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Mantenimento: quando si rischia di perderlo?

23 Settembre 2020 | Autore:
Mantenimento: quando si rischia di perderlo?

Mantenimento del coniuge: quando il beneficiario rischia di perdere il sostegno economico stabilito dal giudice?

A seguito della separazione personale, il coniuge economicamente “più forte” può essere costretto a versare un mantenimento periodico all’altro sotto forma di assegno mensile. Il mantenimento è una misura che serve a proteggere il coniuge economicamente più debole di fronte agli squilibri determinati dalla separazione, garantendo il ripristino delle condizioni economiche e del tenore di vita esistente prima della cessazione del rapporto coniugale. Il mantenimento, però, non è una misura che spetta sempre e comunque; inoltre, anche quando accordato, il diritto a riceverlo può essere perso a seguito di determinati eventi. Quando si rischia di perdere il mantenimento?

Con questo articolo vedremo in quali circostanze il coniuge perde il diritto ad essere mantenuto dal proprio ex; ma non solo: analizzeremo anche le ipotesi in cui il mantenimento non spetta affatto (addebito della separazione). Ciò accade in genere quando, all’interno della coppia, non esista una parte economicamente debole, ovvero quando la fine dell’unione è addebitabile alla grave condotta di uno di essi. Se l’argomento ti interessa, prenditi dieci minuti di tempo e prosegui nella lettura: vedremo insieme quando sussiste il diritto al mantenimento e quando, dopo averlo ricevuto, si rischia di perderlo.

Mantenimento: quando si ha diritto?

Quando i coniugi si separano, quello economicamente debole ha diritto di ottenere il mantenimento da parte dell’altro.

Il diritto al mantenimento non spetta solamente al coniuge nullatenente, ma anche a colui che sia titolare di propri redditi, ma insufficienti: la funzione del mantenimento, infatti, è quella di garantire un equilibrio tra il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio e quello successivo alla separazione.

E così, avrà diritto al mantenimento anche il coniuge che non ha un reddito adeguato per il proprio sostentamento.

Quando non si ha diritto al mantenimento?

Secondo la legge [1], il coniuge a cui è stata addebitata la separazione non ha il diritto al mantenimento, anche se non dovesse avere redditi propri.

L’addebito della separazione consiste nell’attribuzione della responsabilità della fine dell’unione matrimoniale. Secondo il codice civile il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio.

Dunque, l’addebito della separazione fa venir meno il diritto al mantenimento. Resta fermo, invece, il diritto agli alimenti, cioè a fornire quel sostegno economico minimo che può servire al coniuge per garantirsi i basilari mezzi di sussistenza.

È appena il caso di precisare che, oltre all’ipotesi dell’addebito, il mantenimento non spetta nemmeno nell’ipotesi in cui i coniugi siano economicamente pari, cioè entrambi titolari di un reddito sostanzialmente identico.

Diritto al mantenimento: quando si perde?

Abbiamo visto sinora cos’è il mantenimento e cos’è l’addebito della separazione, il quale fa venir meno sin dall’inizio il diritto al sostegno economico del coniuge. Vediamo ora quali sono le principali cause di perdita del diritto al mantenimento.

A questo punto, un chiarimento si rende necessario. L’assegno di mantenimento disposto dal giudice a favore del coniuge economicamente debole non deve essere corrisposto vita natural durante. Ciò significa che, al mutare delle condizioni che hanno fatto sorgere quel diritto, il coniuge che è tenuto al pagamento può adire il giudice e chiedere la revoca della misura.

Nei prossimi paragrafi vedremo quando si rischia di perdere il diritto al mantenimento.

Nuova convivenza del coniuge

Una delle più ricorrenti cause di perdita del diritto al mantenimento è la nuova convivenza intrapresa dal coniuge che beneficia del mantenimento.

In realtà occorre dire che, da un punto di vista normativo, non esiste alcuna disposizione di legge che preveda l’esclusione dell’assegno di mantenimento quale diretta ed automatica conseguenza dell’instaurazione di una convivenza more uxorio.

L’unica previsione di una causa di esclusione si riferisce all’assegno divorzile ed è rappresentata dal passaggio a nuove nozze dell’ex coniuge beneficiario.

