Superbonus 110%: quando è reato

13 Luglio 2020 | Autore:
Superbonus 110%: quando è reato

Attenzione a cadere nella tentazione di cercare di beneficiare della detrazione senza fare i lavori o gonfiando i prezzi. Ecco cosa si rischia.

Quando arriva un’agevolazione che può far risparmiare molti soldi, non mancano mai i furbi che tentano di ottenere un beneficio sena averne il diritto. Si prevede che succeda lo stesso con il superbonus del 110%, grazie al quale si può, addirittura, fare determinati lavori di ristrutturazione in un edificio senza spendere un centesimo. Tuttavia, in alcune situazioni, si sconfina nel penale e si commette reato.

Può succedere, ad esempio, quando viene chiesto il superbonus senza nemmeno chiamare l’impresa edile, cioè senza fare i lavori che danno diritto alla maxi-detrazione. Oppure quando si fanno degli interventi completamente diversi da quelli che danno diritto all’agevolazione e che sono indicati in fattura.

Una seconda ipotesi di reato è quella che consiste nel «gonfiare» il costo dei lavori, in modo da beneficiare di un credito di imposta superiore a quello che spetta. In questo modo, ci sarà chi riesce a pagare anche degli interventi che non rientrano nel superbonus.

Infine, si può commettere reato quando i lavori vengono fatturati da un’impresa diversa da quella che ha realizzato gli interventi. Può succedere quando il contribuente ha bisogno di cedere il credito d’imposta ma l’impresa che veramente ha lavorato nel suo immobile non può utilizzare il credito d’imposta. A quel punto, si chiede ad un altro imprenditore di fatturare gli interventi.

In base a situazioni come queste, tra i possibili reati contestabili ci sono quelli di operazioni inesistenti e di indebite compensazioni. Il primo caso riguarda fatture o altri documenti emessi per operazioni non realizzate in tutto o in parte, con corrispettivi superiori a quelli reali e che fanno capo a soggetti diversi da quelli effettivi. Nel secondo caso, si commette reato di indebita compensazione di crediti inesistenti, se l’importo compensato supera i 50mila euro.

Il titolare dell’impresa rischia la reclusione da quattro a otto anni per l’emissione o il rilascio di fatture per operazioni inesistenti. Nel caso in cui l’importo falso sia inferiore a 100mila euro, si applicherebbe la reclusione da uno anno e sei mesi a sei anni.

Il contribuente che ha ricevuto le fatture, invece, rischia di commettere:

  • il reato di dichiarazione fraudolenta se indica le fatture nella dichiarazione dei redditi, con le stesse pene dell’emissione delle fatture;
  • il reato di concorso in emissione di fatture false commesso dall’impresa.


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