedere il rischio di una «profilazione di tutti i contribuenti, anche minori d’età», che sarebbe realizzabile qualora i dati delle fatture fossero incrociate con quelli delle altre banche dati che compongono l’anagrafe tributaria e sono tutte a disposizione del Fisco.

Il parere dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali è vincolante e ora l’Agenzia delle Entrate dovrà adeguarsi, rivedendo il proprio schema di trattamento dei dati in base alle indicazioni fornite e trasmettendolo al Garante per una nuova valutazione, a pena di incorrere in una violazione del Regolamento europeo sulla privacy per non aver rispettato il principio della necessaria proporzionalità [4] del trattamento dei dati rispetto alle finalità perseguite.

Così l’Agenzia delle Entrate non potrà eccedere questi limiti imposti dal Garante e dovrà limitarsi a conservare e ad elaborare solo i dati, presenti nelle fatture elettroniche, che risultano strettamente necessari al controllo degli adempimenti fiscali dei contribuenti italiani.


note

[1] Art. 21, comma 2, lett. g), del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633.

[2] D.L. 26 ottobre 2019, n. 124, convertito in Legge 19 dicembre 2019, n. 157.

[3] Garante per la protezione dei dati personali, parere n.133 del 9 luglio 2020.

[4] Art. 6, par. 3, del Regolamento Ue n. 2016/679 del 27 aprile 2016.


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