Nonostante ciò, oggi la giurisprudenza [2] è praticamente unanime nel ritenere che il diritto all’assegno di mantenimento può essere perso se è provata la convivenza di fatto del coniuge beneficiario. Questo perché tale nuovo legame andrebbe a spezzare ogni residuo rapporto con la precedente situazione matrimoniale.

Affinché il mantenimento si perda non occorre che la convivenza sia formalizzata all’anagrafe: è sufficiente che la coppia viva sotto lo stesso tetto.

Perché la convivenza abbia rilevanza ai fini della perdita dell’assegno di mantenimento, inoltre, occorre che il coniuge interessato a non pagare più fornisca prova (mediante documenti, foto, testimoni, ecc.) della stabilità della convivenza, cioè del legame affettivo duraturo che si è instaurato tra l’ex partner e il nuovo compagno.

Se non idonea alla revoca totale del mantenimento, la nuova convivenza può comunque condurre il giudice a rivalutare l’entità dello stesso.

Nuovo impiego lavorativo del coniuge

Il diritto al mantenimento rischia di andare perduto se il coniuge che ne beneficia trova un (nuovo) lavoro. In pratica, il mutamento della situazione patrimoniale del coniuge giustifica la revoca del mantenimento.

Ovviamente, occorre che l’incremento reddituale sia idoneo a far sì che il coniuge possa raggiungere grosso modo il tenore di vita di cui godeva in costanza di matrimonio.

Dunque, non ogni nuovo impiego lavorativo giustifica la revoca dell’assegno di mantenimento. Nel caso di lavoro mal retribuito, il coniuge potrebbe conservare il diritto al mantenimento o, al massimo, subirne una riduzione.

Se il coniuge che gode del mantenimento svolge un’attività lavorativa in nero, allora colui che versa il mantenimento potrà provare, con qualsiasi mezzo (testimoni, documenti, spese effettuate dal coniuge, ecc.), che il diritto al mantenimento è oramai perduto: e infatti, qualsiasi tipo di introito lavorativo, anche non dichiarato, rileva ai fini del mantenimento.

Incremento patrimoniale del coniuge beneficiario

Il coniuge destinatario del mantenimento rischia di perdere questo diritto se, anche non lavorando, beneficia di un incremento della propria situazione patrimoniale.

Si pensi, ad esempio, a colui che riceva in eredità una consistente somma di danaro, oppure a chi viene costantemente mantenuto da un nuovo partner, pur non sussistendo la convivenza. In tutti questi casi, colui che paga il mantenimento può chiederne la revoca.

Non rilevano, ai fini della perdita del mantenimento, gli aiuti economici dei familiari: questi non possono considerarsi permanenti, né idonei a garantire una stabilità economica, in quanto molto spesso rappresentano solamente il sostegno proveniente dalla propria famiglia di origine.

Ai fini della perdita del mantenimento non rileva nemmeno un’eredità di modesto valore, né una vincita di altrettanto esiguo importo.

Morte del coniuge che versa il mantenimento

Ovviamente, la morte del coniuge che versa il mantenimento fa venir meno il diritto del coniuge superstite. Di conseguenza, questi non potrà chiederlo a nessun altro (ad esempio, ai genitori del defunto, cioè ai suoi ex suoceri).

Il coniuge separato che vantava il diritto al mantenimento, tuttavia, può ottenere una quota dell’eredità proporzionale alla somma percepita con l’assegno periodico, da quantificarsi sulla base dell’importo ricevuto sino al momento della morte, dell’entità del bisogno, della consistenza dell’eredità e del numero e delle condizioni economiche degli eredi.

Basti pensare che perfino il coniuge divorziato percettore dell’assegno divorzile, pur perdendo in ragione dello scioglimento del vincolo di coniugio i diritti successori nei confronti dell’altro, può rivalersi sull’eredità dell’ex coniuge, avendo diritto a percepire un assegno successorio a carico dell’eredità, anche in questo caso proporzionale all’importo dell’assegno di divorzio.


Il diritto al mantenimento rischia di andare perduto se il coniuge che ne beneficia:

  • trova un (nuovo) lavoro;
  • inizia una convivenza di fatto;
  • beneficia di un incremento patrimoniale.

Il diritto al mantenimento si perde infine con la morte del coniuge obbligato a versarlo.

note

[1] Art. 156 cod. civ.

[2] Cass., sent. del 19 dicembre 2018.

Autore immagine: Depositphotos.com


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